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Questione di karma

Roma, oggi. Giacomo (Fabio De Luigi) è un 50enne (o giù di lì) la cui vita è stata segnata da un grave trauma subito all’età di 4 anni: ha visto il padre, proprietario di una ditta produttrice di matite ed articoli di cancelleria, suicidarsi gettandosi dalla finestra del suo studio. La madre Caterina (Stefania Sandrelli) sposò in seguito Fabrizio (Eros Pagni), che si adoperò per gestire al meglio l’azienda, della quale a Giacomo non sembra interessare molto, dedito com’è allo studio della storia delle religioni orientali, alla ricerca continua di una risposta al perché dell’estremo gesto paterno, lasciando appunto che siano il patrigno e la sorellastra Ginevra (Isabella Ragonese) ad occuparsene.
Un giorno, nel leggere un libro sulla reincarnazione ad opera dell’esoterista Ludovico Stern (Philippe Leroy), Giacomo arriva a convincersi che l’anima dell’amato genitore possa essere ospitata nel corpo di un altro essere vivente.
Non resta che far visita all’eminente studioso, ritiratosi a vita privata in un isolato paesello, così da chiedere lumi se una tale  eventualità si sia verificata; Stern, per quanto infastidito e con fare scostante, lo indirizza verso tale Mario Pitagora (Elio Germano), un individuo alquanto truffaldino, carico di debiti, sposato e padre di due bambini, anche se la consorte è in procinto di lasciarlo.
L’incontro fra il rintronato giuggiolone e lo scaltro maneggione darà presto i suoi frutti, inizialmente solo a quest’ultimo, in attesa che il karma faccia il suo corso… Continua a leggere

Soap Opera

(Movieplayer)

(Movieplayer)

Scende la sera sulla città ammantata dalla coltre bianca, nevica incessantemente, si avvicina la vigilia di Capodanno, in un condominio come tanti trovano svolgimento le vicende di vari individui.
Ecco Francesco (Fabio De Luigi), in compagnia di Patrizia (Caterina Guzzanti): il loro percorso di reciproca conoscenza è interrotto dalla visita di Paolo (Ricky Memphis), fraterno amico, tormentato da dubbi riguardo la propria sessualità e con la moglie partoriente in ospedale. Appaiono poi Alice (Chiara Francini), attrice di fiction in costume, incline a “metter l’amore sopra ogni cosa”, in particolare se trattasi di uomini in divisa, ed infine i fratelli gemelli Gianni (Ale) e Mario (Franz), quest’ultimo costretto su una sedia a rotelle per un incidente causato dal primo, verso il quale riversa tutto il suo malanimo. Ma vi è un altro inquilino, schivo e defilato, che, rientrato nel suo appartamento, deciderà di farla finita con un colpo di pistola.
Il tragico evento condurrà nello stabile la fidanzata del suicida, Francesca (Elisa Sednaoui), e il maresciallo dei Carabinieri Cavallo (Diego Abatantuono), scombinando non poco le carte in tavola, anche perché nel frattempo si è fatta viva l’ex fidanzata di Francesco, Anna (Cristiana Capotondi)… Continua a leggere

Festival Internazionale del Film di Roma, apertura e chiusura in commedia

hjhjhjSaranno due commedie ad aprire e chiudere il Festival Internazionale del Film di Roma (IX Edizione, 16 – 25 ottobre, Auditorium Parco della Musica), ovvero, rispettivamente, Soap Opera di Alessandro Genovesi (con Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Ricky Memphis, Elisa Sednaoui, Chiara Francini, Ale e Franz, Diego Abatantuono) e Andiamo a quel paese, scritto, diretto e interpretato da Salvatore Ficarra e Valentino Picone (con Fatima Trotta, Tiziana Lodato, Nino Frassica). Una scelta in fondo coerente con il richiamo della kermesse capitolina all’originario concetto di “festa cinematografica” (vedi il ritorno alla votazione del pubblico relativamente al conferimento dei premi) come connotazione idonea, ci si augura definitiva, a differenziarla dai festival cinematografici che la precedono (Venezia) o la seguono (Torino). Continua a leggere

Una donna per amica

1Ancora vivo il ricordo della piacevole sorpresa riscontrata con la visione de L’ultima ruota del carro, a mio avviso una concreta e riuscita evoluzione del suo autore, Giovanni Veronesi, dai consueti schemi bozzettistici e da una messa in scena spesso sciatta e confusa fra ironia e toni sentimentali, mi sono accostato al nuovo film del regista toscano, Una donna per amica, scritto insieme ad Ugo Chiti, ormai sicuro che il nostro avesse, una volta per tutte, deciso “cosa fare da grande”.
D’altronde la tematica delineata dal plot narrativo sulla carta sembrava promettere una inedita rappresentazione (nonostante i numerosi precedenti cinematografici, europei e d’oltreoceano, al riguardo) nel mettere in scena l’eterno dilemma se fra donna ed uomo possa concretizzarsi un rapporto d’amicizia, al di là di qualsiasi coinvolgimento prettamente fisico, un particolare punto d’incontro fra sensibilità e complicità all’insegna del pragmatismo esistenziale, nella compensazione reciproca di pregi e difetti caratteriali. Purtroppo al riaccendersi delle luci in sala ha prevalso un misto di delusione e straniamento, dovuto all’aver assistito, ancora una volta nell’ambito delle commedie nostrane, alla lotta fra uno stile registico comunque fluido, anche accattivante, ed una scrittura scricchiolante e prevedibile. Continua a leggere

Il cinema italiano trova il Sacro Gra, scopre la Grande Bellezza, ma serve sempre uno Zalone a far primavera

Gianfranco Rosi

Gianfranco Rosi

Il 2013 cinematografico ha visto il cinema italiano concentrato ancora una volta sulla commedia, con qualche tentativo volto a diversificare l’offerta, puntando finalmente su più generi, accompagnato da segnali importanti. Mi riferisco tanto al Leone d’Oro conseguito da Gianfranco Rosi per il suo Sacro Gra alla 70ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia quanto al Marc’Aurelio d’Oro assegnato ad Alberto Fasulo (Tir) all’ottava edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Rappresentano infatti il segnale di una tendenza, ancora non del tutto definitiva, volta ad annullare la distanza, in fondo ideologica, fra il documentario e il “film di finzione”, ed evidenziano inoltre quanto sia necessario al nostro cinema riscoprire gusto ed intuito per una “sana” sperimentazione e porre attenzione al reale con uno sguardo finalmente inedito e non standardizzato, che possa stimolare il pubblico più che assecondarlo.
Resta da sciogliere il nodo della distribuzione, non sempre particolarmente coraggiosa nei confronti di determinate realizzazioni, preferendo, fatte le dovute eccezioni, puntare per lo più su fenomeni di risonanza mediatica, in nome dell’incasso garantito. Pensiamo a Salvo, il film diretto da Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, vincitore de La Seimane de la Critique al 66mo Festival di Cannes, la cui uscita in sala era stata inizialmente garantita in Francia ma non in Italia, ponendovi infine “salvifico” rimedio.

Alberto Fasulo

Alberto Fasulo

Anche il cinema d’autore ha dato qualche segno d’inedita vitalità, riuscendo spesso ad abbandonare rigidi schemi rappresentativi, fra accademismo e virtuosismi fini a se stessi, per rinnovarsi con intelligenza ed intuitivo spirito d’adattamento, così da andare incontro alle diverse esigenze fruitive di un pubblico sempre più eterogeneo. Sono state quindi messe in scena delle opere diseguali nella loro resa complessiva e forse non del tutto all’altezza di precedenti realizzazioni, ma comunque capaci di offrire un respiro più ampio, valide anche al di là dei nostri confini. E’ il caso de La migliore offerta di Giuseppe Tornatore, in cui appaiono evidenti sia caratteristiche proprie dell’autore, come la composizione fluida delle immagini, una narrazione vivida e il piacere del racconto, sia la volontà di riscoprire i generi cinematografici ed esplorare diverse modalità nella loro caratterizzazione complessiva, dal melodramma al thriller, offrendo alla pellicola una connotazione ed una validità complessiva di stampo europeo.
E’ quanto si può riscontrare anche in Educazione Siberiana, adattamento dell’omonimo romanzo di Nicolai Linin (2009, Einaudi Editore) messo in atto da Gabriele Salvatores insieme agli sceneggiatori Guido Rulli e Stefano Petraglia. Continua a leggere

Aspirante vedovo

1Per quanto regista (Massimo Venier) e sceneggiatori (lo stesso Venier, insieme ad Ugo Chiti e Michele Pellegrini, con la collaborazione di Piero Guerrera) di Aspirante vedovo si siano prodigati nell’esternare che “non è un remake” (excusatio non petita, accusatio manifesta), dopo aver visto il film l’operazione ricalco dell’originale (Il vedovo, ’59, Dino Risi, protagonisti Alberto Sordi e Franca Valeri), nel tentativo di adeguamento ai tempi odierni, si è palesata in modo del tutto evidente e, volenti o nolenti, ne giustifica il confronto. Non è certo il caso di stracciarsi le vesti per lesa maestà cinematografica, perché, come insegna la storia del cinema, qualsiasi film può essere oggetto di un rifacimento, ma l’ obiettività chiede di valutare se quest’ultimo, al di là del rispetto della trama originaria, sia in grado d’apportare qualcosa di veramente inedito, per esempio un approfondimento inerente la psicologia dei personaggi, o l’interpretazione offerta dal regista.

Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto

Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto

Aspirante vedovo avrebbe potuto elargire, soprattutto in fase di scrittura, un po’ di autentico coraggio, rivolto a sezionare chirurgicamente col bisturi della satira i vari bubboni presenti nella nostra attualità, invece di risolvere il tutto lasciando che scorrano battute, non sempre felici, gettate là senza neanche tanta convinzione, giusto per offrire il destro al solito lavacro di coscienza collettivo atto ad offrire momentanea purificazione, fra una riflessione forzata e una risatina a denti stretti.
Risi metteva in scena le contraddizioni di un’Italia in preda all’euforia del boom economico, dove l’elemento affettivo dei rapporti umani iniziava ad essere oggetto di mercificazione, mediando fra la satira di costume e lo humour nero di scuola britannica. Riusciva, inoltre, a contrapporre una “spontaneità” imprenditoriale arrivista, immorale (riproposizione dell’antica arte d’arrangiarsi), ad una mentalità freddamente industriale, non certo inferiore nelle “doti” espresse, ma vincente, in quanto coerente con i nuovi valori e i mutati comportamenti sociali in atto al tempo, tra accumulo di ricchezza ed ostentazione di sicurezza economica.

Alessandro Besentini e De Luigi

Alessandro Besentini e De Luigi

Venier e compagnia, invece di cogliere l’attualità del plot originario e dare vita ad una prosecuzione del suddetto contrasto ai giorni nostri, con tutti i mutamenti “evolutivi” del caso, vedi il Monopoli messo in atto fra “furbetti del quartierino” e i grossi squali della finanza e dell’imprenditoria, hanno reso i personaggi semplici figurine di cartone, che si stagliano su un fondale in apparenza reale, la crisi economica, ma finto nella sua ricostruzione alla bisogna, ovvero fornire spunto alle interpretazioni di Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto.
Il primo, nei panni dell’imprenditore Alberto Nardi, in costante fallimento finanziario per un misto d’inabilità gestionale e tronfia sicumera, non riesce a delineare il ritratto di uomo moralmente meschino, vittima della sua stessa megalomania ed incapace di scendere a patti con i propri limiti ed errori, e tende, ancora una volta, ad offrire la consueta caratterizzazione da giuggiolone sciamannato, comprensiva della solita faccina da cartone animato, fra espressioni ora buffe, ora contrite. Queste si pongono a metà strada fra i cavalli di battaglia dell’attore, il bimbetto scoperto con le mani nella marmellata e il ragazzone redarguito dalla madre per aver sbagliato detersivo nel lavare la camicia (il riferimento a un noto spot di cui il nostro è protagonista non è puramente casuale). Continua a leggere

Il vedovo (1959)

il-vedovo-1959-L-NIWWDZMilano. Il commendatore Alberto Nardi (A. Sordi), proprietario di una fabbrica d’ascensori che non naviga in floride acque, vive al’ombra (e sulle spalle) della consorte Elvira (Franca Valeri), abile invece nell’amministrare il proprio consistente patrimonio e gestirlo in varie attività, oltre a godere di un certo prestigio imprenditoriale.
Stanca di rimediare agli errori del marito (l’affetto coniugale è monetizzato in 70 milioni, elargiti in cinque anni di matrimonio), la donna rifiuta la firma che consentirebbe al suo “cretinetti” di ottenere il finanziamento dalla banca, utile per avere un po’ di respiro, oberato com’è da cambiali e scadenze, visto che il gioco dell’imprenditore navigato prevede anche il mantenimento dell’amante Gioia (Leonora Ruffo) e relativa famiglia (la madre e due sorelle).
Sopraggiunge in tempo utile un incidente ferroviario in cui è coinvolta l’amata Elvira, data per morta, per cui, soffocando il dolore, il nostro ora può pensare in grande, ma il destino gioca strani scherzi e non ammette intermediari …

Alberto Sordi e Franca Valeri

Alberto Sordi e Franca Valeri

Diretto da Dino Risi, anche sceneggiatore ( insieme a Rodolfo Sonego, Fabio Carpi, Dino Verde e Sandro Continenza), Il vedovo è un film che rappresenta l’incontro, nell’ambito della commedia all’italiana, tra un’attenta, graffiante, satira di costume e l’ humour nero, cinico sino al midollo, di derivazione britannica, una mediazione non sempre riuscita in tutto l’arco della narrazione, lambendo i confini della farsa, ma complessivamente valida, vuoi per l’abile regia, vuoi per le ottime interpretazioni attoriali, proprie di tutto il cast.
Risi concretizza la sua capacità, espressa a livello antropologico, di rappresentare le contraddizioni dell’Italia in preda all’euforia del boom economico, dove l’elemento affettivo dei rapporti umani inizia ad essere oggetto di mercificazione, alla stregua di qualsiasi bene materiale.
Viene quindi rappresentata la contrapposizione tra una “spontaneità” imprenditoriale arrivista, immorale, riproposizione dell’ antica arte d’arrangiarsi, ed una mentalità freddamente industriale, che non le è da meno, ma vincente, in quanto coerente con i nuovi valori e i mutati comportamenti sociali in atto, tra accumulo di ricchezza ed ostentazione di sicurezza finanziaria.

Sordi e Leonora Ruffo

Sordi e Leonora Ruffo

Il regista asseconda toni grotteschi e caricaturali, ora pessimistici, ora sarcastici, ben sostenuto da Sordi, abile nel rappresentare la figura di un uomo moralmente meschino, vittima della sua megalomania ed incapace di venire a patti con se stesso, riconoscendo i propri limiti ed errori.
E’ una figura maschile certo debole, a cui fanno buona compagnia il marchese Stucchi, collaboratore affettuosamente servile, già all’epoca figura di gentiluomo d’altri tempi, in lotta tra moralità e sopravvivenza (un pregevole Livio Lorenzon), lo zio (Nando Bruno), il primo finanziatore, che gli fa d’ autista, per finire con l’inetto ingegnere tedesco Fritzmayer (Enzo Petito), tutti messi in ombra ben presto dalle interpreti femminili. La splendida Elvira/Valeri, occhi gelidi e ghigno beffardo, personalità da vendere e gran senso pratico, Gioia/Ruffo, amante in carriera la cui apparente ingenuità è integrata a dovere dalla scaltra avvedutezza della madre (Nanda Primavera), sono personaggi che denotano una notevole attenzione nella definizione delle loro diverse caratteristiche, già in fase di scrittura, intuizione concreta capace di offrire sapidi ritratti, andando al di là delle consuete caratterizzazioni.

Sordi e Livio Lorenzon

Sordi e Livio Lorenzon

Difficile dimenticare, o non apprezzare ancora oggi, varie scene (il piano sequenza iniziale, la narrazione del sogno di Alberto a Stucchi, la morte della moglie, cui fa da efficace contraltare il cinico finale; il ritorno della “morta” al grido di “cosa fai, cretinetti, parli da solo?”, interrompendo i sogni del “vedovo”) o battute che lasciano il segno (tra le tante, la risposta del commendatore all’invito di piangere come utile sfogo dopo la ferale notizia, “magari, non ci riesco”; “per carità signora, diciamo che è stato il destino”, rivolta da Stucchi ad Elvira, che lo ringrazia per averle fatto perdere il treno poi deragliato), sino a quella che chiude il film mentre sopraggiunge il valido motivo musicale del maestro Armando Trovajoli, che ci ha lasciato nei giorni scorsi.

il-vedovo-1959-L-UyB088Pur con qualche lungaggine e il suddetto stridore tra due diversi tipi di comicità, Il vedovo è una valida testimonianza della capacità che aveva la nostra commedia di descrivere la realtà, sperimentando diversi linguaggi cinematografici, spesso prendendo spunto da un episodio di cronaca (il caso Fenaroli) su cui imbastire una valida sceneggiatura, potendo poi fare affidamento su un’accorta direzione nella messa in scena.
Non gli si può poi negare una certa attualità, immaginando la vicenda ai giorni nostri, e del resto ne è in cantiere un remake, in uscita ad ottobre, per la regia di Massimo Venier, con Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto protagonisti principali, che dal titolo, Aspirante vedovo, sembra però già voler prendere le distanze dall’originale o, comunque, evitare confronti, i quali saranno, volenti o nolenti, inevitabili. Aspettiamo e vediamo.