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Venezia 74: apertura con “Downsizing”, di Alexander Payne

Sarà Downsizing, diretto da Alexander Payne (Sideways, Paradiso amaro, Nebraska) ed interpretato da Matt Damon, Christoph Waltz, Hong Chau e Kristen Wiigi, il titolo di apertura, in Concorso, della 74ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (30 agosto – 9 settembre), diretta da Alberto Barbera e organizzata dalla Biennale presieduta da Paolo Baratta:sarà proiettato in prima mondiale mercoledì 30 agosto nella Sala Grande del Palazzo del Cinema al Lido di Venezia.
Dalla sinossi ufficiale, l’iter narrativo di Downsizing è incentrato sulle avventure di Paul Safranek (Matt Damon), un uomo ordinario di Omaha che, insieme alla moglie Audrey (Kristen Wiig), sogna una vita migliore.
Per rispondere alla crisi mondiale causata dalla sovrappopolazione, gli scienziati hanno sviluppato una soluzione radicale che permette di rimpicciolire gli essere umani a pochi centimetri d’altezza. Le persone presto scoprono che i loro risparmi valgono di più in un mondo più piccolo e, con la promessa di uno stile di vita lussuoso oltre ogni loro aspettativa, Paul e Audrey decidono di correre il rischio di sottoporsi a questa pratica controversa, imbarcandosi in un’avventura che cambierà le loro vite per sempre. Continua a leggere

Sopravvissuto – The Martian (3D)

1Non so tutto quello che potrà venire, ma qualunque cosa sarà vi andrò incontro ridendo”. Chissà se questa frase, tratta da Moby Dick (Herman Merville, 1851) potrà servire da ispirazione a Mark Watney (Matt Damon), sopravvissuto ad una tempesta di sabbia sul pianeta Marte, avvenuta al 18mo sol della missione NASA denominata Ares III.
L’equipaggio di cui faceva parte, composto dal pilota Rick Martinez (Michael Peña), Beth Johanssen (Kate Mara), esperta di tecnologia ed informatica, Alex Vogel (Aksel Hennie), chimico tedesco, Chris Beck (Sebastian Stan), chirurgo, su decisione del comandante Melissa Lewis (Jessica Chastain) ha infatti abbandonato il Pianeta Rosso vista l’immanenza del pericolo, anche perché Mark, colpito all’addome dal frammento di un’antenna, non rispondeva ormai ad alcun messaggio e veniva dato per morto. Invece, proprio la ferita risultava addirittura provvidenziale, visto che il suo coagulo fungeva da tappo per mantenere la decompressione all’interno della tuta e ne permetteva la sopravvivenza. Fatto ritorno all’Hab, la struttura abitativa presso Acidalia Planitia, il buon Mark, una volta provveduto alle cure necessarie, mette definitivamente a fuoco la propria dimensione di naufrago dello spazio o, meglio, sovrano assoluto del pianeta, tutto da esplorare per scoprirne ogni segreto, coerentemente con lo spirito della missione cui era stato assegnato. Continua a leggere

Festival di Berlino 2014

festival-internazionale-del-cinema-di-berlino-2014-295432Prenderà il via giovedì 6 febbraio la 64ma edizione del Festival Internazionale del Film di Berlino (la conclusione domenica 16), per la direzione artistica di Dieter Kosslick. Film d’apertura, in concorso, sarà The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson, una coproduzione anglo- tedesca (rispettivamente Grand Budapest Limited e Neunzehnte Babelsberg Film GmbH), che segna il ritorno del cineasta statunitense alla Berlinale dopo I Tenenbaum (2002) e Le avventure acquatiche di Steve Zissou (2005). La sceneggiatura del film, opera dello stesso Anderson, è incentrata sulle avventure di Gustave H. (Ralph Fiennes), impeccabile concierge del prestigioso hotel che dà il titolo al film, in un periodo compreso fra i due conflitti mondiali, ed in particolare sulla sua amicizia con il facchino Zero (Tony Revolori). La Giuria che assegnerà l’Orso d’Oro e gli altri premi nella sezione Competition, presieduta da James Schamus, produttore e sceneggiatore americano, vede come giurati la produttrice Barbara Broccoli, le attrici Trine Dyrholm, danese, e Greta Gerwig, americana, la pittrice e filmaker iraniana Mitra Farahani, il regista francese Michel Gondry, ed infine gli attori Tony Leung e Christoph Waltz.

Wes Anderson (kinetoscopio.it)

Wes Anderson (kinetoscopio.it)

Riguardo i nostri colori, nessun film italiano è presente nella sezione Competition, dove predominano i titoli tedeschi, ma interessanti proposte sono rinvenibili nelle sezioni collaterali della Berlinale.
Così, fra gli altri, all’interno di NATIVe-A Journey into Indigenous Cinema troviamo Birdwatchers-La Terra degli Uomini Rossi, diretto da Marco Bechis e nella categoria 14plus di Generation Il Sud è niente, opera prima di Fabio Mollo, la cui protagonista, Miriam Karlkvist, è stata inclusa fra le Shooting Star (10 giovani attori europei selezionati dall’European Film Promotion) della kermesse. O ancora, nella sezione Panorama, Edoardo Winspeare con In grazia di Dio, in Culinary Cinema I cavalieri della Laguna (Walter Bencini), mentre il documentario Felice chi è diverso di Gianni Amelio è inserito nella sezione Panorama Dokumente. “Un viaggio in un’Italia segreta, raramente svelata dalle cineprese: l’Italia del mondo omosessuale così come è stato vissuto nel Novecento, dai primi del secolo agli anni ’80. E’ un viaggio fatto di storie raccolte dal Nord al Sud del Paese, di chi ha vissuto sulla propria pelle il peso di essere un diverso, tra racconti di repressione, censura, dignità, coraggio e felicità”, come ha dichiarato lo stesso regista. Continua a leggere

Berlino 2014: annunciati i primi film nelle sezioni “Competition” e “Berlinale Special”

untitledi7687Sono stati annunciati oggi, martedì 17 dicembre, cinque nuovi titoli rientranti nella selezione ufficiale del 64mo Festival Internazionale del Cinema di Berlino (6-16 febbraio 2014), produzioni e co-produzioni di Canada, Cipro, Francia, Germania, Grecia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti. Sono tutti in concorso e vanno ad aggiungersi al film d’apertura, Grand Budapest Hotel, diretto da Wes Anderson (anteprima mondiale) e a Monuments Men di George Clooney (fuori concorso, prima internazionale). Rivelato anche una parte, quattro titoli, del cartellone di Berlinale Special, sezione rivolta a giovani filmmaker, documentari e formati unici. Di seguito l’elenco delle opere al momento selezionate, in attesa degli altri nominativi che saranno annunciati nelle prossime settimane:

Wes Anderson (Movieplayer)

Wes Anderson (Movieplayer)

Competition: ’71 (Regno Unito, Yann Demange. Con Jack O’Connell, Sean Harris, Richard Dormer. Anteprima mondiale); Aimer, boire et chanter (Life of Riley, Francia, Alain Resnais. Con Sabine Azéma, Sandrine Kiberlain, Caroline Silhol, André Dussolier, Hippolyte Giradot, Michel Vuillermoz. Anteprima mondiale); Aloft (Spagna/Canada/Francia, Claudia Llosa. Con Jennifer Connelly, Cillian Murphy, Mélanie Laurent. Anteprima mondiale); Die geliebten Schwestern (Germania, Dominik Graf. Con Hannah Herzsprung, Florian Stetter, Henriette Confurius. Anteprima mondiale); Stratos (Grecia / Germania / Cipro, Yannis Economides. Con Vangelis Mourikis, Vicky Papadopoulou, Petros Zervos. Anteprima mondiale). The Grand Budapest Hotel (Regno Unito/Germania, Wes Anderson. Con Ralph Fiennes, Tony Revolori, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody. Anteprima mondiale – Film d’apertura); The Monuments Men (Germania / USA, George Clooney. Con George Clooney, Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Bob Balaban, Hugh Bonneville, Cate Blanchett. Anteprima internazionale – Fuori concorso).

Alain Resnais

Alain Resnais

Berlinale Special: A Long Way Down (Regno Unito, Pascal Chaumeil. Con Pierce Brosnan, Toni Collette, Aaron Paul, Imogen Poots. Anteprima mondiale); Entente Cordiale (We Come As Friends, documentario, Francia / Austria, Hubert Sauper. Anteprima europea). The Galapagos Affair: Satan Came to Eden (documentario, USA, Dayna Goldfine e Dan Geller. Con le voci di Cate Blanchett, Diane Kruger, Thomas Kretschmann, Sebastian Koch, Josh Radnor, Connie Nielsen, Gustaf Skarsgård. Premiere europea). The Turning (anthology film, Australia, Marieka Walsh, Warwick Thornton, Jub Clerc, Robert Connolly, Anthony Lucas, Rhys Graham, Ashlee Page, Tony Ayres, Claire McCarthy, Stephen Page, Shaun Gladwell, Mia Wasikowska, Simon Stone, David Wenham, Jonathan auf der Heide, Justin Kurzel, Yaron Lifschitz, Ian Meadows. Con Cate Blanchett, Rose Byrne, Miranda Otto, Richard Roxburgh, Hugo Weaving. Premiere internazionale).

Elysium

elysium2154. Dopo una serie di avvenimenti che, sul finire del XXI secolo, hanno sconvolto il pianeta Terra, Los Angeles è divenuta un’immensa e malsana baraccopoli, dove la popolazione, per lo più composta da minoranze etniche, sopravvive alla meno peggio. Anche i medicinali, per non parlare di speciali macchine guaritrici, sono appannaggio delle classi più agiate, i cui componenti sono riusciti a ricreare le identiche condizioni di vita di un tempo su una stazione spaziale orbitante, Elysium.
Sulla Terra vi è chi, servendosi di vetuste navicelle, cariche di essere umani disperati, organizza “viaggi della speranza” verso il descritto paradiso, ma il Segretario di Stato, Jessica Delacourt (Jodie Foster), schierata contro la linea morbida del Presidente in carica, non esita ad ordinarne l’abbattimento o mettere in atto l’espulsione immediata di quanti fortuitamente riescano ad atterrare. Fra coloro che sperano un giorno di poter raggiungere Elysium vi è l’operaio Max (Matt Damon), ex ladro d’auto in libertà vigilata, cui il destino, dopo un incidente sul lavoro dalle conseguenze mortali, riserverà l’onere di mutare l’ordine delle cose …

Matt Damon

Matt Damon

Diretto e sceneggiato da Neil Blomkamp, al suo secondo film dopo il celebrato District 9 (2009), Elysium ne conferma certo l’indubbia qualità di pregevole artista visivo, capace di conciliare l’abilità nel comporre le immagini con la proposizione di rilevanti tematiche sociologiche, estremamente attuali: degrado ambientale, la povertà imposta da quanti detengono il potere sociale ed economico, i fenomeni migratori con il conseguente respingimento non sempre dettato dalla razionalità, tutti temi trattati in chiave allegorica, ovvero s’intende parlare della realtà odierna mettendone in scena una visione distopica. Però se almeno per la prima mezz’ora circa la narrazione affascina, offrendo un colpo al cuore con la raggelante visione di due mondi contrapposti, quel che è rimasto della Terra e la sua ricostruzione com’era un tempo, in un “non luogo” laggiù nello spazio, poi si smarrisce nei rivoli dell’ immediato adeguamento alla logica hollywoodiana più classica e rassicurante.

Jodie Foster

Jodie Foster

Ecco quindi riproposta la figura dell’eroe suo malgrado, reietto della società dall’animo puro, costretto in un percorso messianico volto alla salvezza di tutti e alla personale redenzione, con tanto di storia d’amore volta a sfidare il tempo (Frey/Alice Braga, conosciuta da Max bambino, in orfanatrofio) e sublimata nel sacrificio di sé. Immancabile poi tutta una serie di botte da orbi che portano Elysium verso la dimensione del solito action movie roboante e fracassone, per quanto le varie sequenze al riguardo siano ben girate, anche se inutilmente sottolineate dall’insistente tema sonoro di Ryan Amon. Oltre al suddetto impianto visivo, non si può fare a meno di notare una regia abbastanza solida, che tiene a bada, con una certa fatica, tra inutili allungamenti e un certo abuso del ralenti, la troppa carne al fuoco delineata in fase di scrittura, le buone interpretazioni offerte da Damon (anche se non propriamente una carica d’empatia) e Foster, ben calata nei risoluti panni del Segretario di Stato, mentre, pur a tratti eccessiva, appare divertente la caratterizzazione offerta da Sharlto Copley del villain Kruger.

Sharlto Copley

Sharlto Copley

Alla fine, almeno a livello di personale percezione, resta un curioso senso di straniamento, come se Blomkamp si fosse trovato su un particolare campo di battaglia, fra due eserciti “l’un contro l’altro armati”: nel cuore (forse) Metropolis (Fritz Lang, ’26) e in testa l’opportunismo pratico offerto dalla ragione (leggi cospicuo budget), che lo ha portato ad obbedire a tutta una serie di stilemi propri di passate produzioni (come Robocop, Paul Verhoeven, ’87). Certo, è intrattenimento “di serie A”, rende bene, ma alla distanza potrebbe non essere sufficiente a garantirsi il biglietto per i Campi Elisi della cinematografia.

Il Grinta

9000America, 1878. Mattie Ross (Hailee Steinfeld), ragazza quattordicenne dotata di carattere fiero, fede incrollabile ed estrema determinazione, si reca nell’ Arkansas, Fort Smith, per recuperare la salma del padre, ucciso dallo sbandato Tom Chaney (Josh Brolin), ubriaco, durante una rissa e poi rapinato di alcuni pezzi d’oro.
L’assassino ha ormai fatto perdere le sue tracce, è fuggito in territorio indiano, probabilmente insieme a qualche altro pendaglio da forca, ma Mattie pretende che sia consegnato alla giustizia, anche se lo sceriffo del luogo le spiega che ormai la sua cattura è una faccenda riguardante i colleghi federali. Tra questi uno dei più validi, per quanto ora piuttosto male in arnese, guercio, imbolsito e dedito all’alcool, è certamente Rooster Cogburn (Jeff Bridges), meglio conosciuto come Il Grinta, dai modi alquanto sbrigativi, rozzo e violento: proprio lui viene ingaggiato da Mattie, piuttosto abile nelle contrattazioni, vincendone le resistenze, riuscendo inoltre a convincerlo a seguirlo nell’impresa, nonostante i tentativi di depistaggio; insieme a loro il giovane LaBoeuf (Matt Damon), Texas Ranger ciarliero e vanesio, che guarda a Rooster come un ingombrante cimelio di un’epoca passata, interessato soprattutto alla taglia che pende sul capo di Chaney…

Per stessa ammissione dei fratelli Coen, Ethan e Joel, registi e sceneggiatori, Il Grinta, True Grit nell’originale, è da considerarsi più un adattamento, sulla base della loro poetica di stile, dell’omonimo romanzo di Charles Portis che un remake della sua prima trasposizione sul grande schermo, ad opera di Henry Hathaway, nel ’69, protagonista John Wayne, premiato per la sua interpretazione con l’ Oscar, l’unico della sua carriera, quando The Duke in fondo si era limitato ad intagliare il personaggio a sua immagine e somiglianza.Tra citazioni bibliche (una per tutte, la didascalia iniziale, dal Libro dei Proverbi: L’empio fugge anche se nessuno l’insegue), il tema portante dei labili confini tra bene e male, giustizia e vendetta, lo stile estremamente asciutto, minimale, e un andamento della narrazione ieraticamente lento, i Coen non nascondono le loro intenzioni: il West non è visto come occasione per riscrivere, modernizzandolo, il mito della frontiera o rendergli un languido omaggio, ma come sfondo appropriato per dar vita ad una narrazione attualizzabile in un discorso relativo ad una nazione che si interroga su sé stessa, delineandone le contraddizioni nella psicologia dei tre protagonisti, ben resa dall’ottima sceneggiatura e dai taglienti dialoghi, non privi di un certo umorismo.

Se LaBoeuf è “il nuovo che avanza”, espressione di una legalità concreta, come di un certo individualismo, Rooster, reso con una certa efficacia da Bridges, anche se a volte un po’ sopra le righe, è l’emblema della vecchia America, con le sue leggi morali scolpite nella pietra della propria anima, forte di concetti quali onore e senso del dovere, mentre Mattie, la vera protagonista, intensamente interpretata dall’esordiente Steinfeld, prende parte ad un percorso di formazione, rappresentando una sorta di compendio delle due opposte e sopra esposte visioni, divenendo simbolo, suo malgrado e mantenendo in certo qual modo la primigenia innocenza, di una terra mai doma, che sa farsi forza del suo passato per guardare avanti e costruire con pervicacia il futuro. Un gran bel film, che fa leva sulla sua classicità (da citare la fotografia di Roger Deakins, che esalta gli scenari naturali), ancor prima che su una soffusa epicità, per commuovere e, a suo modo, stupire.

Green Zone

44871Il conflitto iracheno, pur senza raggiungere nella coscienza civile americana, almeno per il momento, il livello di nemesi storica proprio della guerra in Vietnam, da qualche anno a questa parte sembra comunque essere oggetto di un analitico processo di metabolizzazione nell’ambito cinematografico, con diverse modalità di realizzazione. Ultimo arrivato, Green Zone del regista Paul Greengrass (The Bourne Supremacy; The Bourne Ultimatum), sceneggiatura di Brian Helgeland, ispirata al libro inchiesta del giornalista Rajiv Chandrasekaran, Imperial life in the Emerald City:Inside Iraq’s Green Zone. La Green Zone del titolo è costituita dal palazzo presidenziale di Saddam Hussein, a Bagdad, nel quale nel 2003 si insedia l’esercito di occupazione americano, isola felice non contaminata minimamente dall’inferno che si sta scatenando quotidianamente nelle strade della città, dove il plotone guidato dall’ufficiale Roy Miller (Matt Damon) sta procedendo all’ assalto di un capannone: qui, secondo informazioni riservate, sarebbero nascoste delle armi di distruzione di massa, la cui paventata presenza sarebbe all’origine del conflitto.

Ma è l’ennesimo buco nell’acqua, l’edificio non è altro che una fabbrica in disuso di sanitari e Miller comincia ad avvertire odor di depistaggio, con la CIA, nella persona del comandante di postazione Brown (Brendan Gleeson), che vorrebbe collaborare nello scoprire la verità, mentre l’agente (Greg Kinnear) della DIA del Pentagono tende ad insabbiare e a destabilizzare. Anche Dayne (Amy Rian),una giornalista del Wall Street Journal non sembra tanto attenta a verificare le sue fonti e prende tutto per oro colato. In mezzo poi il generale Rawi (Ygal Naor) che vorrebbe fosse l’esercito iracheno a dare stabilità dopo la destituzione di Saddam, per un losco conflitto dove non ci sono né vincitori né vinti, forse tra i primi solo Miller, almeno a livello di integrità morale, decisionismo alla John Wayne ed idealismo alla Gary Cooper, che riuscirà a venir fuori a testa alta dall’intricata matassa, anche grazie alla collaborazione di un civile iracheno.

Partito come un classico film di guerra, nel corso della narrazione sfocia nel thriller, come dai dichiarati intenti del regista, con un ben preciso limite, che è poi, stranamente, il punto di forza dell’intera opera: tutti noi sappiamo che le armi di distruzione di massa in realtà non sono mai esistite, ormai è storia, per quanto recente, per cui ciò che appare interessante è essenzialmente non la scoperta di una verità, ma il modo con cui il regista ci condurrà verso essa, catalizzando l’attenzione di noi spettatori: uno stile documentaristico, con tanto di telecamera a spalla e riprese notturne “sgranate”, montaggio da cardiopalma (C.Rouse), in particolare nel bellissimo inseguimento finale, un ritmo esagitato, convulso, rutilante e un realismo virtuosisticamente e vorticosamente esibito, con l’unico limite di una colonna sonora sin troppo presente e roboante.In sostanza un ben confezionato compromesso tra i due generi citati, permeato di una pragmatica fedeltà a certi ideali della nazione americana, che si vorrebbero schierati, vittoriosamente e contraddittoriamente, di fronte al cancro delle sue istituzioni.