Archivi tag: Tonino Delli Colli

Donatella (1956)

Roma, anni’50. Donatella (Elsa Martinelli), è una bella ragazza, carattere determinato e sani principi; dopo aver svolto le mansioni di commessa in un magazzino di porcellane, è al momento disoccupata, però sta frequentando un corso di stenografia, non ama stare con le mani in mano, né è il tipo che si rassegna, pur consapevole della propria umile condizione sociale.
Il papà, Augusto (Aldo Fabrizi), è un modesto rilegatore di libri, la mamma non c’è più da qualche tempo, vi sono due fratellini ed insieme a loro vive uno “zio di latte”, tassista (Virgilio Riento). Donatella ha anche un fidanzato, Guido (Walter Chiari), per quanto il rapporto fra i due non sia propriamente idilliaco, essendo l’uomo piuttosto incline ad assecondare con una certa costanza “il bene effimero della bellezza”*. Un giorno nel far ritorno a casa, a piedi, così da risparmiare i soldi del tram, la fanciulla rinviene una borsa: dai documenti riesce a risalire alla proprietaria, una facoltosa signora americana (Catherine Williams), la quale per sdebitarsi l’assume in qualità di persona di fiducia, si occuperà della villa e seguirà i suoi affari mentre lei è in viaggio. La coinvolgente giovialità di Donatella, l’istintiva spontaneità e la disarmante eleganza del portamento e dei modi faranno sì che i vari domestici ne restino conquistati, a partire dal cameriere Pasquale (Giuseppe Porelli), che le farà da pigmalione all’interno di un mondo a lei sconosciuto, ma al quale non sembra fare fatica ad adattarsi. Continua a leggere

Poesia, lungimiranza, passione: un ricordo di Pier Paolo Pasolini

1Ritorna oggi al cinema, nelle sale aderenti all’iniziativa, Salò o le 120 Giornate di Sodoma, nel 40mo anniversario della morte del suo autore, Pier Paolo Pasolini. Restaurato dalla Cineteca di Bologna e CSC- Cineteca Nazionale, in collaborazione con Aurelio Grimaldi, presso il laboratorio L’immagine ritrovata, il film rientra nella terza stagione del progetto Il Cinema Ritrovato al Cinema, promosso dalla Cineteca di Bologna e Circuito Cinema per riportare in sala i grandi classici restaurati e ha conseguito il Premio Venezia Classici per il Miglior Film restaurato alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica . La sua proiezione sarà preceduta da un estratto dell’intervista a Pasolini realizzata da Gideon Bachmann sul set (Intervista sotto l’albero, conservata e messa a disposizione da Cinemazero, Pordenone). Contemporaneamente all’uscita cinematografica, la stessa Cineteca di Bologna ne propone la versione in dvd.

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2Antinferno. 1944-45, Italia settentrionale. Quattro autorità repubblichine, il Duca (Paolo Bonacelli), il Monsignore (Giorgio Cataldi), L’Eccellenza (Paolo Quintavalle) e il Presidente (Aldo Valletti), riunite a Salò incaricano le SS e la milizia di rapire un gruppo di ragazzi e ragazze. Dopo aver stilato tutta una serie di regolamenti, provvedono a selezionare i giovani più avvenenti, chiudendosi insieme a loro in una villa nei pressi di Marzabotto, affidandone la sorveglianza ad una squadra di soldati. Coadiuvati da tre ex prostitute e una pianista, i cui racconti delle loro esperienze postribolari dovranno servire da ispirazione, imporranno ai prigionieri una fitta sequela di violenze sessuali e psicologiche, dando vita così a tre vere e proprie cerchie infernali: il Girone delle Manie, il Girone della Merda e il Girone del Sangue. Salò o le 120 Giornate di Sodoma merita di essere ricordato, ad avviso di chi scrive, sia mettendo da parte l’ormai nota cronistoria di tutte le vicende giudiziarie cui la pellicola, uscita postuma, andò incontro, in Italia come fuori dai patri confini, sia sgombrando il campo da definizioni come “testamento filmico”. Siamo infatti di fronte in primo luogo ad un lucido e al contempo spietato atto d’accusa contro ogni forma di potere che venga a costituirsi sull’arroganza e la prevaricazione, volte entrambe ad annientare, umiliandola, la purezza, la sacralità dell’essere umano in quanto tale. Continua a leggere

Forza D’Agrò (ME): “Terre di Cinema-Incontri Internazionali sulla Fotografia Cinematografica” III Edizione

Forza D’Agrò (ME)

Forza D’Agrò (ME)

Si svolgerà dal 1° al 10 settembre, presso il convento agostiniano del borgo medievale di Forza D’Agrò (ME) la III Edizione del Festival Terre di Cinema, punto d’incontro internazionale dedicato alla cultura dell’immagine e all’arte della fotografia cinematografica, patrocinato da AIC – Associazione Italiana Autori della Fotografia Cinematografica (dal 1956 rappresenta i più importanti direttori della fotografia del nostro cinema), su direzione artistica di Vincenzo Condorelli (AIC) e con la presenza costante di Luciano Tovoli (AIC, ASC).
Avvalendosi di molteplici strumenti per promuovere la qualità della fotografia, svelandone ricchezza e complessità, in particolare riguardo il lavoro sul set, la kermesse intende proporre un approccio articolato, così da poter soddisfare le curiosità del grande pubblico e le domande degli appassionati, ma anche le approfondite conoscenze dei più esperti.

Reha Erdem

Reha Erdem

Cuore del Festival, il Cinecampus Internazionale formato dagli allievi di alcune fra le migliori scuole di cinema d’Europa e del Mediterraneo, a partire dal Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Novità di quest’anno, la previsione di una rassegna competitiva, la New Cinematographers Showcase (2- 6 settembre), volta a presentare le opere di alcuni dei più talentuosi direttori della fotografia internazionali, i quali terranno masterclass tematiche e si contenderanno il premio New Cinematographers Award.
I film selezionati si sono distinti nei più prestigiosi festival internazionali, come, fra i tanti, Jîn, realizzazione di uno dei maggiori registi turchi contemporanei, Reha Erdem, proiettato in anteprima nazionale, e l’opera prima del direttore della fotografia Emil Christov, The Color of the Chameleon, presentata al Festival di Toronto 2012.

Ran Tal

Ran Tal

Altra novità, un focus sulle cinematografie del panorama mondiale, dedicato ad Israele ed organizzato in collaborazione con Pitigliani Kolno’a Festival, il Festival del Cinema Ebraico di Roma.
Il Focus On Israele (1-2 settembre) vedrà, fra gli altri, la presenza di Asaf Sudry, direttore della fotografia di La sposa promessa, film diretto da Rama Burshtein, presentato in anteprima mondiale, in concorso, alla 69ma Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia, dove Hadas Yaron ha vinto la Coppa Volpi per la miglior attrice protagonista.
Altra partecipazione di prestigio sarà quella del direttore della fotografia Daniel Kedem, per l’anteprima italiana di The garden of Eden, documentario del regista Ran Tal.

Giorgia Farina

Giorgia Farina

La sezione Italian New Waves (7-8 settembre) incentrata sulle opere prime italiane, approfondirà uno dei più affascinanti aspetti che caratterizzano il mestiere del direttore della fotografia: la relazione fra la sua figura e quella del regista, degli attori e della troupe.
Tra gli ospiti il regista Toni Trupia, l’attore Francesco Scianna e il direttore della fotografia Arnaldo Catinari (AIC) per Itaker – Vietato agli Italiani, protagonisti dell’incontro con il pubblico che seguirà alla proiezione.
Giorgia Farina, candidata al David di Donatello 2013 come migliore regista esordiente per Amiche da morire, sarà presente con il cast tutto al femminile (Claudia Gerini, Cristiana Capotondi, Sabrina Impacciatore), ed il direttore della fotografia Maurizio Calvesi (AIC).

Luciano Tovoli

Luciano Tovoli

In chiusura, Master of the lights (9-10 settembre), un tributo a Luciano Tovoli (AIC, ASC), Tonino Delli Colli (AIC, ASC) e Franco Delli Colli (AIC), tre maestri della fotografia cinematografica italiana, che hanno segnato con la loro arte la storia del cinema mondiale.
Il primo sarà fra gli ospiti d’onore e presenterà al pubblico Diario di un maestro (’72, diretto da Vittorio De Seta, di cui ha firmato la fotografia), così come Stefano Delli Colli, figlio di Tonino, direttore di Quotidiano Energia, e Laura Delli Colli, presidente del Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani, figlia di Franco e nipote di Tonino Delli Colli.

Tutte le proiezioni sono gratuite e aperte al pubblico.
Informazioni su incontri, proiezioni, orari: http://terredicinema.com/

C’era una volta in America (Director’s Cut)

cera-una-volta-in-america-directors-cut-L-pcixHRC’era una volta un regista, Sergio Leone, capace di prenderti per mano e portarti con sé, riuscendo, senza alcuna forzatura, a farti entrare nel suo mondo, costruito ed idealizzato a misura cinematografica, ricco certo di varie influenze, ma adattato alla propria visione delle cose, nella cinica consapevolezza di come va il mondo.
Ti faceva credere che ciò che vedevi sullo schermo fosse il “vero” western, perché appariva quanto immaginato quando con i tuoi amici si giocava “a fare i cowboys”… Sparatorie cruente ed eroi immortali, pronti a rialzarsi (sorpresa!) anche se colpiti al cuore dalle pallottole di un fucile e nella mente dalla nenia di un carillon o, ancora, persi nel miraggio folle di una facile ricchezza, intenti ad una caccia al tesoro mentre impazza la Guerra Civile.
E come dimenticare l’ eguale respiro epico nel narrare contemporaneamente l’epopea del West e il suo tramonto, o la visualizzazione di quanto detto da Mao, “la rivoluzione non è un pranzo di gala”…

cera-una-volta-in-america-directors-cut-L-wZvO7ROra, grazie ad un benemerito lavoro di rimontaggio del suo capolavoro-testamento datato 1984, C’era una volta in America (sei scene inedite), voluto dalla famiglia e realizzato grazie, tra gli altri, alla Cineteca di Bologna, per la conseguente riedizione in sale selezionate, è sempre lui a rammentarci che, in un tempo neanche tanto lontano, esisteva un certo tipo di cinema, capace di sognare in grande e di restituirti il sogno con gli interessi, tra sicuro mestiere e sana artigianalità. Ispirato al romanzo autobiografico The Hoods (da noi A mano armata) di Harry Grey (pseudonimo di David Aaronson), il film può vantare una sceneggiatura piuttosto ardita, alla cui stesura partecipò lo stesso regista, opera di “mostri sacri” quali Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Enrico Medioli e Franco Ferrini, capace di lavorare su diversi piani temporali ( 1922-1933-1968) senza seguirne la naturale scansione, alternandoli e riuscendo a comporre un affascinante unico fluire, lirico ancora prima che epico.

Robert De Niro

Robert De Niro

Viene così offerta a Leone, alla sua indubbia abilità registica, la possibilità di focalizzare la propria idea del classico “sogno americano”, un gangster movie connotato dal forte contrasto tra toni fiabeschi ed una realtà dura, sanguigna, estremamente violenta, come evidenziato ulteriormente dalla dolcezza della musica di Ennio Morricone in contrapposizione alla cupa fotografia di Tonino Delli Colli: l’ascesa di un gruppo di ragazzi cresciuti nel quartiere ebraico di New York, che hanno le loro guide in Noodles e Max (Robert De Niro e James Woods, una volta adulti), la “evoluzione” dai piccoli furti alle rapine in grande stile e agli omicidi che gli permetteranno di creare una vera e propria società in pieno Proibizionismo, anche se le loro strade si separeranno, per ricongiungersi definitivamente, nell’illusione di un’amicizia che li vedrà ancora uniti, almeno nel rimpianto e nella consapevolezza di una sofferenza che, per entrambi, non finirà mai.

Elizabeth McGovern e Robert De Niro

Elizabeth McGovern e Robert De Niro

In mezzo, l’amore idolatrato, sin da ragazzo, di Noodles per Deborah (Elizabeth McGovern), la quale crede fermamente nella possibilità che si realizzi il proprio sogno, insudiciato da un uomo che confonde l’amore con il possesso, capace, nell’impossibilità di comprendere ed accettare un rifiuto, di passare dal tenero romanticismo (l’intero ristorante prenotato ed allestito appositamente per il loro incontro) alla violenza più sordida ed incomprensibile (lo stupro in auto, ancora oggi un pugno nello stomaco): C’era una volta in America ha la sua forza stilistica ed espressiva proprio in questi contrasti tra sequenze particolarmente commoventi (l’assassinio di Dominic, che muore sussurrando “Sono inciampato”), giocate anche sul filo di una particolare ironia (splendido il tuffarsi di Patsy, ancora ragazzino, sul dolcetto alla panna che doveva servirgli a far sì che la coetanea Peggy gli concedesse le sue grazie), ed altre, per l’ appunto, piuttosto crude, per quanto necessarie nel delineare la psicologia dei personaggi.

James Woods

James Woods

A questo riguardo, sottolineando la bravura di Woods nel far risaltare il cinismo opportunista di Max, nell’apparenza estremamente conviviale, la sua capacità d’adattarsi ad ogni evento, imprevisti compresi, senza guardare troppo per il sottile, risulta difficile non riconoscere nel Noodles interpretato con rara misura da De Niro, sino all’identificazione più pura e completa, violento ma con una sua morale di fondo, quasi ingenuo nel suo approcciarsi alla vita, tra disillusione, disincanto e macabra ironia, lo stesso Leone. Siamo di fronte ad un’ opera, ora compiutamente definitiva, che, tra pregi e difetti, non può lasciare indifferenti, anche grazie alle suddette superbe interpretazioni, mantenendo inalterato il suo fascino ipnotico, per un viaggio nel tempo dal sapore onirico (la circolarità dell’intera vicenda, nella coincidenza tra sequenza iniziale e finale).

"Sono inciampato"

“Sono inciampato”

Il lascito di Leone è volto ad assicurare, più che la propria immortalità, quella del cinema stesso, grazie ad una simbiosi tra limpidezza dello sguardo e magica sospensione temporale, per cui tutto sembra accadere ora, con vita e finzione a mescolarsi tra loro, come uno spettacolo d’ ombre cinesi: in fondo, “siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni” e l’ambiguo sorriso di Noodles in chiusura sarà sempre lì a ricordarcelo.

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C’era una volta Sergio Leone: “La trilogia del dollaro”

Il seguente articolo, già pubblicato su  Storia dei film, rappresenta un approfondimento di quanto da me scritto negli anni scorsi riguardo le singole pellicole rientranti nell’ideale Trilogia del dollaro: considerando l’attuale proposizione su Rete 4 di un ciclo dedicato a Sergio Leone e la presentazione al Festival di Cannes, che si sta svolgendo in questi giorni, della versione restaurata del suo capolavoro C’era una volta in America, ho pensato potesse fare piacere ai tanti estimatori del grande regista, come lo scrivente, ripercorrere insieme le iniziali tappe della sua filmografia. ***************************************************************************

Sergio Leone

Sergio Leone

Nell’ormai lontano 1989, a soli 60 anni, ci lasciava uno dei più grandi autori del cinema italiano, Sergio Leone, il cui nome inizia a risuonare, forte e secco come lo sparo di una Colt, nel 1964, anno d’apparizione del suo primo film western, Per un pugno di dollari, girato con lo pseudonimo di Bob Robertson, letteralmente “Roberto figlio di Roberti”, omaggio al padre Vincenzo Leone, regista ai tempi del muto, noto come Roberto Roberti; non si era certo di fronte ad un esordiente, visto la lunga e sofferta carriera come aiuto regista, assistente alla regia (Quo vadis, ’51, Melvin le Roy) e autore di soggetti (Nel segno di Roma, ’58, Guido Brignone), riuscendo solo nel 1960 a dirigere Il colosso di Rodi, rutilante peplum che si differenziava da similari produzioni dell’epoca per mettere in campo una già notevole padronanza tecnica, insieme a quell’innato gusto per lo spettacolo che saranno connotazioni costanti della sua produzione, sino all’ultima realizzazione e capolavoro assoluto, C’era una volta in America, ‘84.

ffFolgorato dalla visione di Yojimbo,’61, di Akira Kurosawa, con altri sceneggiatori (tra i quali Duccio Tessari, Fernando Di Leo e Tonino Valeri) ne trasse ispirazione (noncurante dei problemi legali relativi ai diritti d’ autore) per una storia alquanto semplice: un pistolero taciturno e solitario (tale Clint Eastwood, 34enne attore per lo più televisivo, al suo esordio come protagonista assoluto), praticamente senza nome, anche se il becchino lo chiamerà Joe, giunge a San Miguel, paese al confine tra Messico e USA, dove due famiglie, i Rojo e i Baxter lottano per il controllo sul contrabbando di alcool e armi; qui darà vita a un doppio gioco al fine di mettere i clan l’uno contro l’altro, in modo che si eliminino a vicenda, ma uno dei Rojo scoprirà il piano e il nostro verrà catturato e torturato; riuscito a fuggire, attenderà che i Rojo uccidano i Baxter e gli altri componenti della banda, per poter attuare la sua vendetta, in un mitico duello finale dove riuscirà a farli fuori tutti, compreso il brutale Ramon (uno straordinario Gian Maria Volontè, “John Wells” sui manifesti dell’epoca, nell’insolito ruolo di vilain). Continua a leggere

Il Vangelo secondo Matteo (1964)

142746Dedicato “alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII”, Il Vangelo secondo Matteo, scritto e diretto Pier Paolo Pasolini, uno dei più lucidi ed illuminati intellettuali del Novecento, resta ancora oggi, a circa quarantacinque anni dalla sua presentazione alla 25ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (dove ottenne il Leone d’Argento e fu oggetto di critiche anche violente dopo la proiezione), uno dei pochi film ad autentica ispirazione religiosa; ateo e marxista, Pasolini si accosta al tema del sacro con distaccato rispetto, attuando un’innovativa visualizzazione del testo di Matteo, dove la spiritualità si interseca con la violenza e la “brutalità” del messaggio nuovo del Vangelo, che si staglia sullo schermo in tutta la sua purezza ed integrità, senza cedere alla spettacolarizzazione ed alla facile oleografia dogmatica.

Girato in gran parte nel Sud Italia, con location a Barile, Le Castella, Matera, Massafra, visto che, a detta del regista, la Palestina sembrava ormai aver perso la sua originaria primitività, con attori non professionisti e comparse scelte tra la popolazione locale, il film narra fedelmente la vita di Gesù (Enrique Irazoqui), dall’annuncio della nascita sino alla morte e resurrezione, mettendone in risalto tutta la sua umanità e contraddittorietà di uomo tra gli uomini, fiero e combattivo. La macchina da presa procede a sbalzi, ora seguendo a distanza i discorsi di Gesù, quasi una presa diretta in stile documentaristico, ora avvicinandosi a scrutare i volti della povera gente, i loro sguardi, a sottolineare tutta l’incredulità e la rassegnazione di chi vede nella speranza l’unica forma di lotta possibile. Si sofferma poi in primissimo piano sulla fissità ottusamente ieratica delle classi sacerdotali dominanti, restie a comprendere la novità del messaggio del sacro che scende sulla terra, idoneo a materializzarsi in una dimensione inedita, abbandonando le forme di mera e demistificata dottrina.
Infine portata a spalla segue, in stile cine veritè, i processi cui viene sottoposto Gesù.

Notevole è anche l’alternanza tra sequenze parlate e altre del tutto mute, contornate da silente estasi (il primo piano di Maria giovane, incinta) o sofferti turbamenti d’animo (la notte nel Getsemani, la morte di Giuda, il rinnegamento di Pietro) o di straziante dolore (la lenta salita al Calvario, con la disperazione di Maria, interpretata da Susanna Pasolini, madre del regista, alla vista del figlio inchiodato sul legno): il tutto sottolineato da un’incredibile, straniante, commento musicale (coordinato da Luis Enríquez Bacalov), che mescola Bach, Mozart, spirituals e blues afroamericani. Film dal grande fascino visivo, intriso di poesia e del gusto pittorico del regista, esaltato dalla fotografia in bianco e nero di Tonino Delli Colli e dai costumi di Danilo Donati, ispirati appunto alla pittura del Quattrocento (Piero della Francesca in particolare), ci offre l’immagine di un Gesù divinizzato ma non divino, come molti uomini conscio della necessità e dell’utopia del suo messaggio che anche in punto di morte, affidata l’anima a Dio fra gli spasimi e i tormenti, non può fare a meno di urlare il suo dolore ad un’umanità sempre più scettica e smarrita.