Archivi tag: Cesare Zavattini

Buona Pasqua

E’ Pasqua

Anche il sole stamane
è arrivato per tempo,
anzi con un leggero anticipo.
Anche io mi sento buono,
più buono del solito.
Siamo tutti un po’ angeli oggi
mi pare quasi di volare
leggero come sono.
Esco di casa canticchiando,
voglio bene a tutti.

 

Un breve componimento di Cesare Zavattini per augurare a tutti i lettori, abituali o di passaggio, una Pasqua lieta e serena. Grazie, un abbraccio.

Antonio

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Un ricordo di Héctor Babenco

Héctor Babenco

Héctor Babenco

E’ morto lo scorso giovedì, 14 luglio, a San Paolo (Brasile), il regista e sceneggiatore cinematografico argentino, naturalizzato brasiliano, Héctor Babenco (Buenos Aires, 1946), cantore attraverso le sue opere di un’umanità brulicante ai margini della società, visualizzata attraverso uno stile filmico che, almeno nelle realizzazioni degli esordi, appariva piuttosto limpido ed essenziale, facendo leva anche sulla naturalità di attori non professionisti, ancora libero da quelle sovrastrutture ricercate, pregne di un certo formalismo, che caratterizzeranno invece le produzioni successive.
Babenco entrò nel mondo del cinema come figurante nel film Il gaucho (1964, Dino Risi), che venne girato a Mar del Plata, per poi diciassettenne mettersi in viaggio (Africa, America, Europa) svolgendo vari mestieri.
In Italia lavorò come comparsa in alcuni spaghetti western, frequentando a Roma il Centro Sperimentale di Cinematografia, divenendo allievo di Cesare Zavattini. Nei primi anni Settanta si stabilì in Brasile, dove iniziò a lavorare come assistente regista, realizzando una serie di spot e documentari, esordendo infine nel 1975 con il suo primo lungometraggio, O rei da noite (Il re della notte), cui seguirono Lúcio Flávio, o passageiro da agonia (1977) e Pixote, a lei do mais fraco (1980, Pixote, la legge del più debole). Continua a leggere

Un ricordo di Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara

E’ morto ieri, sabato 25 giugno, a Roma, il regista Giuseppe Ferrara (Castelfiorentino, 1932), autore che sin dall’esordio nei documentari ed in seguito nell’attività cinematografica, senza dimenticare i lavori per la televisione, si è sempre distinto per una forte connotazione visiva e contenutistica delle sue opere, idonea a rendere edotto il grande pubblico sui lati oscuri della nostra vita politica e sociale, indagando attraverso la macchina da presa sui tanti misteri, risolti o irrisolti, del Bel Paese. La passione per il cinema si era fatta viva in Ferrara fin dai tempi del liceo, quando diede vita ad un particolare cineclub al cui interno venivano proposte ed analizzate criticamente le pellicole neorealiste del periodo, sulle quali incentrò successivamente la sua tesi di Laurea in Lettere (intitolata Nuovo Cinema Italiano). Continua a leggere

Torino, al via la mostra “Cinema Neorealista. Lo splendore del vero nell’Italia del dopoguerra”

20150601105500Ha preso il via ieri, giovedì 4 giugno, per concludersi il prossimo 29 novembre, a Torino, presso il Museo Nazionale del Cinema, all’interno della Mole Antonelliana, la mostra Cinema Neorealista. Lo splendore del vero nell’Italia del dopoguerra, a cura di Alberto Barbera, con la collaborazione di Grazia Paganelli e Fabio Pezzetti Tonion.
Corrente cinematografica non propriamente organica, il Neorealismo ha comunque offerto un’inedita espressione della nostra cultura, rappresentando all’interno del racconto filmico tanto la perdita quanto il recupero dei valori di una nuova Italia che nasceva dal dolore della guerra, una particolare combinazione fra un’attenta considerazione del contesto storico ed una linea drammaturgica incentrata anche sull’affabulazione narrativa; il percorso espositivo si sviluppa all’interno dell’Aula del Tempio, cuore del Museo Nazionale del Cinema, e presenta una varietà di materiali unica nel suo genere: oltre 180 tra fotografie e documenti, 15 manifesti, 23 monitor che ripropongono sequenze tratte da 55 film intervallate da documenti, interviste e foto, alle quali si affiancano 8 interviste esclusive. Continua a leggere

Milano, Spazio Oberdan: “Van Gogh. L’uomo e la terra. I Film”

untitledkDall’11 dicembre al 3 gennaio 2015 a Milano, presso Spazio Oberdan (Viale Vittorio Veneto, 2), Fondazione Cineteca Italiana, in occasione della mostra Van Gogh. L’uomo e la terra, inaugurata a Palazzo Reale lo scorso 18 ottobre e in proseguimento fino all’8 marzo 2015, presenterà una rassegna dedicata al genio e alla follia dell’artista che ha segnato la storia dell’arte contemporanea: Vincent Van Gogh. Sono infatti molteplici i film dedicati al grande artista olandese e la Cineteca di Milano ha scelto le opere più significative che sono riuscite a comunicare al pubblico l’intensità della sua esistenza, a partire da due pellicole come Vincent & Theo (1990) di Robert Altman, con Tim Roth nei panni del pittore, e Van Gogh (1991) di Maurice Pialat, interpretato da Jacques Dutronc. Tra i lungometraggi anche Brama di vivere (Lust for Life, 1956) di Vincent Minnelli, con Kirk Douglas nel ruolo di Van Gogh e Anthony Quinn in quello di Paul Gauguin. Continua a leggere

Domenica d’agosto (1950)

Luciano Emmer

Luciano Emmer

Luciano Emmer (1918-2009) è stato tra i più validi registi e sceneggiatori del cinema italiano, la cui produzione meriterebbe un esame più approfondito, in particolare riguardo l’ efficace capacità di visualizzare le genuine emozioni di gente semplice, appartenenti al proletariato urbano e alla piccola borghesia, le cui storie sono generalmente destinate ad intrecciarsi, nella condivisione di attese, bisogni, sentimenti. Non manca nelle sue opere uno sguardo concreto, sospeso fra curiosità e sospetto, rivolto alle novità della società postbellica, anche in termini di mutati valori, nell’evidente antinomia tra un passato sulla via d’essere dimenticato e il nuovo che si fa avanti. Come avvenne per altri registi (il pensiero va a Due soldi di speranza, Renato Castellani, ’52) per definire la sua produzione fu coniato il termine, piuttosto sbrigativo, di neorealismo rosa, in quanto, anche se veniva mantenuto uno stile documentaristico, rivolgendosi più a “volti presi dalla vita” che ad attori professionisti, le problematiche sociali costituivano lo sfondo ai problemi sentimentali delle persone, i quali restavano dominanti.

fswqSenza indulgere in moralismi o vezzi stilistici che non fossero volti alla funzionalità narrativa più pura ed essenziale, evidente richiamo alla formazione documentaristica (attività che, a partire dagli anni Quaranta, in collaborazione con Enrico Gras, si concentrò sulle opere d’arte di pittori quali Giotto, Leonardo, Goya, Picasso), Emmer riuscì a portare sullo schermo, sin dal suo primo film, Domenica d’agosto, i prodromi della commedia di costume, ancora non propriamente “all’italiana”, anche per via di un’ironia un po’ indulgente, ma capace di focalizzare la “banalità del quotidiano”: venivano messe a nudo la complessità e l’ambiguità della vita, sottolineando con humour garbato e sottile l’ “eroismo” della gente comune, di quanti lottano per dare un senso alla propria esistenza.

frfrereNella sua filmografia vi sono titoli come Parigi è sempre Parigi, ’51, film- lancio per Lucia Bosè, racconto di una gita di persone di modesta estrazione sociale alla scoperta dei luoghi comuni sulla “città del peccato”, come veniva vista ai tempi; Le ragazze di Piazza di Spagna, ’52, attenta e minuta osservazione di un mondo femminile in via d’evoluzione; Terza liceo,’54, garbata commedia sull’ultimo anno scolastico di un liceo classico romano, esplorazione degli amori di giovani borghesi; Camilla, la scalata sociale di una famiglia borghese vista con gli occhi semplici e il cuore puro di una domestica; il controverso La ragazza in vetrina, ’61, storia di un minatore italiano che ad Amsterdam si innamora di una prostituta, le cui noie con la censura portarono il regista ad abbandonare momentaneamente il cinema. Emmer, autore anche della sigla del primo Carosello e regista dei relativi sketch volti a reclamizzare i vari prodotti, girò i suoi ultimi film tra il ’90 e il 2003 (Basta, adesso tocca a noi; L’acqua … il fuoco), ancora pregni del suo stile ma ormai lontani dai problemi di un’ Italia profondamente mutata tanto dal punto di vista antropologico che sociale.
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immSceneggiato dallo stesso Emmer (insieme a Franco Brusati, Giulio Macchi, Cesare Zavattini, su soggetto di Sergio Amidei), Domenica d’agosto presenta una struttura narrativa inconsueta per l’epoca, sicuramente innovativa, più episodi sviluppati in parallelo l’uno all’altro destinati ad incrociarsi fra loro, nel tentativo, riuscito in parte, di dar vita ad una commedia corale: Roma, domenica 7 agosto, San Gaetano. Una composita umanità sta per lasciare la capitale, intenta a dirigersi verso il mare di Ostia, con i mezzi più vari. L’autista Cesare Meloni (Andrea Compagnoni) insieme alla moglie Fernanda (Ave Ninchi) e la numerosa famiglia al completo, fra cui la figlia adolescente Marcella (Anna Baldini), stipata nell’asmatica vettura di piazza insieme a masserizie e pietanze; il giovane Enrico (Franco Interlenghi) è pronto ad inforcare la bicicletta insieme ai suoi amici; Alberto (Emilio Cigoli), vedovo, e la sua attuale compagna Ines (Pina Malgarini) stanno invece per salire sul treno, insieme alla figlia di lui, Cristina, da affidare ad una colonia estiva; Luciana (Elvy Lissiak) attende l’arrivo del corteggiatore Roberto (Massimo Serato), che giunge in fuoriserie, lasciando di stucco l’ex fidanzato della donna, Renato (Mario Vitale), disoccupato e con trascorsi da prigioniero di guerra, costretto invece a restare in città, così come il vigile urbano Ercole (Marcello Mastroianni), intento a risolvere i problemi legati all’ormai prossimo matrimonio con la domestica Rosetta (Anna Medici), incinta e in procinto di essere licenziata dalla famiglia presso cui presta servizio. A molti di loro, una volta che la giornata festiva volgerà al termine, il destino riserverà una serie di sorprese, nuove consapevolezze o un ritorno sui propri passi …

Anna Baldini e Franco Interlenghi

Anna Baldini e Franco Interlenghi

Emmer, avvalendosi di uno stile a metà strada fra il documentario e il servizio di cronaca, visualizza un paese che sta per risollevarsi dall’incubo della guerra ed è pronto ad accogliere il nuovo, con tutte le sue implicazioni contraddittorie nel mutamento dei costumi che troveranno terreno fertile nell’ormai vicino boom economico: in un sol colpo s’introducono nel cinema italiano il film d’ambientazione balneare, certo lontano anni luce dalle imitazioni che verranno in seguito, fra casarecci pruriti erotici ed operazioni nostalgia, il suddetto intreccio di più episodi paralleli (piuttosto “agile” il montaggio di Jolanda Benvenuti, che incrementa la già notevole linearità della narrazione) e la commedia di costume innestata su una linea neorealista, come testimonia la scelta degli attori, improntata alla copresenza di volti noti (Ave Ninchi, splendida matrona di borgata, Cigoli, celebre in particolare come doppiatore) ed altri sconosciuti o comunque al loro esordio (Mastroianni, curiosamente doppiato da Alberto Sordi) e in ascesa nel percorso attoriale (Interlenghi, reduce da Sciuscià, ’46, Vittorio de Sica).

Anna Medici e Marcello Mastroianni

Anna Medici e Marcello Mastroianni

Una pellicola ancora oggi fresca e deliziosa, dove la macchina da presa si nota appena, per una naturalezza di ripresa che diviene quasi pudica nel passaggio verso i primi piani, ma capace di rappresentare con estrema efficacia una sorta di sospensione temporale fra un doloroso passato ancora vivo (il riferimento alla prigionia di guerra, il cartello “zona minata” ) e la spensieratezza delle famiglie alla ricerca anche di un solo attimo felice, tra i primi balli moderni, pentolate di pasta, fiaschi di vino e frittate, l’ abbattimento ingenuo e simbolico da parte di Marcella e Enrico della barriera, con tanto di reti metalliche, fra i lidi popolari e quelli borghesi (dove si pranza al ristorante), nel fingersi ricchi per poi riscoprirsi abitanti dello stesso condominio a fine giornata. Non manca uno sguardo impietoso ad un certo modo di fare cinema, immutato negli anni (un attempato nobile in disarmo improvvisato produttore e incline a vagliare le capacità recitative delle fanciulle col tristemente noto “provino”), e un sottofondo musicale che alterna canzoni di Villa e Rondinella ai primi slogan pubblicitari, urlati via radio.

Ave Ninchi

Ave Ninchi

Un affresco prezioso, un documento d’epoca sempre valido, una delle pellicole italiane passate che prediligo maggiormente, e qui subentra il cinefilo al critico cinematografico, proprio per il suo cristallizzare un’ Italia genuina e ruspante, consapevole delle tante difficoltà ma capace di fare leva sulla consapevolezza delle proprie forze più autentiche e su una coscienza ancora pura, in attesa d’affrontare un percorso che nel corso degli anni, fra pacche sulla spalla autoassolutorie, demandare ciecamente ad altri il proprio destino, smarrimento d’identità, perdita di memoria e ideali pronto uso, la porterà a raggiungere più di un traguardo, ma sempre in bilico tra evoluzione ed involuzione, ciò che poteva divenire e ciò che è diventata.

Damiano Damiani, afflato popolare e impegno civile

Damiano Damiani

Damiano Damiani

E’ morto ieri sera a Roma Damiano Damiani (Pasiano di Pordenone, 1932), tra i registi più poliedrici ed inventivi del nostro cinema.
La sua abilità narrativa, volta ad attraversare diversi generi, riusciva a conciliare l’affabulazione propria del piacere di raccontare, dal forte afflato popolare, con toni riflessivi.
Lo si può certo considerare un valido artigiano, così è sempre stato definito, ma non bisogna dimenticarne la poetica ed estetica cinematografica, nascoste tra le pieghe del genere e della suddetta fluidità narrativa, consistenti nella capacità di far notare ogni involuzione sociale e morale nel contesto storico italiano, dall’ evoluzione del fenomeno mafioso ai rapporti tra criminalità organizzata e politica, passando per i vari bubboni che si insinuano a macchia di leopardo in ogni esternazione del potere.
I suoi esordi nel mondo del cinema, dopo aver studiato pittura a Brera, lo vedono attivo come sceneggiatore, una volta trasferitosi a Roma, nel’46, per debuttare dietro la macchina da presa con il documentario La banda d’ Affori, ’47, cui segue, ben sette anni dopo, Le giostre.

damiano-damiani-afflato-popolare-e-impegno-ci-L-DIBoqoOccorrerà attendere il ’61 perché Damiani dia inizio alla sua vena prolifica ed inventiva, grazie a pellicole come Il rossetto e Il sicario, fortemente calate nel reale e capaci di calamitare l’attenzione del pubblico, grazie ad uno stile diretto ed incisivo. Senza perdersi nel solito elenco di titoli, ne ricorderò quelli che, a mio avviso, ne evidenziano maggiormente le sue doti di regista attento e curioso in egual misura, vedi i riusciti adattamenti dei romanzi L’isola d’Arturo (Elsa Morante) e La noia (Alberto Moravia), cui contribuirono in qualità di sceneggiatori, rispettivamente, Cesare Zavattini e Tonino Guerra, o il bellissimo La rimpatriata, ’63, dove risalta una magistrale interpretazione di Walter Chiari, critica della “buona borghesia” del periodo, che ha perso la capacità di credere alla realizzazione dei propri sogni, preferendole un comodo adattamento allo stato delle cose, pur nella difficoltà d’inserirsi propriamente nel contesto sociale.

damiano-damiani-afflato-popolare-e-impegno-ci-L-HAoFkRNel ’67 dirige Quien sabe?, tra gli apripista del cosiddetto “western politico”, scontro di diverse ideologie sullo sfondo della rivoluzione messicana, rappresentate dalle ben studiate psicologie dei protagonisti (El Chuncho/Gian Maria Volontè; Bill Tate Nino/Lou Castel; El Santo/Klaus Kinski), mentre del ’68 è il suo film più noto, Il giorno della civetta, dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, con Claudia Cardinale e Franco Nero, probabilmente la migliore resa di Damiani nel conciliare realismo, tensione narrativa e senso dello spettacolo. Seguono negli anni ’70 titoli volti ad inserirsi nel filone del “cinema civile”, che possono ritenersi confluenti tra loro: Confessioni di un commissario di polizia al Procuratore della Repubblica (’71), L’istruttoria è chiusa: dimentichi – Tante sbarre (‘72), Perché si uccide un magistrato ( ’74), sino a Io ho paura (’77), fra i primi film a rappresentare, sempre in un impianto da buon poliziesco, il fenomeno del terrorismo.

damiano-damiani-afflato-popolare-e-impegno-ci-L-mt8a9YDopo gli anni’70, in sintonia con la crisi del cinema italiano, che man mano s’avviava a perdere quella “sana” artigianalità, capace di conciliare autorialità creativa e l’andare incontro ai gusti del pubblico, Damiani non sempre riuscirà a colpire nel segno, per cui tra felici intuizioni (Pizza Connection, ’85, vincitore dell’Orso d’Argento al Festival di Berlino o L’inchiesta, ’87, film apparentemente anomalo nella sua carriera, ma in realtà aderente alle tematiche a lui care), il suo lavoro migliore resta la prima serie de La Piovra, film tv prodotto dalla Rai (sei episodi dall’11 al 19 marzo ’84), con Michele Placido protagonista, nei panni del commissario Cattani. Qui Damiani condensa il suo stile asciutto e realista, offrendo anche in televisione una realizzazione che rappresenta, una volta per tutte, la concreta e lucida espressione di una sempre avvertita esigenza intellettuale, morale e civile, volta a raccontare ogni stortura del nostro paese.