Archivi tag: Giovanna Mezzogiorno

“La tenerezza” di Gianni Amelio titolo d’apertura del Bif&st 2017

La tenerezza di Gianni Amelio aprirà l’ottava edizione e mezza del Bif&st, il Bari International Film Festival (22-29 aprile).
Il film, una produzione Pepito Produzioni con Rai Cinema, sarà presentato in anteprima mondiale nella sezione Anteprime Internazionali, sabato 22 aprile alle 21.30 al Teatro Petruzzelli, alla presenza del regista Gianni Amelio e dei protagonisti Elio Germano, Micaela Ramazzotti, Giovanna Mezzogiorno e Renato Carpentieri.
La distribuzione nelle sale italiane, a cura di 01 Distribution, avrà luogo dal 24 aprile.
Presidente della kermesse cinematografica pugliese, ideata e diretta da Felice Laudadio, è la regista Margarethe von Trotta, presidente onorario è Ettore Scola.

Venezia 2014: “Giornate degli Autori/Venice Days”, il programma dell’XI Edizione

Giornate-degli-Autori-11-2104-LocandinaLe Giornate degli Autori, promosse da Anac e 100autori, realizzate nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (71ma edizione, 27 agosto-6 settembre) presiedute da Roberto Barzanti e dirette da Giorgio Gosetti, ricominciano dall’undicesima edizione per rimettersi in gioco grazie ad una selezione di dodici film e quattro eventi speciali previsti negli undici giorni di programmazione, una serie di iniziative incentrate su temi che le associazioni degli autori hanno ritenuto di stretta attualità: il tono generale ricerca la provocazione e la diversità, intese entrambe non come piacere di stupire e di scandalizzare, bensì in qualità di risposta alla richiesta di novità ed intelligenza che il pubblico ormai attende con insistenza dai grandi festival, così da non ridurli ad una semplice vetrina del consenso. Nel motto “scopriamo un nuovo pubblico per un cinema nuovo” è quindi racchiusa la sfida dei prossimi anni, uno svecchiamento deciso dei linguaggi e delle liturgie, un cinema “giovane” nelle intenzioni e nelle esigenze. Continua a leggere

“Courmayeur Noir In Festival” 2013

untitledtSi è scelta una classica data horror, venerdì 13, per la consegna all’interno del Courmayeur Noir In Festival (10-15 dicembre, l’apertura è stata dedicata a Nelson Mandela) del Raymond Chandler Award allo scrittore svedese Henning Mankell, uno degli eventi di questa 23ma edizione, per la direzione artistica di Giorgio Gosetti e Marina Fabbri, il cui profilo nella selezione delle varie opere ribadisce il carattere di ricerca a cui il Festival è tornato negli ultimi anni. Ecco quindi titoli come il filippino On The Job di Erik Matti, l’americano indipendente Blue Caprice di Alexandre Moors, l’argentino Wakolda di Lucìa Puenzo, fra i candidati all’Oscar 2014 come Miglior Film Straniero.
Evidente poi l’attenzione rivolta al ritrovato interesse del cinema italiano per i generi, con due attese anteprime cui si aggiungono altrettanti titoli fuori concorso: Vinodentro di Ferdinando Vicentini Orgnani, con Lambert Wilson e Giovanna Mezzogiorno, Neve di Stefano Incerti, interpreti Roberto De Francesco ed Esther Elisha, La voce di Augusto Zucchi, con Rocco Papaleo, e Neverlake, thriller psicologico con venature horror dell’esordiente Riccardo Paoletti, protagonista la giovanissima Daisy Keeping.

Henning Mankell (Wikipedia)

Henning Mankell (Wikipedia)

Ampio spazio alla Scandinavia con i film di Mikkel Nørgaard (The Keeper Of Lost Causes), Søren Kragh-Jakobsen (The Hour Of The Lynx), Agneta Fagerström-Olsson (The Troubled Man), anche se sono certamente i titoli di grandi autori come Ridley Scott (The Counselor – Il procuratore, con Michael Fassbender), Denis Villeneuve (Enemy, con Jake Gyllenhaal), Richard Shepard (Dom Hemingway, con Jude Law), Atom Egoyan (Devil’s Knot, con Colin Firth), Johnnie To (Blind Detective, con Andy Lau) a segnalarsi tra le anteprime più attese.
Nella nutrita pattuglia degli scrittori che saranno presenti al Festival (oltre al citato Mankell, Jean-Christophe Grangé, Lauren Beukes, Assaf Gavron) spicca la partecipazione degli italiani, da Roberto Cotroneo (Betty, Bompiani), ai cinque finalisti del Premio Giorgio Scerbanenco – La Stampa per il migliore romanzo noir dell’anno, dal fisico Federico Tavola (Ucciderai corrotti e infedeli, Mursia), al “debuttante” nel romanzo giallo Enrico Vanzina (Il gigante sfregiato, Newton Compton), fino alla presenza della coppia De Cataldo-Bonini con il romanzo Suburra (Einaudi), al centro del convegno di quest’anno. Continua a leggere

Basilicata Coast to Coast

zaEsordio alla regia per l’attore lucano Rocco Papaleo, Basilicata Coast to Coast è un’opera fresca, genuina e spontanea, road movie in costante happening che riesce ad incrociare, con amabile leggerezza, cinema, teatro e canzone: nel corso della narrazione si inseriscono dei numeri musicali ben concepiti e soffusi di poesia, ironia e toni surreali, rendendo evidente la presenza nella sceneggiatura di Valter Lupo, che cura i numeri di Papaleo sul palcoscenico.

La trama verte sul picaresco viaggio a piedi, con tanto di carretto e cavallo, di un variopinto ed eterogeneo gruppo musicale, composto dal professore Nicola (Papaleo), dal guitto di provincia Rocco (Alessandro Gassman), dal timido Salvatore (Paolo Briguglia) e dal “muto per scelta” Franco (Max Gazzè), da Maratea a Scanzano Jonico per partecipare ad un festival jazz.
Ad accompagnarli, filmandone le gesta, la giornalista “sfigata” Tropea (Giovanna Mezzogiorno), in conflitto con il padre onorevole. Molti gli incontri e gli imprevisti lungo il cammino…

Si perdonano volentieri a Papaleo ingenuità e cadute di ritmo in virtù di uno spirito “anarchico”, lontano da ideologie e pregiudizi, e del suo valorizzare l’idea del viaggio come scoperta di perduti ideali e valori oltre che come scoperta di sé, del capire almeno quello che si vorrebbe non essere se non quel che si è, dandovi più importanza come esperienza di vita che raggiungimento o meno della meta prefissata.

Grande spazio agli attori, Gazzè, tenero e poetico, lo sbruffone Gassman, Briguglia e la sua vita in sospeso, una Mezzogiorno meno impostata, sciolta e “canterina” e la breve ma significativamente trasgressiva apparizione di Claudia Potenza. Coprotagonisti gli splendidi paesaggi lucani, non manca, infine, un omaggio a Levi e a Volontè.

La prima linea

47415Riuscito trait d’union tra film di genere e d’impegno civile, La prima linea non merita certo le spesso pretestuose polemiche messe accuratamente in scena ancor prima della sua uscita, arrivando addirittura a parlare di “apologia del terrorismo”, solo perchè il soggetto del film si basa sul libro Miccia corta del terrorista Sergio Segio, come se non fosse lecito o comunque convenientemente etico raccontare un (triste) spaccato di storia italiana partendo dal punto di vista di un dissociato.

In realtà, grazie all’ottima sceneggiatura (Sandro Petraglia, Ivan Cotroneo, Fidel Signorili), ad una regia (Renato De Maria) alquanto abile, che riesce ad imbastire una ricostruzione degli eventi sfalsando i piani temporali, alternando flashback, didascalie, immagini di repertorio e voci fuori campo, ed infine alla buona interpretazione di Giovanna Mezzogiorno e Riccardo Scamarcio, minimalista e trattenuta, il film si presenta come un’asciutta, tesa e rigorosa ricostruzione, stilistica e storica. Come già detto, il film scombina la cronologia degli eventi raccontati, partendo dalla cattura di Segio (Scamarcio) nell’ 89, per poi tornare indietro all’ 82, quando questi e i suoi compagni organizzarono l’evasione di Susanna Ronconi (Mezzogiorno) e di altre tre donne dal carcere di Rovigo, un violento assalto con uso di esplosivo in cui rimase ucciso un pensionato, e, sempre procedendo a sbalzi, la nascita del movimento “Prima Linea” e il passaggio alla lotta armata, sull’assunto di essere eredi della resistenza e di una rivoluzione tradita, convinti che i movimenti eversivi di destra e i servizi segreti stessero preparando un colpo di Stato, spinti spesso da un odio accecante, che ha la meglio anche sulla storia d’amore tra Susanna e Sergio.

Il regista “pedina” i protagonisti, gli sta addosso insistendo con primissimi piani, evidenziando, con il necessario distacco a non farne dei martiri, il terribile vuoto in cui si trovano a vivere, totalmente avulsi dal contesto sociale e politico nel quale comunque sono cresciuti e con il quale si sono alimentati, sino ad arrivare all’ “atto di dolore” di Sergio (“avremmo dovuto credere nella forza della ragione e invece credemmo nella ragione della forza”) per un percorso ideologico portato alle estreme conseguenze e destinato a fallire: eloquenti al riguardo le immagini del funerale del giudice Alessandrini, con l’Italia tutta (dal Presidente Pertini alla classe operaia, passando per i sindacati o i commercianti che chiudono i negozi in segno di lutto) riunita intorno al feretro.

Il film si conclude con un’altra fase di Segio: “la mia responsabilità è politica, morale e giudiziaria, le assumo tutte e tre”, che certo non è sufficiente a colmare il dolore di tante, troppe, vite interrotte,degli affetti spezzati, ma, pur nei limiti di un distacco a volte eccessivo, programmaticamente volto ad inserire frasi ad effetto o puntuali prese di distanza, riesce a mettere in scena “il grande incubo” di quegli anni, l’assurdità elevata a ragione di un’ Italia che, nonostante pianga ancora i suoi morti e che non si arrende, fatica a trovare unità nel comune dolore.