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Donatella (1956)

Roma, anni’50. Donatella (Elsa Martinelli), è una bella ragazza, carattere determinato e sani principi; dopo aver svolto le mansioni di commessa in un magazzino di porcellane, è al momento disoccupata, però sta frequentando un corso di stenografia, non ama stare con le mani in mano, né è il tipo che si rassegna, pur consapevole della propria umile condizione sociale.
Il papà, Augusto (Aldo Fabrizi), è un modesto rilegatore di libri, la mamma non c’è più da qualche tempo, vi sono due fratellini ed insieme a loro vive uno “zio di latte”, tassista (Virgilio Riento). Donatella ha anche un fidanzato, Guido (Walter Chiari), per quanto il rapporto fra i due non sia propriamente idilliaco, essendo l’uomo piuttosto incline ad assecondare con una certa costanza “il bene effimero della bellezza”*. Un giorno nel far ritorno a casa, a piedi, così da risparmiare i soldi del tram, la fanciulla rinviene una borsa: dai documenti riesce a risalire alla proprietaria, una facoltosa signora americana (Catherine Williams), la quale per sdebitarsi l’assume in qualità di persona di fiducia, si occuperà della villa e seguirà i suoi affari mentre lei è in viaggio. La coinvolgente giovialità di Donatella, l’istintiva spontaneità e la disarmante eleganza del portamento e dei modi faranno sì che i vari domestici ne restino conquistati, a partire dal cameriere Pasquale (Giuseppe Porelli), che le farà da pigmalione all’interno di un mondo a lei sconosciuto, ma al quale non sembra fare fatica ad adattarsi. Continua a leggere

Ritratti femminili nel cinema italiano tra emancipazione e autodeterminazione

untitledRiporto di seguito la trascrizione del mio intervento d’introduzione e commento relativo alla rassegna cinematografica “Ritratti femminili nel cinema italiano tra emancipazione e autodeterminazione”, che ha avuto luogo nei giorni 11 marzo, 18 marzo e 1° aprile presso l’ex Convento dei Minimi di Roccella Jonica (RC), evento compreso nel cartellone dei Caffè artistico-letterari 2016, organizzati dal Circolo di Lettura dell’ A.R.A.S. – Progetto Cinema e dal Comune della cittadina.
Ad entrambi rivolgo nuovamente da queste pagine i ringraziamenti per la cortese ospitalità, così come rinnovo un caloroso grazie allo staff tecnico e al pubblico presente in sala, sempre piacevolmente attento e partecipe nel corso delle presentazioni e proiezioni dei titoli proposti (Il segno di Venere, La ragazza con la pistola e Scusate se esisto!).

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Di necessità virtù

untitled“Che te magni?”
Pane”.
“E che ci metti dentro?”
Fantasia, marescià”.

Breve dialogo fra il maresciallo Antonio Carotenuto (Vittorio De Sica) e un abitante di Sagliena, immaginario paese dell’Italia centromeridionale elevato al ruolo di arcadico microcosmo, simbolo dell’Italia del dopoguerra, passata attraverso l’esperienza fascista e la lotta di liberazione, alla ricerca di una propria identità. Il film è Pane, amore e fantasia, 1953, diretto da Luigi Comencini.

Marisa Merlini e Vittorio De Sica (Wikipedia)

Marisa Merlini e Vittorio De Sica (Wikipedia)

Affiancano De Sica, indimenticabile nel ruolo di scapolo maturo e con arie da uomo di mondo, interpreti come Virgilio Riento nel ruolo di don Emidio, il parroco del paese, del quale esprime tutta la rassegnazione e il fatalismo; Gina Lollobrigida, Maria De Ritis, alias Pizzicarella la Bersagliera, segretamente innamorata del timido carabiniere Stelluti (Alberto Risso) e rappresentante un nuovo modello di donna, di ascendenze goldoniane, che si fa padrona del proprio destino; Marisa Merlini (la levatrice Annarella). Da non dimenticare poi Tina Pica (la domestica Caramella) e Maria Pia Casilio (Paoletta). Due sequel, Pane, amore e gelosia, ’54, stessi regista e attori, Pane, amore e…, ’55, regia di Dino Risi e Sophia Loren protagonista, cui si aggiunge l’indefinito Pane amore e Andalusia, ’58, di Xavier Setò.

Pane, amore e fantasia (1953)

pane-amore-e-fantasiaLuigi Comencini (1916-2007), regista e sceneggiatore, si è imposto con uno stile particolare, allontanandosi dai toni neorealisti, o mitigandoli con uno taglio suggestivamente morbido ed armonioso, avvicinandosi agli stilemi propri della cosiddetta “commedia all’italiana”.
I personaggi dei suoi film, grazie anche a valide sceneggiature, sono sempre calati nel reale, caratterizzati da varie sfaccettature, estremamente vivi e autentici.
L’estrema sensibilità si è poi esternata felicemente verso il mondo dell’infanzia, sin dal documentario Bambini in città, ’46, passando per il bellissimo sceneggiato tv Le avventure di Pinocchio ed arrivando al suo ultimo film, Marcellino, ’92.

Il grande successo di pubblico arriva nel ’53, con Pane, amore e fantasia, che si attira gli strali del mondo intellettuale e della critica, reo a dir loro di aver tradito il neorealismo: gli stessi giudizi negativi rivolti due anni prima a Renato Castellani per Due soldi di speranza, il cui plot narrativo è del resto molto simile, considerando che lo sceneggiatore, Ettore Margadonna, è lo stesso, insieme a Comencini.

A Sagliena, Italia centromeridionale, paese che ancora porta i segni della guerra, e di qualche scossa di terremoto, giunge il maresciallo Antonio Carotenuto (Vittorio De Sica), per dirigere la locale stazione dei Carabinieri. Scapolo maturo e con arie da uomo di mondo, la vita di paese sembra andargli stretta, pur se tra gli abitanti vi è chi attira la sua attenzione: la giovane Maria De Ritis (Gina Lollobrigida), detta “Pizzicarella la Bersagliera”, segretamente innamorata del timido carabiniere Stelluti (Alberto Risso), e la levatrice del paese, Annarella (Marisa Merlini), anche lei con qualcosa da nascondere. Dopo alterne e colorite vicende, sarà proprio il maresciallo a dare una svolta definitiva tanto ai propri che agli altrui problemi sentimentali.

L’immaginario paesino si eleva al ruolo di arcadico microcosmo, simbolo dell’Italia del dopoguerra, passata attraverso l’esperienza fascista e la lotta di liberazione, alla ricerca di una propria identità. Non a caso al centro del film ruotano, come elementi risolutori, le figure del maresciallo, l’autorità costituita, e di don Emidio (Virgilio Riento), il prete del paese, del quale esprime tutta la rassegnazione e il fatalismo.

Tra riprese in esterni, l’uso della presa diretta, i dialoghi in dialetto o sottolineati da vari inflessioni, il neorealismo è filtrato dai toni umoristici ed allegri propri della commedia, che avanzano prepotentemente, evidenziati da scaramucce sentimentali, sapidi battibecchi (come quelli tra De Sica e Tina Pica, la domestica Caramella) e momenti di spontanea e sincera tenerezza. Indimenticabile De Sica, più bonario padre di famiglia che impenitente dongiovanni, pronto ad arrendersi all’amore rappresentato dalla bella Annarella-Merlini, una delle nostre caratteriste più valide, nonostante il suo insistito “per me…oramai…” di fronte a chi gli paventi una probabile unione.

La “Lollo” non sarà mai più così a suo agio come nel ruolo della bella popolana, che, evolvendo il personaggio di Carmela (Maria Fiore) del citato Due soldi di speranza, ben rappresenta un nuovo modello di donna, di ascendenze goldoniane, che si fa padrona del proprio destino. Due sequel, Pane amore e gelosia, ’54, stessi regista e attori, Pane amore e…, ’55, regia di Risi e la Loren protagonista, e l’ indefinito Pane amore e Andalusia, ’58, di Xavier Setò.
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Che mangi?
Pane.
E dentro che ci metti?
Fantasia, marescià !

(Breve dialogo tra il maresciallo Carotenuto-De Sica ed un abitante di Sagliena, in una scena del film)