Archivi tag: Marco Martani

Questione di karma

Roma, oggi. Giacomo (Fabio De Luigi) è un 50enne (o giù di lì) la cui vita è stata segnata da un grave trauma subito all’età di 4 anni: ha visto il padre, proprietario di una ditta produttrice di matite ed articoli di cancelleria, suicidarsi gettandosi dalla finestra del suo studio. La madre Caterina (Stefania Sandrelli) sposò in seguito Fabrizio (Eros Pagni), che si adoperò per gestire al meglio l’azienda, della quale a Giacomo non sembra interessare molto, dedito com’è allo studio della storia delle religioni orientali, alla ricerca continua di una risposta al perché dell’estremo gesto paterno, lasciando appunto che siano il patrigno e la sorellastra Ginevra (Isabella Ragonese) ad occuparsene.
Un giorno, nel leggere un libro sulla reincarnazione ad opera dell’esoterista Ludovico Stern (Philippe Leroy), Giacomo arriva a convincersi che l’anima dell’amato genitore possa essere ospitata nel corpo di un altro essere vivente.
Non resta che far visita all’eminente studioso, ritiratosi a vita privata in un isolato paesello, così da chiedere lumi se una tale  eventualità si sia verificata; Stern, per quanto infastidito e con fare scostante, lo indirizza verso tale Mario Pitagora (Elio Germano), un individuo alquanto truffaldino, carico di debiti, sposato e padre di due bambini, anche se la consorte è in procinto di lasciarlo.
L’incontro fra il rintronato giuggiolone e lo scaltro maneggione darà presto i suoi frutti, inizialmente solo a quest’ultimo, in attesa che il karma faccia il suo corso… Continua a leggere

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Latin Lover/Se Dio vuole: la leggiadra consistenza della commedia italiana

Cristina Comencini

Cristina Comencini

L’italica produzione di commedie s’illumina ogni tanto, se non propriamente d’immenso, citando impunemente il poeta (Giuseppe Ungaretti, Mattina), di una luce leggiadra e consistente, la quale fa sì che determinate realizzazioni riescano ad intrattenere il pubblico col sorriso e l’intelligenza, in virtù di sceneggiature originali dai dialoghi brillanti, assecondate da una regia fluida e attenta alla messa in scena, tanto nell’insieme quanto riguardo le singole interpretazioni attoriali.

Edoardo Falcone

Edoardo Falcone

Una benvenuta diversificazione dal consueto standard seriale prefabbricato, intento a sfruttare “fenomeni” cresciuti sul web o in televisione e trasferiti sul grande schermo senza mediazione cinematografica alcuna, oppure esotici lavori altrui, adattati, senza neanche tanto sforzo inventivo, alla nostra realtà, magari con impudichi ammiccamenti a passate operazioni similari baciate, inizialmente, dal successo. All’interno delle commedie distribuite in questi ultimi mesi, che ho potuto visionare, nello sparuto gruppo di quelle veramente riuscite (di primo acchito mi vengono in mente Il nome del figlio, diretto da Francesca Archibugi e Noi e la Giulia, di Edoardo Leo), sempre a parere di chi scrive, è possibile certo aggiungere l’ultima fatica di Cristina Comencini, Latin Lover, e il debutto registico dello sceneggiatore Edoardo Falcone, Se Dio vuole. Continua a leggere

Giorgio Faletti (1950-2014)

Giorgio Faletti (Wikipedia)

Giorgio Faletti (Wikipedia)

Potrò sembrarvi retorico amici lettori, ma la scomparsa di Giorgio Faletti, avvenuta ieri, venerdì 4 luglio, a Torino, mi ha suscitato una particolare sensazione, quel sentore di malinconia ed amarezza proprio di quando viene a mancare un amico conosciuto durante la tua adolescenza, capace di donarti all’epoca un po’ di sano buonumore nell’interpretare tutta una serie di personaggi grotteschi e surreali (il Testimone di Bagnacavallo, fustigatore di malcostumi e “devianze”, al grido di “Credete forse che io … E non vi veda?”), quasi da cartone animato (la guardia giurata Vito Catozzo, “porco il mondo cano che c’ho sotto i piedi”), idonei a farsi maschera, rappresentativi di un’Italia che agli inizi degli edonistici anni ’80 inizia ad avvertire repentini cambiamenti sociali, visualizzati, nell’ambito dello spettacolo televisivo (il Drive In di Antonio Ricci), da un’inedita dimensione scenica, fra echi di cabaret, gag da vecchie comiche del muto e reiterati tormentoni. Passano gli anni, scorre veloce la sabbia del tempo, e scopri con piacere come quell’amico, ora non più frequentato assiduamente ma sempre presente nei tuoi ricordi, abbia saputo gestire con intelligenza un’innata poliedricità, non rinnegando quanto il piccolo schermo gli ha dato in termini di popolarità, ma deciso a tentare nuove strade, mantenendo intatti i pregi che gli sono propri, in qualità di uomo ed artista, coerenza, ironia e disincanto. Continua a leggere

Nastri d’Argento 2014, vittoria di Paolo Virzì

Schermata-Nastri-dargentoTrionfo di Paolo Virzì e del suo Il capitale umano ai Nastri d’Argento 2014, riconoscimento assegnato dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (SGCI). La cerimonia di premiazione (68ma edizione) si svolgerà questa sera, sabato 28 giugno, al Teatro Antico di Taormina, in collaborazione con Taormina Arte.
Il film di Virzì ottiene sei Nastri su 8 nomination, tutti rilevanti, affermandosi come una realizzazione piuttosto solida a livello registico, di scrittura e recitazione, oltre che dal piacevole respiro internazionale, vuoi per le suddette qualità, vuoi per le vicende narrate (il plot è un adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen Amidon). Bello anche vedere riconosciuto il coraggio, unito all’intelligenza, di un felice esordio alla regia quale si è rivelato La mafia uccide solo d’estate: Pif è stato premiato come miglior regista esordiente e per il miglior soggetto, scritto insieme a Marco Martani. Ottimi risultati, infine, per Song’e Napule dei Manetti Bros, commedia dell’anno e riconoscimenti per la miglior canzone, miglior colonna sonora e migliori attori non protagonisti, Carlo Buccirosso e Paolo Sassanelli.

Paolo Virzì (effettonotteonline.com)

Paolo Virzì (effettonotteonline.com)

Regista del miglior film italiano: Paolo Virzì (Il capitale umano). Miglior regista esordiente: Pif (Pierfrancesco Diliberto, La mafia uccide solo d’estate). Miglior Commedia: Song’e Napule (Manetti Bros.). Miglior produttore: Domenico Procacci, Matteo Rovere (con Rai Cinema), Smetto quando voglio. Miglior soggetto: Pierfrancesco Diliberto, Marco Martani (La mafia uccide solo d’estate). Miglior sceneggiatura: Paolo Virzì, Francesco Bruni, Francesco Piccolo (Il capitale umano). Miglior attore protagonista: Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni (Il capitale umano). Miglior attrice protagonista: Kasia Smutniak (Allacciate le cinture). Miglior attore non protagonista: Carlo Buccirosso, Paolo Sassanelli (Song’e’Napule). Miglior attrice non protagonista: Paola Minaccioni (Allacciate le cinture). Continua a leggere

Box Office 3D-Il film dei film

4444Da tempo non mi succedeva di uscire dal cinema con un forte senso d’imbarazzo, per di più misto a rabbia e sensazione di essere stato offeso nella mia dignità di spettatore, come dopo la visione di Box Office 3D-Il film dei film, ultima regia di Ezio Greggio, a 12 anni di distanza da Svitati (seguente a Killer per caso, ’97 e al suo esordio dietro la macchina da presa, Il silenzio dei prosciutti, ’94). Veramente un brutto film, diretto male ed interpretato peggio, becero amalgama tra goliardia e carnevalata, senza avere la gioiosa spensieratezza dell’una e la dimensione artistica dell’altra, riducendo e stravolgendo il concetto e il senso della parodia in una serie di sketch stantii, dal sapore fortemente televisivo, che, pur volendo concedere l’attenuante della buona fede, non solo con il cinema non c’entrano un bel niente, ma neanche suscitano la benché minima sorpresa o invito al riso.

Fa senso sentire poi citare, tra inverecondia e faccia di tolla, Totò, i mai troppo compianti Franco Franchi e Ciccio Ingrassia o, andando fuori dall’ Italia, Mel Brooks e gli Zucker: quelle parodie di cui erano interpreti o registi, almeno prima delle varie derive, si facevano forza di una sceneggiatura capace di sfruttare l’integrità narrativa dell’opera originale, sapendone cogliere i lati deboli e traducendoli in valide gag, ovviando alle lacune con studiata improvvisazione e contando sull’affiatamento dell’intero cast, con solidi caratteristi, oltre che di una direzione, per quanto a volte debole o limitata alla stretta funzionalità, prodiga comunque a contenere le derive della volgarità o della grossolanità, pur attingendovi, sempre con misura.

Certo, lo sappiamo tutti, i principi della risata sono la botta in testa e la caduta, così come abbiamo appreso negli anni che ulteriori arricchimenti di una comicità slapstick possono essere il nonsense o il gioco surreale, ma gli sceneggiatori (lo stesso Greggio, Fausto Brizzi, Marco Martani, Rudy De Luca, Steve Haberman) qui non si sforzano minimamente di adattare questa classicità all’inventiva, limitandosi a scimmiottare pedissequamente, nel tentativo d’irridere i più famosi blockbuster americani, tra siparietti autoconclusivi e finti trailer, situazioni già viste, a volte anche volgarotte o fini a se stesse (Viagratar) banalizzando i tempi comici e riducendo la presenza di bravi attori (tra i tanti, Ric, Maurizio Mattoli, Gianfranco Jannuzzo, Gigi Proietti, Enzo Salvi, Biagio Izzo, Antonello Fassari) a semplice comparsata, caratterizzata sempre sul filo dell’ovvio e della coazione a ripetere.

Tra un Gladiator 2 ed un Harry Sfotter e l’età della pensione, dove Anna Falchi si concede l’impossibile, dare il peggio di sé, mischiando e rimischiando, raschiando e accumulando, con qualche blando riferimento alla realtà, vagamente satirico, si arriva ad un finale pretestuosamente e presuntuosamente metacinematografico, appena ravvivato dalla presenza di Gina Lollobrigida, che risalta su tutti, essendo l’unica a non recitare sul serio, e da una battuta decente, ripetuta anche in forma di didascalia, “Viva il cinema”, a risaltare tristemente come la vera, concreta, forma parodica dell’intero film. Da segnalare un 3D francamente inutile, poco importa se sia o meno la prima produzione italiana, visto l’uso pedestre che se ne fa, e, ciliegina sulla torta, l’avergli affidato la preapertura, fuori concorso, della 68ma Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, a dimostrazione che non solo Dio esiste, ma estrinseca i suoi favori nelle forme più insolite.

Amici miei – Come tutto ebbe inizio

3452“Cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, decisione e validità d’esecuzione”: questa frase del Perozzi (Philippe Noiret, doppiato da Renzo Montagnani), volta a commentare una feroce burla del Necchi (Duilio Del Prete) improvvisata al momento in una scena del mai dimenticato Amici miei, ’75, di Mario Monicelli (subentrato a Pietro Germi, autore del soggetto, morto dopo le prime riprese), mi è d’aiuto nell’uscire dall’imbarazzo che provo nel commentare la visione di Amici miei – Come tutto ebbe inizio, suo prequel.

L’intuizione appartiene agli sceneggiatori del citato originale, Piero De Bernardi, Leo Benvenuti e Tullio Pinelli, i quali anni orsono avevano caldeggiato l’idea di portare le celebri “zingarate” indietro nel tempo; la decisione, ancora prima che dei produttori, è frutto del regista Neri Parenti, il quale, volendo dar vita al classico sogno nel cassetto, magari smarcandosi dai soliti prodotti di cassetta (perdonatemi il gioco di parole), ha infuso vita al progetto, collaborando alla sceneggiatura insieme al citato De Bernardi, cui si sono aggiunti in fase di scrittura Fausto Brizzi e Marco Martani, tradendo, purtroppo, gli altri due necessari requisiti, fantasia e validità d’esecuzione, quest’ultima almeno solo in parte, salvata dalla ricca e curata scenografia messa in atto da Francesco Frigeri e dai costumi di Alfonsina Lettieri.

Una voce narrante ci introduce nella Firenze del 1487, sospesa tra il chi vuol esser lieto sia di Lorenzo il Magnifico e gli atti di contrizione del Savonarola, con l’incombente minaccia del morbo della peste prossimo a giungere in città; cinque amici, il consigliere comunale Duccio Villani di Masi (Michele Placido), l’oste Cecco Alemari (Giorgio Panariello), il cerusico Jacopo (Paolo Hendel), lo sfaccendato Manfredo Alemanni (Massimo Ghini) e il nobile Filippo (Christian De Sica) sfuggono alle responsabilità lavorative o familiari, ingegnandosi nell’escogitare una serie di scherzi sia a danno del prossimo, sia, ancora più ferocemente, di loro stessi, esorcizzando in tal modo la paura del tempo che passa; tra i primi particolarmente terribile quello ordito contro il legnaiolo Alderighi (Massimo Ceccherini), mentre tra i secondi quello contro Cecco, complice il Magnifico in persona…

Più che del paventato “reato di lesa maestà”, il film si macchia di “lesa attualità”, retrodatando, con timoroso rispetto e presuntuosi eccessi filologici (la supercazzola finale su tutto), anche pesantemente didascalici (la voce fuori campo), le gesta dei cinque bischeri, decontestualizzandole col pretesto di conferirgli valore universale, evitando così qualsiasi riferimento con il reale (limitato, bonariamente, al “popolo grullo cui gli si fa credere ciò che si vole” o “all’essere buco” del cerusico): identica operazione e consunto spunto narrativo messi in atto con i film natalizi (la “premiata ditta” è quella, lo dico senza pregiudizi di sorta), girati in location lontane e dal fascino “esotico”.

Le stesse burle, per quanto ben orchestrate, richiamano altrettante situazioni di nostrane commedie d’antan, strappando qualche sorriso e lasciando un sentore malinconico, tra volgarità, prevedibili, e un vago senso di straniamento che accompagna dapprima i protagonisti, semplici figurine di carta che si stagliano sullo sfondo, e poi noi spettatori. Detto per inciso, già i due sequel (Amici miei atto II, ’83, di Monicelli e Atto III, ’85 di Nanni Loy, entrambi con Montagnani nel ruolo di Necchi, sostituendo Del Prete) per quanto divertenti e ben diretti, avevano perso quell’aura di magica spensieratezza ed allegra spontaneità propri dell’originale.

O Pietro, o Mario, suvvia, riposate pure tranquilli, s’è fatto tutto per celia, o che l’avevate presa per una cosa seria? Voi l’eravate adusi al moralizzar sfottendo, come recita l’antico adagio, costoro invece pensano a rimpinguar le casse di soldini belli, convinti di poterci sempre prendere per li fondelli…

Femmine contro Maschi

48149Femmine contro Maschi è da ritenersi più uno spin-off del precedente Maschi contro Femmine che una sua seconda parte, sempre Fausto Brizzi alla regia e stesso team di sceneggiatori (il regista, Marco Martani, Massimiliano Bruno, Pulsatilla), i quali, con uno sforzo degno di miglior causa, ancora una volta non sono riusciti ad andare oltre la mesta conferma dei propri limiti, sia per l’impostazione, formalmente corale ma tendenzialmente volta a visualizzare una serie di sketch, sia per la banalizzazione dell’ eterno conflitto tra i sessi (troppa grazia definirlo confronto o delinearlo come tale), pur con una maggiore attenzione all’ interazione tra i vari personaggi e alle sfumature sentimentali.

Protagonisti quanti nell’episodio precedente erano semplici comprimari e viceversa, la trama scorre sempre su quattro binari essenziali: Valeria (Francesca Inaudi), maestra elementare, è la compagna del bidello Rocco (Salvo Ficarra), eterno bambinone collezionista di figurine e musicista in una cover band dei Beatles insieme al suo grande amico Michele (Valentino Picone), sposato con Diana (Serena Autieri), convinta invece che il marito abbia abbandonato gli intenti “artistici” e sia dedito solo al lavoro; Anna (Luciana Littizzetto), androloga, e Piero (Emilio Solfrizzi), benzinaio, sono sposati da vent’anni, lei sensibile e colta, lui rozzo ed infedele. Persa la memoria causa un banale incidente, Piero sarà “riformattato” da Anna nell’uomo dei suoi sogni; Marcello (Claudio Bisio), chirurgo plastico, e Paola (Nancy Brilli), impiegata, divorziati da anni, tanto che lei ha ormai un nuovo compagno, sono costretti a tornare a vivere insieme alla notizia che l’anziana madre di lui (Wilma De Angelis), sempre tenuta all’oscuro di tutto, ha pochi giorni di vita.

Per quanto nell’impianto messo in scena si avverta una maggiore concretezza, a livello stilistico e drammaturgico, rispetto al citato precedente, il film naufraga nel mare della delusione estrema, spinto sempre più giù dai flutti del luogo comune e dell’ovvietà, tra citazioni troppo tristi ed impudiche (la dettatura della lettera tra Ficarra e Picone, riferimento a Totò, Peppino e…la malafemmina, la copertina dell’album Abbey Road dei Beatles) per poter essere definite omaggi, vignette visualizzate (una per tutte, la botta contro un palo causa visione di una procace fanciulla) e qualche situazione divertente che appare a tratti (la Littizzetto insolito Pigmalione, la furba “nonnina” De Angelis); tutto fa brodo nel consueto minestrone “Brizzi e lazzi”, donne leonesse ma non propense al divertimento puro e semplice, a meno che non sia quello di frantumare gli zebedei a mariti e compagni, ovviamente farfalloni e zuzzurelloni, per plasmarli a proprio uso e consumo, giustificato dalla didascalia iniziale, una frase di Charles Darwin, “il maschio scelto dalla femmina non è colui che sembra più attraente, ma colui che la disgusta di meno”.

Parafrasando, lo stesso può dirsi degli spettatori che, sull’onda crescente dell’intrattenimento leggero e non volgare, sul quale mi sono spesso soffermato, finiscono, loro malgrado, per accettare un po’ di tutto, complice la scarsa volontà degli autori di osare qualcosa in più, per esempio una maggiore articolazione e conseguente approfondimento, sempre restando nel campo della commedia, quella vera però, cinematograficamente parlando, senza tristi ammiccamenti alle fiction televisive. Assuefazione, quanti crimini si compiono in tuo nome…