Dov’è la libertà …? (1953)

Italia, anni’50. In un’aula di tribunale il giudice legge l’imputazione nei confronti di Lojacono Salvatore (Totò), aver invaso un carcere penitenziario, calandosi all’interno dell’edificio ed introducendosi in una cella. L’imputato, proclamatosi colpevole, ci tiene a raccontare il perché di quel gesto, in apparenza inspiegabile: in prigione da 22 anni per omicidio passionale, un giorno gli venne comunicato un condono di tre anni per buona condotta. Finalmente fuori!
Ma dove andare? La moglie è morta mentre lui scontava la pena, il suo negozio di parrucchiere in Via degli Orefici oramai non c’è più …
Incontra una donna per strada e la segue all’interno di un locale dove è in corso una gara di ballo, finendo col fare da intermediario fra i ballerini e l’impresario, ma quest’ultimo fugge con l’incasso. Su indicazione della polizia trova domicilio in una modesta pensione e riprende a lavorare, servizio di barba e capelli ai pensionati, ma il passato ritorna a galla, per cui è costretto a lasciare l’alloggio.
Si imbatte nel cognato Romolo (Eugenio Orlandi) e viene accolto nuovamente in famiglia, per poi scoprire come i parenti si siano arricchiti a spese di una famiglia di ebrei deportati e che la moglie non era poi quel fiore di virtù da lui tanto decantato. Inoltre intendono fargli sposare una loro domestica, incinta…
Se la buona società è questa…

Tra i film meno famosi all’interno tanto della filmografia del regista Roberto Rossellini quanto di quella di Totò, Dov’è la libertà…?, sceneggiato da Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Antonio Pietrangeli, Vincenzo Talarico e dallo stesso Rossellini, subì varie traversie in fase di realizzazione, tanto che il regista ad un certo se ne disinteressò, abbandonando il set, e subentrò Mario Monicelli a completare le riprese, anche se le sequenze finali venero girate da Federico Fellini.
Questo spiega l’andamento complessivamente frammentario dell’iter narrativo, al di là dell’essere inframmezzato da continui flashback e digressioni, per quanto la forza espressiva dell’intera opera non viene mai meno, pur se il lavoro di scrittura e l’interpretazione sobria, sofferta, profondamente umana, delineata dal “principe della risata” finiscono col prevalere su uno stile di regia a volte poco incisivo, anche se attento ad offrire visualizzazione, con piglio neorealistico, alla realtà italiana del periodo immediatamente successivo alla II Guerra Mondiale.
Alla totale ricostruzione di alcuni quartieri si affiancano dimore fatiscenti e squallide (le sequenze relative alla pensione sono esemplari nella loro eloquenza visiva), così come a persone ancora fondamentalmente pure di cuore ed oneste, che invano cercano di essere soltanto se stesse nell’affrontare le varie ambasce, vanno ad affiancarsi, finendo col soverchiarli, individui senza scrupoli, perlopiù appartenenti alla media borghesia.

 Persone che hanno ormai perso ogni capacità di discernimento fra vero e falso, preferendo al volto originario la maschera delle convenzioni sociali, assecondando la progressiva perdita di qualsivoglia ideale nell’arricchirsi sfruttando le disgrazie altrui.
Reduce dalla trasformazione già avvenuta in Guardie e ladri (Monicelli e Steno, 1951) Totò offre qui una delle sue migliori e più intense interpretazioni: niente birbanterie da marionetta disarticolata, calembour surreali o abbraccianti il nonsense, bensì un sapiente e mirato impiego della mimica, facciale in primo luogo (notevole al riguardo la sequenza dell’uscita dal carcere, quando uno spontaneo sorriso si tramuta in un’espressione tragica una volta guardatosi indietro, pensando a quella cella “porto sicuro”) ed un’attenta coordinazione dei gesti, così come dei movimenti o delle battute, con quanto messo in scena dagli altri interpreti, anche non professionisti (i dialoghi con i compagni di galera), rimarcando in particolare la sequenza del confronto fra Lojacono ed Abramo Piperno (intensamente interpretato nel suo silenzioso e doloroso rancore da Leopoldo Trieste). Il candido barbiere, dopo anni di estraneità al consesso sociale, ritorna alla “vita vera” scontrandosi “con tante maschere e pochi volti” (Pirandello), non potendo fare a meno di notare come il senso d’umanità sia ormai andato ad infrangersi contro gli scogli dell’opportunismo e dell’apparente rispettabilità sociale, conducendo ad un’auto reclusione fra le sbarre della mancata condivisione, un deserto delle anime dalla netta connotazione individualistica.

La vera libertà allora, ovvero come già scritto la possibilità di esprimere la propria più intima essenza e di porla al servizio della realtà che ci circonda, la si può rinvenire soltanto nello spazio ristretto di una cella penitenziaria, insieme ad individui connotati dalla tua stessa condizione che, per dirla con De Andrè, “ pur se non sono gigli sono pur sempre figli, vittime di questo mondo”: è l’amara ed impietosa conclusione di questa commedia volgente all’apologo morale (e che solo verso il finale abbraccia, momentaneamente, la farsa), sottolineata dalla sequenza di poco precedente i titoli di coda, con il nostro ormai tornato in galera che può ora respirare pieni polmoni l’aria di una libertà primigenia, non contaminata da eventi esterni tali da renderla putrida e malsana. Un film da rivalutare, pur nella sua messa in scena a tratti scombinata, idoneo a porre in tutta evidenza sia la rigorosa essenzialità di ripresa cara a Rossellini (almeno riguardo quanto girò prima di abbandonare il set) sia l’estro attoriale di Totò, la cui capacità di calarsi con mimetica immedesimazione e senso di profonda umanità nei personaggi interpretati, al di là della classica maschera, merita finalmente di essere apprezzata nella sua totalità.

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