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Questione di karma

Roma, oggi. Giacomo (Fabio De Luigi) è un 50enne (o giù di lì) la cui vita è stata segnata da un grave trauma subito all’età di 4 anni: ha visto il padre, proprietario di una ditta produttrice di matite ed articoli di cancelleria, suicidarsi gettandosi dalla finestra del suo studio. La madre Caterina (Stefania Sandrelli) sposò in seguito Fabrizio (Eros Pagni), che si adoperò per gestire al meglio l’azienda, della quale a Giacomo non sembra interessare molto, dedito com’è allo studio della storia delle religioni orientali, alla ricerca continua di una risposta al perché dell’estremo gesto paterno, lasciando appunto che siano il patrigno e la sorellastra Ginevra (Isabella Ragonese) ad occuparsene.
Un giorno, nel leggere un libro sulla reincarnazione ad opera dell’esoterista Ludovico Stern (Philippe Leroy), Giacomo arriva a convincersi che l’anima dell’amato genitore possa essere ospitata nel corpo di un altro essere vivente.
Non resta che far visita all’eminente studioso, ritiratosi a vita privata in un isolato paesello, così da chiedere lumi se una tale  eventualità si sia verificata; Stern, per quanto infastidito e con fare scostante, lo indirizza verso tale Mario Pitagora (Elio Germano), un individuo alquanto truffaldino, carico di debiti, sposato e padre di due bambini, anche se la consorte è in procinto di lasciarlo.
L’incontro fra il rintronato giuggiolone e lo scaltro maneggione darà presto i suoi frutti, inizialmente solo a quest’ultimo, in attesa che il karma faccia il suo corso… Continua a leggere

Dei pregi di “Rocco Schiavone” e dell’insipienza di un’inopportuna ingerenza politica

rocco-schiavone-castNon ho (ancora) letto i libri scritti da Antonio Manzini (sei in tutto, editi da Sellerio) incentrati sulla complessa ma intrigante figura del vicequestore Rocco Schiavone, quindi non mi cimenterò nel consueto gioco, a volte culturalmente stimolante, di quanto possa ritenersi fedele l’adattamento, televisivo in tal caso, messo in atto nella trasposizione del testo d’origine, ma dopo aver visto i tre episodi della serie (Pista nera, La costola d’Adamo, Castore e Polluce, su Rai 2) posso scrivere con ferma convinzione che ci troviamo di fronte (finalmente, anche se qualche concreta eccezione in questi ultimi anni non è mancata) ad una realizzazione di ampio respiro, idonea a travalicare gli italici confini in virtù di tutta una serie di fattori felicemente congiunti fra di loro. In primo luogo vi è un lavoro di sceneggiatura piuttosto solido, la regia di Michele Soavi è particolarmente attenta, sensibile, nell’offrire risalto tanto all’ambientazione quanto ai personaggi, la fotografia gioca su una luce livida e pesta, consona a rendere una particolare simbiosi, da buon noir, sia con la cittadina di Aosta che con la faccia stropicciata e sofferta del protagonista, un ottimo Marco Giallini ad interpretare il funzionario di Polizia trasferito da Roma in Piemonte per “motivi politici”. Continua a leggere

La nostra vita

locandinaPorta di Nona, periferia romana. In un cantiere edile lavora il trentenne Claudio (Elio Germano), operaio scrupoloso nell’esecuzione dei lavori e nel rispettare le più elementari norme di sicurezza, pur tacendo su un caso di “morte bianca” avvenuto all’interno del costruendo palazzo, un guardiano di origine rumena, precipitato nella tromba dell’ascensore e lì “seppellito”. Si confida con la moglie Elena (Isabella Ragonese), incinta, ma decide che il cantiere non può chiudere, tante famiglie si ritroverebbero senza soldi da un momento all’altro, compresa la sua, con due figli piccoli da crescere, i mobili da comprare, la previsione di una vacanza last minute:la vita va avanti, tra le difficoltà, Claudio può contare su un rapporto fatto di gioiosa complicità e sensualità, e l’aiuto dei parenti, come il fratello Piero (Raoul Bova), vigile urbano timido e in difficoltà nei rapporti con le donne, la sorella Liliana (Stefania Montorsi), cassaintegrata, l’amico pusher Ari (Luca Zingaretti), paraplegico e convivente con una donna di colore e il suo bambino.

Ma per lui è in arrivo la tragedia, improvvisa, devastante: Elena muore per complicazioni sorte durante il parto, e così si ritrova solo, con i suoi figli e il neonato da accudire, un grande dolore cui reagisce violentemente, pensando di colmare il vuoto venutosi a creare con il facile guadagno, dando alla sua famiglia ciò che non ha mai avuto, ricattando il proprio capo per un subappalto e mettendosi in proprio, sfruttando una squadra di extracomunitari, trovandosi coinvolto in situazioni drammatiche dalle quali verrà fuori solo grazie all’aiuto dei suoi familiari, affrontando finalmente la propria coscienza, e, forse, ritornando su i suoi passi, aggrappandosi disperatamente ai suoi figli come nuova speranza.

La sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano Rulli, cui ha contribuito lo stesso regista Daniele Luchetti, fa de La nostra vita un film spietatamente duro, crudo nella sua semplicità e purezza espositiva, con la macchina a mano quasi sempre presente ad altezza d’uomo ad indagare il microcosmo del nuovo proletariato urbano, ignorato dallo Stato come dai tg, lavoro precario e in nero, che trova nei centri commerciali la parvenza illusoria di una falsa aggregazione e di una falsa eguaglianza, con il denaro a fare da compensatore e livellatore sociale; partendo da una tragedia privata e dal tentativo di superarla inseguendo quei falsi valori ormai regola imperante di vita, si arriva ad una visualizzazione estrema di cosa sia diventato il nostro paese negli ultimi anni, tutto teso ad inseguire un benessere etereo, basato sui soldi facili e su quanto questi possano comprare, infischiandosene di leggi o regole di vita pur di apparire, di sembrare quel che non si è.

Il pregio essenziale di Luchetti nell’inseguire un estremo realismo è di non usare mai toni compiaciuti o paternalistici, evitando retorica e stereotipi, sfiorando a volte un facile moralismo, appena temperato da una certa dose di cinico umorismo, che riesce a mantenere il film in un delicato equilibrio, sino ad un finale in apparenza consolatorio ma in realtà semplicemente e sinceramente teso verso una sempre possibile redenzione. Straordinaria infine l’interpretazione di Germano (Palma d’oro a Cannes), che evita il “sopra le righe”, grazie all’ottimo bilanciamento con gli altri attori, perfettamente in parte e psicologicamente ben delineati.