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Donatella (1956)

Roma, anni’50. Donatella (Elsa Martinelli), è una bella ragazza, carattere determinato e sani principi; dopo aver svolto le mansioni di commessa in un magazzino di porcellane, è al momento disoccupata, però sta frequentando un corso di stenografia, non ama stare con le mani in mano, né è il tipo che si rassegna, pur consapevole della propria umile condizione sociale.
Il papà, Augusto (Aldo Fabrizi), è un modesto rilegatore di libri, la mamma non c’è più da qualche tempo, vi sono due fratellini ed insieme a loro vive uno “zio di latte”, tassista (Virgilio Riento). Donatella ha anche un fidanzato, Guido (Walter Chiari), per quanto il rapporto fra i due non sia propriamente idilliaco, essendo l’uomo piuttosto incline ad assecondare con una certa costanza “il bene effimero della bellezza”*. Un giorno nel far ritorno a casa, a piedi, così da risparmiare i soldi del tram, la fanciulla rinviene una borsa: dai documenti riesce a risalire alla proprietaria, una facoltosa signora americana (Catherine Williams), la quale per sdebitarsi l’assume in qualità di persona di fiducia, si occuperà della villa e seguirà i suoi affari mentre lei è in viaggio. La coinvolgente giovialità di Donatella, l’istintiva spontaneità e la disarmante eleganza del portamento e dei modi faranno sì che i vari domestici ne restino conquistati, a partire dal cameriere Pasquale (Giuseppe Porelli), che le farà da pigmalione all’interno di un mondo a lei sconosciuto, ma al quale non sembra fare fatica ad adattarsi. Continua a leggere

Estratto di nascita

“Ormai hai 21 anni, è tempo che tu sappia di chi sei figlio”.

Alberto Sordi

Alberto Sordi

La risposta di Nando Mericoni (Alberto Sordi) al secondo pernacchione elargitogli da uno spettatore in sala durante la sua esibizione nei panni di Santi Byron, Gene Kelly de’ noantri , sul palco di un teatro di borgata.
Il film è Un americano a Roma, regia di Steno, Stefano Vanzina, anche tra gli autori della sceneggiatura insieme a Sordi, Lucio Fulci, Ettore Scola, Sandro Continenza. Ancora oggi la battuta, pur se spesso passa in secondo piano rispetto alla scena del “maccarone provocatore”, può considerarsi un piccolo capolavoro d’artificio linguistico per aggirare la censura del tempo.

Il vedovo (1959)

il-vedovo-1959-L-NIWWDZMilano. Il commendatore Alberto Nardi (A. Sordi), proprietario di una fabbrica d’ascensori che non naviga in floride acque, vive al’ombra (e sulle spalle) della consorte Elvira (Franca Valeri), abile invece nell’amministrare il proprio consistente patrimonio e gestirlo in varie attività, oltre a godere di un certo prestigio imprenditoriale.
Stanca di rimediare agli errori del marito (l’affetto coniugale è monetizzato in 70 milioni, elargiti in cinque anni di matrimonio), la donna rifiuta la firma che consentirebbe al suo “cretinetti” di ottenere il finanziamento dalla banca, utile per avere un po’ di respiro, oberato com’è da cambiali e scadenze, visto che il gioco dell’imprenditore navigato prevede anche il mantenimento dell’amante Gioia (Leonora Ruffo) e relativa famiglia (la madre e due sorelle).
Sopraggiunge in tempo utile un incidente ferroviario in cui è coinvolta l’amata Elvira, data per morta, per cui, soffocando il dolore, il nostro ora può pensare in grande, ma il destino gioca strani scherzi e non ammette intermediari …

Alberto Sordi e Franca Valeri

Alberto Sordi e Franca Valeri

Diretto da Dino Risi, anche sceneggiatore ( insieme a Rodolfo Sonego, Fabio Carpi, Dino Verde e Sandro Continenza), Il vedovo è un film che rappresenta l’incontro, nell’ambito della commedia all’italiana, tra un’attenta, graffiante, satira di costume e l’ humour nero, cinico sino al midollo, di derivazione britannica, una mediazione non sempre riuscita in tutto l’arco della narrazione, lambendo i confini della farsa, ma complessivamente valida, vuoi per l’abile regia, vuoi per le ottime interpretazioni attoriali, proprie di tutto il cast.
Risi concretizza la sua capacità, espressa a livello antropologico, di rappresentare le contraddizioni dell’Italia in preda all’euforia del boom economico, dove l’elemento affettivo dei rapporti umani inizia ad essere oggetto di mercificazione, alla stregua di qualsiasi bene materiale.
Viene quindi rappresentata la contrapposizione tra una “spontaneità” imprenditoriale arrivista, immorale, riproposizione dell’ antica arte d’arrangiarsi, ed una mentalità freddamente industriale, che non le è da meno, ma vincente, in quanto coerente con i nuovi valori e i mutati comportamenti sociali in atto, tra accumulo di ricchezza ed ostentazione di sicurezza finanziaria.

Sordi e Leonora Ruffo

Sordi e Leonora Ruffo

Il regista asseconda toni grotteschi e caricaturali, ora pessimistici, ora sarcastici, ben sostenuto da Sordi, abile nel rappresentare la figura di un uomo moralmente meschino, vittima della sua megalomania ed incapace di venire a patti con se stesso, riconoscendo i propri limiti ed errori.
E’ una figura maschile certo debole, a cui fanno buona compagnia il marchese Stucchi, collaboratore affettuosamente servile, già all’epoca figura di gentiluomo d’altri tempi, in lotta tra moralità e sopravvivenza (un pregevole Livio Lorenzon), lo zio (Nando Bruno), il primo finanziatore, che gli fa d’ autista, per finire con l’inetto ingegnere tedesco Fritzmayer (Enzo Petito), tutti messi in ombra ben presto dalle interpreti femminili. La splendida Elvira/Valeri, occhi gelidi e ghigno beffardo, personalità da vendere e gran senso pratico, Gioia/Ruffo, amante in carriera la cui apparente ingenuità è integrata a dovere dalla scaltra avvedutezza della madre (Nanda Primavera), sono personaggi che denotano una notevole attenzione nella definizione delle loro diverse caratteristiche, già in fase di scrittura, intuizione concreta capace di offrire sapidi ritratti, andando al di là delle consuete caratterizzazioni.

Sordi e Livio Lorenzon

Sordi e Livio Lorenzon

Difficile dimenticare, o non apprezzare ancora oggi, varie scene (il piano sequenza iniziale, la narrazione del sogno di Alberto a Stucchi, la morte della moglie, cui fa da efficace contraltare il cinico finale; il ritorno della “morta” al grido di “cosa fai, cretinetti, parli da solo?”, interrompendo i sogni del “vedovo”) o battute che lasciano il segno (tra le tante, la risposta del commendatore all’invito di piangere come utile sfogo dopo la ferale notizia, “magari, non ci riesco”; “per carità signora, diciamo che è stato il destino”, rivolta da Stucchi ad Elvira, che lo ringrazia per averle fatto perdere il treno poi deragliato), sino a quella che chiude il film mentre sopraggiunge il valido motivo musicale del maestro Armando Trovajoli, che ci ha lasciato nei giorni scorsi.

il-vedovo-1959-L-UyB088Pur con qualche lungaggine e il suddetto stridore tra due diversi tipi di comicità, Il vedovo è una valida testimonianza della capacità che aveva la nostra commedia di descrivere la realtà, sperimentando diversi linguaggi cinematografici, spesso prendendo spunto da un episodio di cronaca (il caso Fenaroli) su cui imbastire una valida sceneggiatura, potendo poi fare affidamento su un’accorta direzione nella messa in scena.
Non gli si può poi negare una certa attualità, immaginando la vicenda ai giorni nostri, e del resto ne è in cantiere un remake, in uscita ad ottobre, per la regia di Massimo Venier, con Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto protagonisti principali, che dal titolo, Aspirante vedovo, sembra però già voler prendere le distanze dall’originale o, comunque, evitare confronti, i quali saranno, volenti o nolenti, inevitabili. Aspettiamo e vediamo.

Un americano a Roma (1954)

43Nando Mericoni (Alberto Sordi), romano di Trastevere con mente e cuore volti a Kansas City, ha coltivato negli anni, mentre la capitale veniva occupata dai Tedeschi e poi liberata dagli Americani, un personalissimo american dream, forgiato sulla fervida immaginazione scaturitagli dalla visione di vari film d’oltreoceano. Il nostro vive in una sorta di realtà a sé stante, un palcoscenico dove può esternare al meglio le sue grandi potenzialità, in particolare artistiche, non comprese, ovviamente, da quanti gli stanno vicino, genitori, amici, come l’allibito “Cicalone” (Carlo Delle Piane), e la girl friend Elvira (Maria Pia Casilio), con tanto di sonora pernacchia come unico apprezzamento per la sua esibizione nei panni di Santi Byron, Gene Kelly de’ noantri, sul palco di un teatro di borgata. Avvilito, ma non ancora domo, il nostro tenta un gesto estremo: ispirandosi a La 14ma ora di Hathaway, sale sul Colosseo e minaccia di buttarsi giù se non si farà in modo di organizzare la sua partenza per gli agognati Usa…

La pur abile e sciolta regia di Steno (Stefano Vanzina), anche tra gli autori della sceneggiatura (Sordi, Lucio Fulci, Ettore Scola, Sandro Continenza), non salva Un americano a Roma da quello che è il suo difetto principale, un procedere frammentario, una serie di sketch che si sostanziano come l’allungamento di uno solo, quello da cui trae ispirazione l’intera pellicola, tra gli episodi di Un giorno in pretura, di poco precedente: qui esordisce il personaggio del “malato d’America”, arrestato per atti osceni (sorpreso da un vigile a fare il bagno in una marrana, questi gli preleva i vestiti, per cui è costretto a far ritorno nudo a casa). Se tra le righe si intuisce la volontà di approfondire il tema, anche con toni sferzanti, di una certa esterofilia già ben radicata nel costume italiano, tutto si ferma a livello di farsa più che di vera e propria commedia, nobilitata però dai toni grotteschi che l’ Albertone nazionale conferisce alla sua caratterizzazione, regalando battute e scene ormai assurte e consacrate a livello di cult.

Entrato definitivamente nelle grazie del pubblico dopo il successo de I vitelloni di Fellini, Sordi sfrutta al meglio, qui ancora più spontaneamente che concretamente, quella sua innata capacità di individuare determinati aspetti della società, farli propri ed esasperarli, trasferendoli in vari personaggi, operazione d’altronde già svolta nei programmi radiofonici d’esordio: ecco quindi l’attenta vestizione di Nando, t-shirt, jeans a tubo, cinturone di cuoio borchiato, bracciale di eguale fattura e, immancabile, il cappellino da baseball, l’arredo della sua camera con gagliardetti, poster, addirittura un boccione dell’acqua “come quelli degli uffici della Quinta Strada” e, soprattutto, un linguaggio ai limiti dell’assurdo, una logorroica cantilena che mescola inglese, spesso con vocaboli inventati o mutuati, storpiandoli, dall’italiano, romanesco e altri dialetti, con esiti esilaranti.

Tra le scene ormai leggendarie certamente quella della cena ‘mericana (marmellata, yogurt, mostarda, latte…), per poi, dopo l’assaggio, gettarsi a capofitto sul piatto di maccheroni lasciatogli pronto da “mami” e attaccarsi al fiasco di vino, sino ad un attimo prima disprezzati come “roba da carrettieri”.
Altrettanto bella è quella della sopra citata esibizione e conseguente pernacchione, con la battuta, capolavoro d’artificio linguistico per aggirare la censura, volta al suo autore: “Ormai hai 21 anni, è ora che tu sappia di chi sei figlio…”

Ventuno anni più tardi, in Di che segno sei?, film ad episodi di Sergio Corbucci, rincontriamo Nando, ora guardia del corpo di un industriale milanese.
I tempi sono cambiati e scatta inevitabile una certa malinconia: appare allora preferibile il ricordo dell’ingenuo perdigiorno sfoderante pollice ed indice a mo’ di 6 colpi contro il “gatto mammone” spia straniera, lasciando presagire, sostituendo a “fine”, nell’ultima inquadratura, “the end”, il perdurare di uno dei tanti peccatucci italici, questo almeno veniale.