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Intervista a Francesco Baccini

Francesco Baccini

Francesco Baccini

Lunedì 21 luglio ho avuto il piacere di chiacchierare dai microfoni di Radio Gamma Gioiosa con Francesco Baccini, cantautore ironico e profondo, nonché persona estremamente gentile e disponibile. Si è parlato un po’ di tutto, dal suo debutto nel 1989 con l’album Cartoons, passando per una valutazione sullo stato attuale della musica e della cultura in genere ed infine si è arrivati a descrivere il suo ultimo singolo, Sole matto, che anticipa il nuovo album prodotto da Lasteri Music Group. Per ascoltare l’intervista, un click col mouse qui e sarete collegati con La zattera del pensiero, progetto per un futuro giornale multiculturale online condiviso con Giovanni Certomà.

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“Per essere attori bisogna prima di tutto essere”, addio ad Arnoldo Foà

Arnoldo Foà (Wikipedia)

Arnoldo Foà (Wikipedia)

Difficile commentare la scomparsa di Arnoldo Foà avvenuta ieri, sabato 11 gennaio, a Roma, senza divagare nel retorico elenco delle sue numerose ed intense interpretazioni, esternate pressoché in tutti i campi dello spettacolo (teatro, dove fu anche valido drammaturgo, cinema, radio, televisione) e dei riusciti “sconfinamenti” nei territori della scrittura, pittura e scultura. Preferisco allora lasciare fluire i ricordi e rammentare il primo incontro, nel senso di visione cinematografica, avuto con l’eclettico artista, il cui apparire burbero ed umorale veniva mitigato da quel particolare sorriso, sospeso fra fare sornione e candore infantile, unito ad uno sguardo particolarmente limpido ed acuto, senza dimenticare il suo caratteristico timbro vocale, che tanto ha dato al mondo del doppiaggio (sua, fra l’altro, la voce di Anthony Quinn/Zampanò ne La strada, ’54, Federico Fellini).

Foà e Antonio De Curtis in "Totò Sceicco"

Foà e Antonio De Curtis in “Totò Sceicco”

La memoria offre la visione, in bianco e nero, come le più lontane reminescenze di quanti appartengono alla mia generazione, di un film visto da bambino in tv (e più volte rivisto nel corso degli anni), Totò sceicco,’50, diretto da Mario Mattoli, una delle prime parodie interpretate dal principe della risata, andando alla scena in cui, nei corridoi del palazzo di Atlantide, il maggiordomo Antonio (Totò) e il marchesino Gastone (Aroldo Tieri) incontrano uno strano individuo (Foà), occhi spalancati e fare delirante, il quale racconta ai due l’amore per la regina Antinea che lo ha reso folle (“Si vede che sono pazzo?” e Totò, di rimando, “Ma no, macché …”).
Fra le migliori ed indimenticabili sequenze della pellicola, un’entrata in scena ed una naturalezza nello scambio delle battute, fra sguardi e gestualità, che saranno una costante delle tante prove recitative offerte da Foà nel corso di una carriera artistica all’insegna della più genuina poliedricità. Continua a leggere

“Alberto Sordi e la sua Roma”, l’omaggio della città a dieci anni dalla scomparsa

alberto-sordi-e-la-sua-roma-lomaggio-della-ci-L-nErCcXE’ stata inaugurata venerdì 15 febbraio e sarà possibile visitarla sino al 31 marzo, presso il Complesso del Vittoriano della Capitale, la mostra Alberto Sordi e la sua Roma: a dieci anni dalla scomparsa dell’ “Albertone nazionale” (25 febbraio del 2003) si vuole rendere omaggio al celebre artista, mettendo in evidenza il suo rapporto con la città, a cavallo tra arte e vita, attraverso fotografie, filmati, lettere autografe, materiali audio e video, sceneggiature, installazioni, oggetti e documenti, molti dei quali inediti, provenienti dalla casa, dallo studio e dagli archivi privati. L’esposizione, promossa da Roma Capitale in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione per il Cinema, RAI, con il patrocinio di Fondazione Alberto Sordi, Media Partner, Il Messaggero, è a cura di Gloria Satta, Vincenzo Mollica, Alessandro Nicosia (quest’ultimo ne ha curato anche l’organizzazione generale, insieme a Tiziana Appetito).

alberto-sordi-e-la-sua-roma-lomaggio-della-ci-L-Q0bH74La Capitale è stata il grande amore di Sordi, il luogo dove hanno preso vita i suoi film, le vicende private di una biografia ricca di eventi e successi, e la mostra intende ora farli rivivere, nell’arco di un lungo periodo che attraversa il fascismo, la guerra, la ricostruzione, il boom economico, gli anni Ottanta, l’euforia dei Novanta, l’inizio del nuovo millennio, grazie ad un percorso che si delinea in due momenti: in una prima sezione rivivono Sordi e i suoi cinquantasei film girati a Roma, con circa venti approfondimenti che vedono esposti, in molti casi per la prima volta, fotografie, album personali con rassegne stampa, copioni, oggetti di scena.

In una seconda sezione, invece, vengono proposti i momenti più significativi della sua vita nella città: tra i tanti, la sua casa, il suo studio, gli articoli da lui scritti per Il Messaggero, il giorno in cui fu per ventiquattro ore Sindaco della Capitale, l’addio alla lira, il suo particolare e personalissimo rapporto con Giovanni Paolo II, le toccanti immagini del funerale a testimonianza di quanto i romani abbiano amato Sordi, rendendo omaggio alla camera ardente allestita per lui in Campidoglio e partecipando alle esequie a San Giovanni.

Alberto Sordi e Carlo Verdone

Alberto Sordi e Carlo Verdone

Sarà così possibile anche ritrovare gli innumerevoli personaggi interpretati dall’attore sullo schermo, per scoprirli più che mai attuali e vivi, simbolo di un grande uomo che, rimanendo fedele alla propria storia e alle proprie radici, ha saputo fasi maschera universale per raccontare al mondo non solo la sua amata città, ma l’Italia intera. Ce lo rammentano ora anche Carlo e Luca Verdone, nel rendergli omaggio con il documentario Alberto il grande, girato insieme e realizzato grazie al sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Regione Lazio, proiettato ieri sera in tre sale del Cinema Adriano di Roma, volto a ripercorrerne l’esistenza, i primi passi nella rivista e l’affermazione a livello nazionale e internazionale.

Orario di apertura: dal lunedì al giovedì ore 9.30 – 18.30; venerdì, sabato e domenica ore 9.30 – 19.30. L’ingresso, gratuito, è consentito fino a 45 minuti prima dell’orario di chiusura.
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Mamma mia, che impressione!

Mamma mia, che impressione!

Volendo ricordare, a grandi linee, nei tratti essenziali, la figura di Alberto Sordi, la sua acuta e spietata osservazione dei tipi umani e delle loro quotidiane miserie, con più di un tocco cinico, ebbe inizio alla radio, dove nel 1948 era divenuto titolare ed autore della trasmissione Vi parla Alberto Sordi (vinse la Maschera d’argento come miglior attore radiofonico nel ’49 e nel ’50). Fece esordire, fra gli altri, un personaggio a lui congeniale, avendo frequentato da giovane gli ambienti dell’ Azione Cattolica, il compagnuccio della parrocchietta, perbenista e dal caratteristico tono di voce petulante: Vittorio De Sica si entusiasmò nell’ascoltarlo e propose a Sordi di produrre insieme un film che lo vedesse come protagonista, Mamma mia, che impressione! (regia di Alberto Savarese), anche se per ottenere il grande successo di pubblico occorrerà attendere I vitelloni (‘53, Federico Fellini; ricorderete certo l’ormai famoso gesto dell’ombrello … Lavoratori!).

Un americano a Roma

Un americano a Roma

Un film dove Sordi sfrutta al meglio, forse con modalità più spontanee che concrete, la sua innata capacità di individuare determinati aspetti della società, farli propri ed esasperarli, trasferendoli in vari personaggi, è certo Un americano a Roma (’54, Steno), nelle vesti di Nando Mericoni:t-shirt, jeans a tubo, cinturone di cuoio borchiato, bracciale di eguale fattura e, immancabile, il cappellino da baseball (per non parlare dell’arredo della sua camera, gagliardetti, poster, un boccione dell’acqua “come quelli degli uffici della Quinta Strada”) e, soprattutto, una logorroica cantilena che mescola inglese, spesso con vocaboli inventati o mutuati, storpiandoli, dall’italiano, romanesco e altri dialetti, con esiti esilaranti. Tra le scene ormai leggendarie certamente quella della cena ‘mericana (marmellata, yogurt, mostarda, latte…), per poi passare all’assalto del piatto di maccheroni lasciatogli pronto da mami e attaccarsi al fiasco di vino, sino ad un attimo prima disprezzati come “roba da carrettieri”.

Vittorio Gassman e Sordi ne "La Grande Guerra"

Vittorio Gassman e Sordi ne “La Grande Guerra”

Ma sono indimenticabili anche i personaggi dove Sordi riesce ad unire il comico al tragico, l’Oreste “eroe vigliacco” de La Grande Guerra (’59, Mario Monicelli), memorabile duetto con Vittorio Gassman, o, tra i miei preferiti, il Silvio Magnozzi di Una vita difficile (’61, Dino Risi). Qui i toni si fanno soffusamente amari e dolenti, l’umorismo grottesco, alternando momenti di poesia (l’incontro con un pastore, all’alba, ubriaco, dopo un litigio con la moglie Elena, la splendida Lea Massari) e altri di grande cinema (la cena dei monarchici, gli sputi e le ingiurie sulla strada di Viareggio rivolti alle auto di passaggio) e la sua psicologia si evolve man mano acquisendo una lucidità di pensiero ed un’autorità morale esemplari.

Sordi e Lea Massari, "Una vita difficile"

Sordi e Lea Massari, “Una vita difficile”

Il culmine di tutto ciò arriverà nella lunga sequenza finale, sino al sonoro schiaffone dato da Silvio a Bracci (interpretato da Claudio Gora, figura tristemente “profetica” d’imprenditore “tuttofare”, emblema del malaffare legalizzato), allegoria di quell’ Italia che sarebbe potuta essere e non è stata, con ormai poche persone rimaste a rappresentare determinati ideali, condannati ad una vita certo difficile, ma dignitosa, lontano dai miasmi del disfacimento morale. Un paese, che, passando sopra tanti altri titoli, sarà infine rappresentato da una borghesia piccola piccola, la quale, più che lottare per un’evoluzione o un riscatto sociale nel rispetto dei valori fondanti, opterà per la prosecuzione dello status quo con tutti i mezzi possibili, dalla “classica” raccomandazione in poi, dimenticando qualsivoglia eticità e all’insegna di un profondo egoismo.

Ricordando il Moretti/Michele Apicella di Ecce Bombo, sì, ce lo meritiamo Alberto Sordi, tra alti e bassi e qualche inevitabile passo falso lungo il cammino, ha saputo rappresentare, specie quando diretto da grandi registi, la nostra beata involuzione, democrazia sulla Carta, furberie del quartierino nella pratica quotidiana.

Intervista a…

Giovanni Certomà

Giovanni Certomà

Strana la vita: si vive nello stesso paese, Roccella Jonica (RC), si condividono gli stessi interessi, si frequentano, probabilmente, gli stessi posti e le stesse persone, ed invece d’incontrarsi in tale contesto di provincia, ci si ritrova sulla piazza virtuale del web: è quanto mi è piacevolmente capitato nei giorni scorsi, quando ho avuto modo di conoscere attraverso il mio blog Giovanni Certomà, nato appunto a Roccella Jonica nel 1970, anche se ora vive in provincia di Milano, laureato in pedagogia presso l’Università degli Studi di Messina, insegnante di Lettere e Filosofia, autore di tre libri (il saggio Il filosofo dimenticato. Morale e società giusta in Erminio Juvalta, ’98; la raccolta di liriche Vitalità svelata, 2000; Due gambe e un cuore, 2005, raccolta di articoli e foto, Edizioni Il Fiorino) e collaboratore presso Marathon (Rivista di podismo), Vivere Meglio (Rivista trimestrale), http://www.Trackandfieldchannel.tv (inviato Web – TV), http://www.Trackandfieldchannel.net (web – site), http://www.RadioRoccella.it (conduttore), Radio Hinterland (Milano).

Lascio alle sue parole la descrizione d’interessi e motivazioni: “Accanto alla passione per la cultura v’è in me un’altra – forse più intensa – che è quella per la corsa. La corsa è libertà, rilassamento mentale e soprattutto un modo per conoscersi nel profondo. Quando corro provo un senso di totale estraniazione da tutto ciò che è frenesia e apparenza”. Abbiamo chiacchierato un po’ via Skype e in tale occasione è nata l’idea di una collaborazione propostami da Giovanni, una rubrica radiofonica da avviare presso il suo sito, avente come argomento il cinema, iniziando il tutto con un’intervista nei miei confronti, per ascoltarla potete collegarvi a www.giovannicertoma.it

Addio a Gino Latilla

Gino Latilla (foto), tra le voci storiche della nostra canzone, felice espressione del “bel canto all’italiana”, è morto ieri mattina, domenica 11 settembre, a Firenze, presso l’ospedale di Santa Maria Nuova, dopo una lunga malattia; nato a Bari nel 1926, Latilla crebbe artisticamente alla scuola del padre Mario, anch’egli cantante, esordendo nel ’48 presso il Teatro Manzoni di Bologna con Mailù, proseguendo la sua carriera con varie tournée in Germania e negli Stati Uniti, per essere poi assunto in Rai, nel ’52, partecipando ad alcune trasmissioni radiofoniche, nell’orchestra del Maestro Cinico Angelini.

Il suo nome è legato soprattutto al Festival di Sanremo, ai numerosi successi riscossi nelle varie edizioni, a partire da Vecchio scarpone, ’53, rievocazione a ritmo di marcia degli anni giovanili, purtroppo per molti coincidenti con quelli della guerra, cantata insieme a Giorgio Consolini, con il quale ottenne il terzo posto, per poi classificarsi al primo nel ’54 con la tenera e struggente Tutte le mamme, sempre in coppia con Consolini e contemporaneamente al terzo con E la barca tornò sola , con il Duo Fasano e Franco Ricci; sempre nell’ambito sanremese si ricordano titoli quali Casetta in Canadà, ’57, quarto posto, cantata insieme a Carla Boni (che sposerà nel ’58, per poi separarsi), così come Timida serenata, ’58, poi Io sono il vento, ’59, in coppia con Arturo Testa, e Il mare nel cassetto, ’61, cantata insieme a Milva; altri successi furono Amico tango,’53, con Nilla Pizzi, Tchumbala bey, Marietta monta in gondola, entrambe del ’54, Serenatella sciuè sciue,’57.

L’Italia della radio, il bel paese in bianco e nero dei filmati storici e dei ricordi di molti, reduce dal secondo conflitto, sospesa tra antichi valori ed innovazione, in odore di boom economico, si riconosceva nei testi di quelle canzoni e si faceva trasportare dall’armoniosa melodia, assicurandone il successo, almeno sino agli anni ’60, quando iniziarono ad imporsi nuove tendenze musicali e Latilla, probabilmente intuendo il cambiamento, abbandonò le scene per divenire funzionario Rai, tornandovi negli anni ’80, all’interno del gruppo Quelli di Sanremo, insieme ad altre “vecchie glorie” (Pizzi, Consolini, Boni); il tentativo di rievocazione apparve però da subito un po’ triste, subentrando, ed avendo la meglio, la rimembranza, che nella mente diviene spesso elegia, dell’Italia dei “vecchi scarponi” o delle “casette piccoline in Canadà, con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà”.

Intervista a Giovanni Scaramuzzino

In data 29 aprile 2017 Tele Mia per comporre un articolo ha ripreso in parte, senza citarla, una mia intervista al collega Scaramuzzino di qualche anno addietrohttp://www.telemia.it/2017/04/locride-rc-giovanni-scaramuzzino-roccella-jonica-voce-storica-dello-sport-della-rai/

Interpellati i responsabili della pagina Facebook dell’emittente televisiva hanno risposto “picche”, ripubblicando il post senza alcuna correzione riguardo il “prelevamento”, oltre ad aver cancellato il mio commento con riferimento all’ intervista…

Un’ode conclamata alla deontologia professionale.

Ai posteri.

Antonio Falcone   

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Giovanni Scaramuzzino

Il nome del giornalista Giovanni Scaramuzzino  (nato a Reggio Calabria il 29 novembre 1967, ma roccellese di adozione) è legato soprattutto al mondo dello sport e del ciclismo: ci ha infatti emozionato al seguito del Giro d’Italia dal 1996, del Tour de France e delle grandi classiche dal 1998, radio-trasmettendo in diretta le fasi finali delle corse dalla sella di una moto, un’esperienza certo molto particolare, ben visualizzata nel suo libro Fino all’ultimo chilometro. Il Giro d’Italia da una motocicletta (Geo Edizioni, 2005).

Ha da poco pubblicato anche un interessante romanzo dal titolo: Come quando ascoltiamo le partite alla radio. Storie di sport minuto per minuto, edito dalla SEI di Torino, un affascinante intreccio di storie e personaggi legati all’ascolto, non solo in sottofondo, della cronaca di una partita trasmessa alla radio, attingendo così anche all’altra sua grande passione dopo il ciclismo, il calcio: telecronista delle partite del campionato di calcio di Serie A per La Grande Giostra dei Gol di Rai-International, è poi passato in pianta stabile a Radio Rai, è una delle voci della ormai storica trasmissione Tutto il calcio minuto per minuto, ha seguito da inviato i Giochi della XXVIII Olimpiade ad Atene e quelli della XXIX Olimpiade di Pechino e recentemente dal Sud Africa ci ha raccontato con la professionalità e passionale verve dai vari stadi le partite del Mondiale 2010. Contattato telefonicamente per un’intervista, Giovanni mi ha amabilmente narrato le sue ultime attività di scrittore e giornalista.

Dopo Fino all’ultimo chilometro. Il Giro d’Italia da una motocicletta (Geo Edizioni), basato sulle tue esperienze nel seguire in diretta l’importante competizione agonistica, ora la tua ultima fatica, Come quando ascoltiamo le partite alla radio. Storie di sport minuto per minuto(Sei), un libro forse meno diretto del primo, ma ugualmente emozionante, un vero e proprio romanzo, che si ammanta di toni surreali, tra ricordi lontani, ritorno al presente e capacità di descrivere i vari protagonisti “dal vero”, come persone “normali”…

VF2RF“In effetti è così. Il romanzo nasce dalla necessità di voler raccontare una visione dello sport, dei suoi protagonisti e della nostra Calabria così come ce li ricordiamo e così come desideriamo, ma forse è un’utopia, che possano ancora essere. In un’epoca dove nello sport contano i diritti, soprattutto quelli televisivi, mi piaceva scrivere una storia dove fossero in evidenza i cosiddetti doveri anche, perché no, quelli degli sportivi nei confronti del pubblico. Se dobbiamo dare un inizio alla storia che è appena diventata un libro, direi che tutto è cominciato nel febbraio del 1979, quando ho assistito dal vivo a Catanzaro-Inter, prima partita di Serie A della mia vita. Ebbene quei giocatori si potevano vedere, applaudire, toccare. Ci potevi parlare senza troppe barriere. Il loro numero telefonico, a cominciare da quello del capitano dei giallorossi Gianni Improta, era sull’elenco cittadino. Cose inconcepibili al giorno d’oggi”.

Tra digitale terrestre, nuove e varie offerte televisive, internet, insomma in questo nuovo villaggio globale, la radio ha ancora un senso, riesce a mantenere intatto il suo fascino un po’ d’antan, magari rivolto ad un pubblico di fedelissimi ?

“Me ne sono accorto ai mondiali sudafricani, soprattutto confrontando il nostro lavoro e la nostra impostazione italiana di radiocronisti con quella dei colleghi brasiliani, spagnoli, olandesi, messicani, ivoriani etc. La radio non avrebbe ragione d’essere se non trasmettesse in primo luogo emozioni nei confronti di chi ascolta . A qualunque latitudine e con qualsiasi lingua. Non importa lo strumento, ma conta l’effetto. Violino, chitarra, pianoforte o sassofono: a che servono se non si usano per produrre dei suoni che emozionano chi ascolta? La radio è questa. Gli altri mezzi d’informazione ormai sviscerano la partita di calcio, la gara di basket, la corsa di ciclismo, in moto o di Formula Uno in ogni benché minimo aspetto. Magari te la fanno anche vedere, ma non te la fanno respirare, annusare, non te la fanno vivere, come invece fa la radio. Per questo nel romanzo, tutte le storie, tutti gli intrecci, da quelli più delicati a quelli vigorosamente più intensi sono legati all’ascolto di una radiocronaca sportiva che non fa soltanto da sottofondo alle vicende dei protagonisti”.

Nell’ambito della tua esperienza di questi ultimi anni come giornalista sportivo, cosa è veramente cambiato nel mondo dello sport, in particolare rispetto a quanto seguivamo da ragazzi? La mia impressione è che ormai in tutti i suoi ambiti, dal calcio all’ automobilismo, si dia più importanza al fattore denaro rispetto a quello umano, riducendo la passione e l’entusiasmo di un tempo, quasi si volesse “capitalizzare” il successo…

“Tutto e subito. Sembra questa la parola d’ordine del nuovo millennio. Lo sport non fa eccezione perché legato a doppio filo all’immediato: nel calcio è finita da tempo l’epoca dei grandi presidenti di provincia come Rozzi, Ceravolo, Anconetani capaci di concludere accordi con allenatori e giocatori sulla base di una semplice stretta di mano. Adesso anche i contratti più blindati valgono per modo di dire, basti vedere la relativa facilità con cui il tecnico dell’Inter José Mourinho si è liberato dai vincoli con la squadra nerazzurra per firmare con il Real Madrid subito dopo la conquista della Champions League”.

Come vedi da giornalista il mondo dell’informazione in Italia? Al di là della tristemente nota “legge bavaglio”, ha ancora un senso nel nostro paese parlare di libertà d’informazione, quando ormai è sotto gli occhi di tutti una neanche tanto velata imposizione di consenso mediatico? Con l’eccezione dei soliti “indiani confinati nella riserva” assistendo ad un telegiornale, reti pubbliche e private, sembra sia stata messa in onda una trasmissione a reti unificate…

“La libertà di informazione deve nascere anzitutto dalla libertà di coscienza. Faccio un esempio che nasce dalla mia attività di giornalista sportivo. Per poter essere libero di elogiare o criticare una squadra, un arbitraggio, un allenatore o un giocatore, ritengo sia indispensabile, prima di ogni altra cosa, evitare con cura alcune cose, come ad esempio chiedere biglietti omaggio di ingresso allo stadio per parenti o amici. In questo modo nessuno può venirti a rinfacciare nulla e nella cronaca, nel commento e nei giudizi rispondi solo a te stesso. Tutte le cose più grandi scaturiscono dalle piccole”.

E nella nostra regione, la Calabria dove sei nato e cresciuto, cosa te ne pare del settore dell’informazione? Quali i problemi da superare e gli errori da evitare e, soprattutto, che consigli daresti a quanti desiderino avvicinarsi all’attività giornalistica o dar vita ad una nuova realtà, nell’ambito della carta stampata o della radio e della televisione?

“Di avere passione, di crederci, di non arrendersi alle prime difficoltà. Uno dei protagonisti del romanzo è un radiocronista di un’emittente locale. Sarà lui a dare una bella lezione di giornalismo e di altruismo ai cosiddetti grandi dell’informazione proprio perché attento nei confronti di quei particolari che sembrano all’apparenza insignificanti. In questo mestiere credo che senza umiltà e curiosità non si vada da nessuna parte. Chi si sente arrivato dopo i primi anni di attività e chi giudica i colleghi in base alla testata dove lavorano dovrebbe ricordare che i protagonisti sono sempre gli altri, non chi racconta la loro storia, ma chi la vive, sia esso un fatto di cronaca, di politica, di economia, di sport o di spettacolo. In conclusione, un bravo giornalista è tale sia che lavori in un foglio condominiale o rionale sia che giunga ad essere la prima firma di un prestigioso quotidiano che tira un milione di copie. Senza entusiasmo non si va da nessuna parte. In questo senso, un derby tra Marina di Gioiosa e Roccella, tra Locri e Siderno, tra Bovalinese e Ardore vale quanto Brasile-Olanda ai Mondiali di calcio ovvero anche la più piccola emittente locale ha la sua grande dignità adattandosi a quelle che sono le esigenze del proprio pubblico senza però divenirne schiava, anzi contribuendo a una crescita collettiva che dà senso professionale al nostro lavoro. E infine mai cadere nel tranello della presunzione. Un giornalista non deve dimostrare di sapere tutto, ma deve essere per prima cosa capace di sapere dove cercare e dove trovare le cose che non sa”.