Archivi tag: Walter Chiari

Donatella (1956)

Roma, anni’50. Donatella (Elsa Martinelli), è una bella ragazza, carattere determinato e sani principi; dopo aver svolto le mansioni di commessa in un magazzino di porcellane, è al momento disoccupata, però sta frequentando un corso di stenografia, non ama stare con le mani in mano, né è il tipo che si rassegna, pur consapevole della propria umile condizione sociale.
Il papà, Augusto (Aldo Fabrizi), è un modesto rilegatore di libri, la mamma non c’è più da qualche tempo, vi sono due fratellini ed insieme a loro vive uno “zio di latte”, tassista (Virgilio Riento). Donatella ha anche un fidanzato, Guido (Walter Chiari), per quanto il rapporto fra i due non sia propriamente idilliaco, essendo l’uomo piuttosto incline ad assecondare con una certa costanza “il bene effimero della bellezza”*. Un giorno nel far ritorno a casa, a piedi, così da risparmiare i soldi del tram, la fanciulla rinviene una borsa: dai documenti riesce a risalire alla proprietaria, una facoltosa signora americana (Catherine Williams), la quale per sdebitarsi l’assume in qualità di persona di fiducia, si occuperà della villa e seguirà i suoi affari mentre lei è in viaggio. La coinvolgente giovialità di Donatella, l’istintiva spontaneità e la disarmante eleganza del portamento e dei modi faranno sì che i vari domestici ne restino conquistati, a partire dal cameriere Pasquale (Giuseppe Porelli), che le farà da pigmalione all’interno di un mondo a lei sconosciuto, ma al quale non sembra fare fatica ad adattarsi. Continua a leggere

Milano, MIC- Museo Interattivo del Cinema: “Ugo, nessuno e centomila”

Ugo Tognazzi (Wikipedia)

Ugo Tognazzi (Wikipedia)

Da oggi, martedì 8 e fino a giovedì 31 dicembre, a Milano, presso il MIC – Museo Interattivo del Cinema (Viale Fulvio Testi, 121), Fondazione Cineteca Italiana presenta Ugo, nessuno e centomila, una rassegna dedicata a Ugo Tognazzi,  venticinque anni dopo la sua morte.
Di seguito, un mio ricordo del grande artista e il programma della rassegna.

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Dalla comicità della rivista, che lo vide protagonista a partire dal 1945, alla tragedia degli uomini ridicoli, dalla tv in bianco e nero al cinema, fino a tutti gli anni Ottanta Tognazzi, attore dai mille volti, anzi centomila, ha dato vita a personaggi assai diversi – comici, grotteschi, tragici – sfruttando la capacità d’intrattenere il pubblico nel raccontare una qualsiasi storia, con quella voce così particolare nel mutare dalla pacatezza al tono più stridulo, accompagnata da una mimica del tutto naturale, egualmente alla propensione nel lanciare la battuta. Continua a leggere

Roma: “Girando a Cinecittà 1937-1989”

untitledSi apre oggi, sabato 24 gennaio, nella Capitale, Girando a Cinecittà 1937-1989, la nuova mostra ospitata negli storici studi volta a raccontare 70 anni di storia del cinema attraverso i generi più importanti e significativi che hanno lasciato un segno nell’immaginario collettivo: i grandi film delle origini, il drammatico periodo della guerra e del Neorealismo che ne seguì, l’arrivo delle produzioni americane e il fenomeno del divismo. Dalla Hollywood sul Tevere, avvolti dalle immagini, fotografie e costumi dell’epoca, si arriva al periodo dei film sulla Roma antica, quando a Cinecittà le produzioni in corso erano Quo Vadis?, Cleopatra, Ben Hur, ma anche quei tanti peplum italiani dedicati alle fatiche di Ercole e alle imprese di Maciste. Oltre 120 titoli realizzati dal 1937 agli anni ‘90, otto nuovi ambienti dedicati ai periodi storici fondamentali del cinema italiano e internazionale a Cinecittà: attraverso la suggestione di scenografie che arricchiscono e caratterizzano ciascun ambiente, si arriva al periodo della commedia italiana e in una scenografia che richiama il film I soliti ignoti, ci si immerge in uno dei più prolifici periodi di produzione filmica italiana che ha visto fiorire i nomi di tanti comici e interpreti quali Aldo Fabrizi, Totò, Alberto Sordi, Walter Chiari, e le straordinarie dive italiane Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Silvana Pampanini, Sylva Koscina, Marisa Allasio. Continua a leggere

Damiano Damiani, afflato popolare e impegno civile

Damiano Damiani

Damiano Damiani

E’ morto ieri sera a Roma Damiano Damiani (Pasiano di Pordenone, 1932), tra i registi più poliedrici ed inventivi del nostro cinema.
La sua abilità narrativa, volta ad attraversare diversi generi, riusciva a conciliare l’affabulazione propria del piacere di raccontare, dal forte afflato popolare, con toni riflessivi.
Lo si può certo considerare un valido artigiano, così è sempre stato definito, ma non bisogna dimenticarne la poetica ed estetica cinematografica, nascoste tra le pieghe del genere e della suddetta fluidità narrativa, consistenti nella capacità di far notare ogni involuzione sociale e morale nel contesto storico italiano, dall’ evoluzione del fenomeno mafioso ai rapporti tra criminalità organizzata e politica, passando per i vari bubboni che si insinuano a macchia di leopardo in ogni esternazione del potere.
I suoi esordi nel mondo del cinema, dopo aver studiato pittura a Brera, lo vedono attivo come sceneggiatore, una volta trasferitosi a Roma, nel’46, per debuttare dietro la macchina da presa con il documentario La banda d’ Affori, ’47, cui segue, ben sette anni dopo, Le giostre.

damiano-damiani-afflato-popolare-e-impegno-ci-L-DIBoqoOccorrerà attendere il ’61 perché Damiani dia inizio alla sua vena prolifica ed inventiva, grazie a pellicole come Il rossetto e Il sicario, fortemente calate nel reale e capaci di calamitare l’attenzione del pubblico, grazie ad uno stile diretto ed incisivo. Senza perdersi nel solito elenco di titoli, ne ricorderò quelli che, a mio avviso, ne evidenziano maggiormente le sue doti di regista attento e curioso in egual misura, vedi i riusciti adattamenti dei romanzi L’isola d’Arturo (Elsa Morante) e La noia (Alberto Moravia), cui contribuirono in qualità di sceneggiatori, rispettivamente, Cesare Zavattini e Tonino Guerra, o il bellissimo La rimpatriata, ’63, dove risalta una magistrale interpretazione di Walter Chiari, critica della “buona borghesia” del periodo, che ha perso la capacità di credere alla realizzazione dei propri sogni, preferendole un comodo adattamento allo stato delle cose, pur nella difficoltà d’inserirsi propriamente nel contesto sociale.

damiano-damiani-afflato-popolare-e-impegno-ci-L-HAoFkRNel ’67 dirige Quien sabe?, tra gli apripista del cosiddetto “western politico”, scontro di diverse ideologie sullo sfondo della rivoluzione messicana, rappresentate dalle ben studiate psicologie dei protagonisti (El Chuncho/Gian Maria Volontè; Bill Tate Nino/Lou Castel; El Santo/Klaus Kinski), mentre del ’68 è il suo film più noto, Il giorno della civetta, dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, con Claudia Cardinale e Franco Nero, probabilmente la migliore resa di Damiani nel conciliare realismo, tensione narrativa e senso dello spettacolo. Seguono negli anni ’70 titoli volti ad inserirsi nel filone del “cinema civile”, che possono ritenersi confluenti tra loro: Confessioni di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica (’71), L’istruttoria è chiusa: dimentichi – Tante sbarre (‘72), Perché si uccide un magistrato ( ’74), sino a Io ho paura (’77), fra i primi film a rappresentare, sempre in un impianto da buon poliziesco, il fenomeno del terrorismo.

damiano-damiani-afflato-popolare-e-impegno-ci-L-mt8a9YDopo gli anni’70, in sintonia con la crisi del cinema italiano, che man mano s’avviava a perdere quella “sana” artigianalità, capace di conciliare autorialità creativa e l’andare incontro ai gusti del pubblico, Damiani non sempre riuscirà a colpire nel segno, per cui tra felici intuizioni (Pizza Connection, ’85, vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino o L’inchiesta, ’87, film apparentemente anomalo nella sua carriera, ma in realtà aderente alle tematiche a lui care), il suo lavoro migliore resta la prima serie de La Piovra, film tv prodotto dalla Rai (sei episodi dall’11 al 19 marzo ’84), con Michele Placido protagonista, nei panni del commissario Cattani. Qui Damiani condensa il suo stile asciutto e realista, offrendo anche in televisione una realizzazione che rappresenta, una volta per tutte, la concreta e lucida espressione di una sempre avvertita esigenza intellettuale, morale e civile, volta a raccontare ogni stortura del nostro paese.

Walter Chiari – Fino all’ultima risata

2341Ho sempre considerato Walter Chiari come una delle figure più complesse e meno comprese nell’ambito dello spettacolo italiano, probabilmente prigioniero del suo stesso straordinario eclettismo, volto a delineare, unendo tradizione e modernità, un’inedita, almeno nel nostro paese, figura di entertainer, ancora prima che d’attore propriamente detto, anche nella spesso abusata aggettivazione “comico”. Capace di sfruttare tanto una mimica non legata a precise caratteristiche fisiche, che un’esuberante interazione con il pubblico per dar vita a diversi personaggi, anche con il semplice racconto di una barzelletta, era lontano anni luce dalla classica “macchietta” e pur predominando man mano toni più malinconici, credo sia riuscito a mantenere sino all’ultimo quell’aria da ragazzo mai propriamente cresciuto, forse anche ammantata da un certo spirito goliardico.

Ricordo con piacere molti suoi sketch televisivi, alcuni ho avuto modo di rivederli o di vederli per la prima volta “da grande” (la riproposizione dei fratelli De Rege o Il Sarchiapone, entrambi con Carlo Campanini) in programmi come Storia di un altro italiano, sette puntate di Tatti Sanguineti, e man mano, appassionandomi al personaggio, ho cercato i vari film a cui ha preso parte negli anni, rimanendo colpito in particolare dalla sua interpretazione ne Il giovedì, Dino Risi, ’63, come da quella offerta in Bellissima di Visconti, ‘51 o ne La rimpatriata, ’63, Damiano Damiani, limitandomi a qualche titolo tra i tanti, per ragioni di brevità e giusto per evidenziare il già citato eclettismo, specie in presenza di valide scritture.

Alla luce di queste mie considerazioni, ho atteso con una certa curiosità, mista a prevenzione, lo ammetto, la messa in onda (Rai Uno, domenica 26 e lunedì 27 febbraio) della miniserie Walter Chiari- Fino all’ultima risata, regia e sceneggiatura (quest’ultima insieme a Luca Rossi) di Enzo Monteleone e con Alessio Boni protagonista principale (tra gli altri interpreti Bianca Guaccero, Caterina Misasi, Anna Drijver, Dajana Roncione), sperando, pur nell’ambito di un prodotto televisivo, che venisse fatta risaltare sia la complessa personalità dell’artista sia, particolare a mio avviso non secondario, il clima proprio dei vari anni in cui il nostro si trovò a calcare le scene, i mutamenti di costume, le trasformazioni in atto nella società, anche in considerazione delle note vicende legate alla droga che ne comportarono la detenzione in carcere nel ’70.

Purtroppo dopo la visione la delusione è stata cocente: non solo niente di quanto avevo sperato si è palesato sullo schermo, ma tutto si è risolto nella pur ottima interpretazione di Boni, allo stesso tempo pregio e limite della fiction, con il voler rendere alla perfezione, dalla parlata alla gestualità, in ogni minima espressione, la figura di Chiari, insistendo soprattutto sulla consueta parabola di uomo “normale”, o “comune” che dir si voglia, sopraffatto dall’improvviso successo e conseguente incapacità o spavalda incoscienza nel gestirlo.
Ecco, quindi, la solita sfilata dei vizi che affliggono gli uomini di spettacolo (cocaina, gioco d’azzardo, catalogo ragionato di belle donne) e qualche vano tentativo di redenzione (il matrimonio con Alida Chelli, la nascita del figlio Simone), con il solo risultato di banalizzarne la contraddizione uomo-artista, al’insegna del classico “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”, citando, forse a sproposito, De Andrè.

Anche nella considerazione di un prodotto tv improntato alla godibilità complessiva e alla conseguente consolazione auto assolutoria degli alti indici d’ascolto, il ricordo, la sua elaborazione, è certo qualcosa di molto complesso, che va ben al di là della pedissequa imitazione di una smorfia o di un tic o di una regia e di una sceneggiatura improntate alla mera funzionalità della messa in scena: dal cosiddetto servizio pubblico, espressione quanto mai abusata, ne convengo, è lecito pretendere di più.

Bellissima (1951)

65Bellissima è il primo passo di Luchino Visconti verso l’abbandono della strada del Neorealismo, intrapresa con Ossessione (’43) e La terra trema (’48), pur nella diversità di struttura estetica e di motivazioni. La sua scelta stilistica vira al melodramma, con teatro e cinema che coesistono e si integrano a vicenda; punto di svolta sarà Senso (’54), raffinato impasto tra visione ideologica e libera espressione del proprio gusto scenografico.

Da un soggetto di Cesare Zavattini, la sceneggiatura (Suso Cecchi D’Amico, Francesco Rosi e Visconti stesso), si incentra sulla figura di Maddalena (Anna Magnani), popolana romana, e su tutti i suoi sacrifici per far sì che la figlia Maria (Tina Apicella) possa essere ammessa ad un provino cinematografico, superarlo ed entrare a far parte del cast di un film di Blasetti. Come lei, tante madri accorse a Cinecittà, visto che la Stella Film ha indetto un vero e proprio concorso per scegliere la bimba più adatta al ruolo. Maddalena, sposata col manovale Spartaco (Gastone Renzelli), che si oppone alle sue scelte, investe tutti i suoi risparmi per iscrivere Maria ad una scuola di ballo e farle studiare recitazione con un ex attrice male in arnese, passa le ultime 50mila lire al truffaldino Annovazzi (Walter Chiari), facente parte della troupe del regista, perché “metta una buona parola”, respingendo i suoi tentativi di seduzione. Nonostante il mancato aiuto, il provino è superato, ma quando la madre di nascosto assiste alla proiezione, con la figlia spaurita che piange e i “cinematografari” in preda a risa sguaiate per la sua goffaggine, ecco cadere subitamente il velo d’illusione che si era creata, tanto da rifiutare anche il lauto ingaggio propostogli dal produttore. Ormai riconciliatasi con il marito, la vita prenderà la strada della realtà.

Bellissima è un film su un personaggio, uno splendido ritratto di donna reso palpitante e vivo dall’interpretazione della Magnani, evidenziandone le ormai spente aspirazioni che vorrebbe vedere realizzate nella figlia, per poi dover dolorosamente convenire che il miglioramento della propria condizione deve seguire altre vie, anche quelle del suo ruolo di madre, con l’apparente sconfitta che si trasforma in una vittoria morale.

L’Italia appena uscita dalla fase della ricostruzione, guarda già oltre il soddisfacimento dei bisogni più immediati, immaginando un diverso status sociale, anche attraverso il cinema, macchina dispensatrice di sogni: lo sguardo di Visconti si fa ironico e crudele (i ritratti delle ex attrici) verso un mondo che conosce bene, privo di ogni ideale, con lo stesso neorealismo visto nella sua utopia e contraddizione di riuscire a visualizzare la realtà, ma non di modificarla.

Qui la citata corrente resta sullo sfondo, nei personaggi secondari, preferendo puntare sul ritmo della storia, strutturata come una partitura musicale: lo si nota dall’ ouverture iniziale, tratta dall’Elisir d’ Amore di Donizetti, come altri temi della colonna sonora, curata da F. Mannino. Al riguardo è ancora affascinante l’idea espressa a suo tempo dal critico G. Aristarco, per cui i personaggi, facendo riferimento alla citata opera, sarebbero immersi in un sogno donizettiano, con l’estrinsecazione musicale del monologo interiore di Maddalena e Blasetti-Dulcamara il venditore d’illusioni. Un discorso attualizzabile, sostituendo il cinema con la tv e certi suoi pretestuosi talent show, con le aspettative genitoriali riversate su bimbetti scimmiottanti cantanti famosi, dismessi dello status fanciullesco della spontaneità e spensieratezza.