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George Romero (1940-2017)

George A. Romero

E’ morto ieri, domenica 16 luglio, a Toronto, George Andrew Romero (New York, 1940), regista cinematografico che fin dalla sua opera d’esordio, Night Of The Living Dead (La notte dei morti viventi, 1968), ha conferito una portata innovativa al cinema dell’orrore, i cui assetti originari venivano mantenuti alla luce però di una profonda revisione, sublimando all’interno del film di genere le tematiche sociali proprie di un’America ormai sulla soglia di profondi mutamenti idonei a sconvolgerne violentemente l’ordine costituito.
La figura degli zombi veniva inoltre resa del tutto estranea alla loro tradizionale “resurrezione” magica, in virtù di misteriosi ed ancestrali riti, pronti ad eseguire in tal guisa gli ordini impartiti da chi li aveva riportati in esistenza (White Zombie, 1932, Victor Halperin; I Walked with a Zombie, Jaques Tourner, 1943). Qui si tratta invece sempre di morti tornati ad esistere, “diversamente vivi” per cause ignote (si accenna ad un virus portato da una sonda spaziale di ritorno da Venere), ma sanguinari, bramosi di carne umana, simbolo di un’umanità in putrefazione, sopravvissuta a se stessa e pronta a cibarsi, materialmente e metaforicamente, dei propri simili, dando vita col morso ad altrettanti morti viventi, per un ciclo “vitale” di riproduzione meccanico e vacuo, anche considerando come il  cervello rimanga il loro unico organo pulsante. Continua a leggere

Locarno 70: Leopard Club Award ad Adrien Brody

Adrien Brody

La 70esima edizione del Locarno Festival ( 2- 12 agosto) renderà omaggio ad Adrien Brody con la consegna del Leopard Club Award. Nato a New York da Sylvia Plachy, artista e rinomata fotografa, e da Elliot Brody, professore di storia, Brody iniziò presto la sua carriera recitando nella sitcom americana Annie McGuire (1988), ma è dopo il film Bullet (1996, Julien Temple), con Tupac Shakur e Mickey Rourke, che ha inizio la scalata al successo, interprete in film come Restaurant (1998, Eric Ross), The Thin Red Line (1998, Terrence Malick) e Summer of Sam (1999, Spike Lee), per poi essere premiato con l’Oscar a soli 29 anni per la sua interpretazione del compositore Wladyslaw Szpilman in The Pianist (2002, Roman Polanski),  entrando nell’immaginario collettivo confermandosi come uno degli attori più versatili, apprezzato a Hollywood e non solo. La suddetta interpretazione colpisce infatti per la poetica e potente tragicità, caratteristiche comuni alle sue molteplici e future interpretazioni. L’attore ha in seguito contribuito al successo di numerosi film di registi quali Wes Anderson, Peter Jackson e Woody Allen, rivelando ulteriormente talento poliedrico e  presenza scenica.
Regista del documentario Stone Barn Castle (2015) e pittore, Brody nel corso della sua carriera è stato anche protagonista di numerosi cortometraggi, come il recente Come Together: A Fashion Picture in Motion (2016) di Wes Anderson; l’omaggio di Locarno, in Piazza Grande il 4 agosto, sarà accompagnato dalla proiezione del film The Pianist, e da un incontro dell’attore con il pubblico del Festival.

“Il bello Marcello”, l’America ricorda Marcello Mastroianni

Marcello Mastroianni

Presentata da Istituto Luce-Cinecittà e The Film Society of Lincoln Center, dal 17 al 31 maggio al Lincoln Center di New York avrà luogo la retrospettiva Il bello Marcello, dedicata a colui che può ritenersi il più iconico attore che il cinema italiano abbia mai avuto: Marcello Mastroianni.
Interprete dalla formazione teatrale (frequentò la scuola di Visconti), Mastroianni ha infatti offerto al cinema un impagabile eclettismo, profuso nell’ambito di un’ampia gamma di caratterizzazioni all’insegna di una mutabile e sempre consona espressività.
Nell’alternare ironia e dramma, assecondando ora toni sornioni ed accomodanti, ora dolenti, sofferti, intimamente toccanti, è riuscito a dar vita ad un particolare melange di professionalità e naturalezza nell’aderire al personaggio interpretato. Emblematica al riguardo la sua “trasfigurazione” nell’alter ego di Federico Fellini (8 ½), senza sottovalutare  la mutazione anche fisica che spesso affrontò con una certa disinvoltura in vari ruoli, espressione di un’esibita noncuranza della propria immagine.
Difficile dimenticare poi i duetti recitativi con Sophia Loren (da Peccato che sia una canaglia, 1954, Alessandro Blasetti, a Prêt-à-porter, 1994, Robert Altman, passando per Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica, 1964, e Una giornata particolare di Ettore Scola, 1978) o Massimo Troisi (Splendor, Che ora è, entrambi del 1989, Ettore Scola) e Jack Lemmon (Maccheroni, 1985, ancora Scola). Continua a leggere

Manhattan (1979)

Con la distribuzione, a partire dallo scorso 11 maggio,  nelle sale aderenti all’iniziativa, della versione restaurata di Manhattan, girato da Woody Allen nel 1979, restituito ora al cinema nella “solennità” del formato panoramico, si conclude la quarta stagione del progetto Il Cinema Ritrovato al Cinema, promosso dalla Cineteca di Bologna e Circuito Cinema per riportare in sala i grandi classici restaurati. Nell’occasione ripubblico la mia recensione del film, scritta qualche anno addietro, rielaborata ed approfondita in molti particolari (il tempo non passa mai invano, come si suole dire).

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New York, fine anni Settanta.
Isaac Davis (Woody Allen), 42enne scrittore televisivo nevrotico ed insicuro, è a cena in un ristorante con l’amico professore Yale Pollack (Michael Murphy), la moglie di questi, Emily (Anne Byrne) e la 17enne Tracy (Mariel Hemingway).
Con quest’ultima Isaac ha una  relazione, vissuta fra mille titubanze causa la differenza di età (“sono più vecchio di suo padre”) e i trascorsi rappresentati da due fallimentari matrimoni alle spalle, l’ultimo con Jill (Meryl Streep), che l’ha lasciato per una donna. La conversazione durante il desco e nel corso della passeggiata che segue lungo le vie di Manhattan è attraversata dal classico chiacchiericcio tra intellettuali,  citazioni colte, considerazioni bislacche e qualche battuta; nel mentre Yale confida ad Isaac di essersi innamorato di Mary Wilkie (Diane Keaton), giornalista, che il nostro avrà occasione di conoscere nel corso dell’inaugurazione di una mostra, risultandogli spocchiosa e saccente, in particolare quando lancia velenosi strali a certi suoi numi tutelari, come il regista svedese Ingmar Bergman. Un’improvvisa crisi di coscienza porterà Isaac ad abbandonare il programma televisivo per dedicarsi alla scrittura di un libro che ha in mente da tempo ed intanto nel corso di un party rincontrerà Mary: i due dopo una notte passata insieme a chiacchierare passeggiando per le strade della Grande Mela inizieranno a frequentarsi, pare vi sia una certa intesa fra di loro e poi lei è convinta che Yale non divorzierà mai, mentre lui ormai è deciso a lasciare Tracy, prossima alla partenza per Londra, così da frequentare l’Accademia d’arte drammatica. Continua a leggere

Un ricordo di Jonathan Demme

Jonathan Demme

E’ morto ieri, mercoledì 26 aprile, a New York, il regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Jonathan Demme (Baldwin, 1944),  autore che ha abbracciato diversi generi cinematografici, rivisitandoli e spesso miscelandone le diverse caratteristiche in forza di uno stile del tutto personale, idoneo a portare in scena visionarietà e cura formale (il ricorso ai piani ravvicinati e alla soggettiva), grazie anche all’apporto di una “sana” e collaudata artigianalità. Mantenendosi in felice equilibrio fra  produzioni degli studios e quelle indipendenti, fiction e documentario, Demme ha posto al centro delle proprie opere l’individuo, l’essere umano, a muoversi sullo sfondo di un’America la cui società guardava al futuro senza comunque dimenticare il proprio passato. Continua a leggere

Tomás Milián (1933-2017)

Tomás Milián

E’ morto lo scorso mercoledì, 22 marzo, a Miami, Tomás Milián (Tomás Quintín Rodríguez, Culono, La Avana, 1933), poliedrico e carismatico attore che tanto ha dato al nostro cinema, sia quello  propriamente autoriale (Luchino Visconti, Valerio Zurlini, Mauro Bolognini), sia quello genuinamente popolare (Sergio Corbucci, Lucio Fulci, Alberto De Martino), connotando con la riuscita caratterizzazione di  personaggi sempre più iconici l’inventiva e fiorente produzione di genere propria degli anni ’60 e ’70, semplice ed “artigianale”, frutto di geniali e spesso felici intuizioni, dalla connotazione e fascinazione forse ingenua ma connotata da una sana creatività. Milián, la cui infanzia fu segnata da un doloroso evento (a 12 anni assistette al suicidio del padre, generale del regime di Gerardo Machado), lasciò Cuba nel 1955 per recarsi negli Stati Uniti, a Miami, dove frequentò l’Accademia Teatrale. Qui il suo talento venne notato da un insegnante, che lo spinse ad iscriversi all’Actors Studio di New York, diretto all’epoca da Lee Strasberg; dopo aver preso parte ad una serie di lavori teatrali a Broadway e  partecipato alla serie televisiva Decoy (Una donna poliziotto, 1957-1959), grazie a Jean Cocteau Milián giunse in Italia, per prendere parte al Festival di Spoleto del 1959, interpretando un testo del cineasta francese, Le poète et la muse, diretto da Franco Zeffirelli. Continua a leggere

New York: il MoMA dedica una retrospettiva a Dino Risi

Dino Risi

Dino Risi

Per onorare il centenario dalla nascita di Dino Risi, fra più rappresentativi autori della cosiddetta commedia all’italiana, particolare corrente del nostro cinema che riuscì a denunciare i malesseri della Italia postbellica e l’incontrollabile euforia degli anni del boom economico con una satira graffiante ed incisiva, dai toni spesso cinici ed amari, incontrando i favori del grande pubblico, Istituto Luce-Cinecittà e il MoMA di New York presentano e organizzano una grande retrospettiva intitolata al regista, che prevede da oggi, mercoledì 14 dicembre e fino al 6 gennaio 2017, la proiezione di 19 lungometraggi e due serie di documentari ancora non molto conosciuti, nella maggior parte in copie 35mm restaurate; la retrospettiva di New York  offre al pubblico americano, dove Risi gode di una solida reputazione per un pugno di capolavori, quasi tutti i titoli maggiori e si pone come occasione unica per la platea e la stampa della Grande Mela di rileggere l’opera singolare e smagliante di un artista che il MoMA, nel suo annuncio di presentazione, mette a paragone col geniale illustratore e pittore Honoré Daumier, un “collega” del XIX secolo capace di creare con la satira e la sintesi una galleria di tipi umani memorabili, e il ritratto di una società. Continua a leggere