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Questione di karma

Roma, oggi. Giacomo (Fabio De Luigi) è un 50enne (o giù di lì) la cui vita è stata segnata da un grave trauma subito all’età di 4 anni: ha visto il padre, proprietario di una ditta produttrice di matite ed articoli di cancelleria, suicidarsi gettandosi dalla finestra del suo studio. La madre Caterina (Stefania Sandrelli) sposò in seguito Fabrizio (Eros Pagni), che si adoperò per gestire al meglio l’azienda, della quale a Giacomo non sembra interessare molto, dedito com’è allo studio della storia delle religioni orientali, alla ricerca continua di una risposta al perché dell’estremo gesto paterno, lasciando appunto che siano il patrigno e la sorellastra Ginevra (Isabella Ragonese) ad occuparsene.
Un giorno, nel leggere un libro sulla reincarnazione ad opera dell’esoterista Ludovico Stern (Philippe Leroy), Giacomo arriva a convincersi che l’anima dell’amato genitore possa essere ospitata nel corpo di un altro essere vivente.
Non resta che far visita all’eminente studioso, ritiratosi a vita privata in un isolato paesello, così da chiedere lumi se una tale  eventualità si sia verificata; Stern, per quanto infastidito e con fare scostante, lo indirizza verso tale Mario Pitagora (Elio Germano), un individuo alquanto truffaldino, carico di debiti, sposato e padre di due bambini, anche se la consorte è in procinto di lasciarlo.
L’incontro fra il rintronato giuggiolone e lo scaltro maneggione darà presto i suoi frutti, inizialmente solo a quest’ultimo, in attesa che il karma faccia il suo corso… Continua a leggere

Festival del Film Locarno, al via la 69ma edizione

LOC63-pardo-3-POS-CMYK-coated“Dedico a Michael Cimino e Abbas Kiarostami quest’edizione.
Non solo come ringraziamento per le emozioni che hanno regalato al pubblico del Festival, ma anche perché rappresentano quel cinema che a Locarno è di casa. Cinema che legge la realtà e la trasfigura, cinema che non ha paura di pensarsi grande anche quando affronta storie che piccole non sono mai, cinema che usa tutta la scala di tonalità, dal campo largo al primissimo piano.
Cinema che arriva come un soffio di vento e ti porta via con sé.
A dispetto della sua complessa macchina, delle tante persone coinvolte e delle importanti risorse messe in campo, a dispetto della sua età, il Festival di Locarno vuole mantenersi leggero come un alito di vento. Come il vento ha l’ambizione di scavalcare frontiere trasportando sapori e profumi che investono prima di comprenderne la provenienza”.
Così Carlo Chatrian, direttore artistico del Festival del Film Locarno, si è espresso nel presentare la 69ma edizione della kermesse cinematografica svizzera, che prende il via oggi, mercoledì 3 agosto, dopo le due serate di preapertura (Aspettando il Festival) che si sono svolte ieri, martedì 2 agosto, con la proiezione del film Gotthard (Urs Egger), in anteprima mondiale, e la scorsa domenica, 31 luglio, quando in omaggio a Bud Spencer è stato proiettato Lo chiamavano Trinità (E.B. Clucher, 1970). Continua a leggere

Milano, MIC-Museo Interattivo del Cinema: “Stefania Sandrelli, seducente, sempre”

Stefania Sandrelli

Stefania Sandrelli

Dal 2 al 28 agosto a Milano, presso il MIC – Museo Interattivo del Cinema, Fondazione Cineteca Italiana presenterà Stefania Sandrelli, seducente, sempre, un omaggio a una delle più amate attrici italiane che proprio quest’anno ha festeggiato i 55 anni di carriera. Dopo l’irruzione sul grande schermo, a soli 15 anni, in Divorzio all’italiana (1961, Pietro Germi), che seguì ad alcune piccole parti nei coevi Gioventù di notte (Mario Sequi) e Il federale (Luciano Salce), la Sandrelli ha interpretato una grande varietà di personaggi, mostrandosi a suo agio tanto nel cinema d’autore quanto in quello popolare, in ruoli tragici come in altri più leggeri, ponendo la sua arte al servizio di maestri quali Mario Monicelli, Ettore Scola, Pietro Germi, Carlo Lizzani, Margaret von Trotta, Bernardo Bertolucci, Claude Chabrol e Manoel de Oliveira, lavorando a fianco di Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Jean-Paul Belmondo, Robert De Niro, Vittorio Gassman, Gérard Depardieu e Jean-Louis Trintignant. Una donna e un’attrice dalla soave grazia, particolare congiunzione di sensualità e semplicità, disinvolta ironia ed amarezza, sensibilità ed ironia, quest’ultima rivolta anche, se non soprattutto, nei confronti di se stessa. Ecco perché, a prescindere dai set che ha calcato e i colleghi con cui ha lavorato, in virtù delle suddette caratteristiche, la Sandrelli può considerarsi una vera diva popolare, nel significato più alto e genuino del termine. Continua a leggere

Locarno 69: omaggio a Stefania Sandrelli

Stefania Sandrelli

Stefania Sandrelli

Il Festival del Film Locarno (69ma edizione, 3-13 agosto) renderà omaggio a Stefania Sandrelli, consegnandole in Piazza Grande, venerdì 5 agosto, il Leopard Club Award 2016, premio che, intitolato all’Associazione di sostegno del Festival, rende omaggio a una grande personalità del cinema la quale attraverso il suo lavoro sia riuscita a segnare l’immaginario collettivo.
Fra i premiati delle scorse edizioni vi sono Faye Dunaway (2013), Mia Farrow (2014) e Andy Garcia (2015). L’omaggio sarà accompagnato dalla proiezione del film Il conformista di Bernardo Bertolucci e da una conversazione con il pubblico; protagonista della grande stagione del cinema italiano e non solo, Stefania Sandrelli, che proprio quest’anno ha festeggiato i 55 anni di carriera, ha lavorato a fianco di Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni, Jean-Paul Belmondo, Robert De Niro, Vittorio Gassman, Gérard Depardieu e Jean-Louis Trintignant.
Dopo l’irruzione sul grande schermo, a soli 15 anni, in Divorzio all’italiana (1961, Pietro Germi), che seguì ad alcune piccole parti nei coevi Gioventù di notte (Mario Sequi) e Il federale (Luciano Salce), ha interpretato una grande varietà di personaggi, mostrandosi a suo agio tanto nel cinema d’autore quanto in quello popolare, in ruoli tragici come in altri più leggeri, ponendo la sua arte al servizio di maestri quali Mario Monicelli, Ettore Scola, Pietro Germi, Carlo Lizzani, Margaret von Trotta, Bernardo Bertolucci, Claude Chabrol e Manoel de Oliveira. Continua a leggere

Nastro d’Oro a Stefania Sandrelli

Stefania Sandrelli

Stefania Sandrelli

Assegnandole un Nastro d’Oro, conferito nella storia del Premio solo altre cinque volte (Sophia Loren, Alberto Sordi, Michelangelo Antonioni in occasione dei 50 anni dei Nastri; Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo per il loro successo internazionale), i Giornalisti Cinematografici Italiani festeggeranno a Roma, martedì prossimo, 31 maggio, Stefania Sandrelli, 55 anni di carriera, un’attrice i cui personaggi interpretati hanno sempre trovato buon albergo nel cuore del pubblico, ancora prima dell’attenzione che le è stata rivolta dalla stampa specializzata.
Un omaggio davvero speciale nella serata evento dedicata al 70mo compleanno dei Nastri d’Argento e del SNGCI.

La Passione

44La Passione di Carlo Mazzacurati è un film in cui risalta, più che il tono autobiografico e metacinematografico, un’estrema libertà di fondo, il non seguire schemi predefiniti,senza alcun compiacimento o autocompiacimento, con una regia sobria e sciolta, attenta ai particolari e alla direzione dei vari protagonisti.

Questi risultano tutti efficaci, più il candido Giuseppe Battiston che il loser Silvio Orlando, passando per il guitto Paolo Guzzanti, volutamente sopra le righe, Kasia Smutniak dolcemente malinconica, Cristiana Capotondi supponente divetta, e finendo con i sottilmente perfidi Stefania Sandrelli e Marco Messeri. Una certa disomogeneità di fondo, qualche imperfezione e contraddizione, si perdonano volentieri in nome dell’estrema sincerità di cui l’intera opera è permeata.

La sceneggiatura a più mani (lo stesso regista, Umberto Contarello, Doriana Leondeff, Marco Pettenello) si incentra sulla figura del 50enne regista Gianni Dubois (Orlando), in pieno vuoto creativo, da cinque anni non dirige un film, con la paura di non riuscire a concepire una storia che possa conciliare le sue esigenze autoriali, la sua libertà artistica, con i mutati e mutevoli gusti del pubblico, ormai assuefatto allo stile delle fiction tv. Infatti il suo agente lo pressa con continue telefonate, per imporgli tale Flaminia Sbarbato (Capotondi) protagonista di una serie televisiva di successo, che vorrebbe fare il grande salto verso il cinema. Inoltre, è costretto a partire per Fiorano, in Toscana: dal suo appartamento un’infiltrazione d’acqua ha rovinato il dipinto del ‘500 che si trova nella chiesetta sottostante e tutto il paese, dal sindaco (Sandrelli), ad un assessore (Messeri) è contro di lui, tanto che viene minacciato di denuncia alle Belle Arti, con grave danno alla sua immagine di artista impegnato, a meno che non si impegni a mettere in scena, in vista del Venerdì Santo, la Passione di Cristo. Messo alle strette, Dubois trova conforto, ed ispirazione, nella semplicità di una barista di origine polacca (Smutniak) e nell’aiuto inaspettato di un ex galeotto, Ramiro (Battiston), conosciuto durante un corso di recitazione in carcere, improvvisato attore di strada che l’aiuta a mettere su la compagnia. Cristo sarà interpretato dal meteorologo di una tv locale, con arie da grande attore (Guzzanti).La rappresentazione incontrerà vari inconvenienti, con colpo di scena finale.

Se l’avvio appare volto ad una comicità grottesca e caricaturale, giocando sugli scontri, anche ideologici, tra Dubois, il suo agente, la diva tv, gli amministratori e i cittadini, ad un certo punto l’ umorismo si fa surreale e venato di malinconia, e prende vita, con la messa in scena della Passione, una dolente metafora dello stato attuale del nostro paese, interrogandosi, tra l’altro, sul ruolo che l’ Arte, intesa in senso ampio, possa assumere a livello di potere salvifico. Risalta così maggiormente lo squallore di un potere ricattatore, che usa la creatività altrui per fini personali e il regista intellettuale che non riesce a comprendere e a descrivere la realtà in cui viviamo, acquista nuova dimensione nella corrispondenza espiatoria con il “povero Cristo”, il buon Emidio che ha sostituto in extremis l’attore principale, fuori parte nell’aspetto esteriore, ma non come purezza di sentimenti, idealismo e coerente, consapevole, volontà di “andare contro”.

Infine, ecco il pubblico che assiste compunto, ma pronto a risa sguaiate al minimo errore o inconveniente, richiamato dall’urlo di uno degli improvvisati attori, che gli fa notare il duro lavoro affrontato. Vi è qualche affinità con La ricotta di Pasolini, ma mentre Stracci, figura Christi, doveva morire “per ricordarci di essere vivo”, qui “nessuno è indispensabile, anche Gesù può essere sostituito”, mettendo in luce la necessità di “un qualcuno” che salga sulla croce, sacrificandosi ed immedesimandosi nei problemi altrui, assumendosi la responsabilità di metterci di fronte alla pericolosa deriva sociale, morale e culturale in atto.

Divorzio all’italiana (1962)

43Come ho già scritto in altri articoli dedicati ai suoi film, Pietro Germi è un regista ancora in attesa di una sincera e cosciente riscoperta, ponendo fine a quella distanza con la critica dovuta, scelte ideologiche a parte, sia al suo carattere scontroso che al non seguire i consueti canoni estetici.
Preferiva infatti cimentarsi di volta in volta in generi diversi, seguendo estro ed intuito, sempre con mano ferma e grande capacità inventiva.

Nel 1962, con Divorzio all’italiana la sua verve moralista, la denuncia sociale e i toni polemici traslocano nella commedia, comprendendo che se ne potevano sfruttare le possibilità che forniva, eludere la censura (siamo in epoca democristiana) affrontando temi quali il divorzio e il “delitto d’onore”, al tempo previsto nel codice penale, e andare incontro al grande pubblico, caratterizzando il tutto con un sarcasmo acre e pungente; Agromonte, Sicilia: il barone Fefè Cefalù (Marcello Mastroianni) vive in un antico palazzo con la moglie Rosalia (Daniela Rocca), petulante ed ossessiva, i genitori, e alcuni parenti che ne occupano un’ala, in seguito ad alcune dissolutezze economiche del padre. Invaghitosi, ricambiato, della cugina 16enne Angela (Stefania Sandrelli), ordisce un astuto piano: spingere la moglie nelle braccia di un ex spasimante (Leopoldo Trieste), coglierli in flagrante adulterio e ucciderli, avvalendosi poi delle attenuanti previste dal codice per “il delitto d’onore” e coronare il suo sogno d’amore; pur tra varie complicazioni, tutto andrà secondo le previsioni, ma Fefè avrà ben poco da stare tranquillo riguardo la fedeltà della giovane moglie…

La vivace regia di Germi sfrutta a dovere una sceneggiatura (opera di Ennio de Concini e Alfredo Giannetti, oltre che dello stesso regista), premio Oscar 1963, ricca di trovate divertenti e argute sottolineature sulla mentalità propria dell’isola e del meridione in generale, con l’immaginario paese di Agromonte simbolo di tanti paesi del Sud: la lentezza e la mollezza della vita di provincia, l’arretratezza dei costumi aggravata da un’imposizione culturale e politica particolarmente forte (l’invito del parroco, con un raffinato gioco di parole, a votare Dc; lo “scandalo” e il clamore suscitati dalla proiezione de La dolce vita ) vengono trattati con toni in costante equilibrio tra il pamphlet, il grottesco e la commedia di costume, emergendo a volte un clima da farsa che spinge sin troppo sui toni caricaturali, pur partendo da una situazione reale o quantomeno verosimile.

Superba l’interpretazione di Mastroianni, che capovolge il ruolo del Bell’Antonio di qualche anno prima (Bolognini, dal romanzo di Brancati), abbandona le sue pose malinconiche di laconico seduttore e, camaleontico, si trasforma in un pigro possidente, indolente sin dallo sguardo, ma pronto ad ogni machiavellica astuzia e con tic in crescendo, senza dimenticare la Rocca, attrice avvenente ma qui trasformata, sempre in nome dello stereotipo (enormi sopracciglia, peluria sul labbro), il mai troppo compianto Trieste, e la giovanissima Sandrelli, maliziosa e seducente.