Donatella (1956)

Roma, anni’50. Donatella (Elsa Martinelli), è una bella ragazza, carattere determinato e sani principi; dopo aver svolto le mansioni di commessa in un magazzino di porcellane, è al momento disoccupata, però sta frequentando un corso di stenografia, non ama stare con le mani in mano, né è il tipo che si rassegna, pur consapevole della propria umile condizione sociale.
Il papà, Augusto (Aldo Fabrizi), è un modesto rilegatore di libri, la mamma non c’è più da qualche tempo, vi sono due fratellini ed insieme a loro vive uno “zio di latte”, tassista (Virgilio Riento). Donatella ha anche un fidanzato, Guido (Walter Chiari), per quanto il rapporto fra i due non sia propriamente idilliaco, essendo l’uomo piuttosto incline ad assecondare con una certa costanza “il bene effimero della bellezza”*. Un giorno nel far ritorno a casa, a piedi, così da risparmiare i soldi del tram, la fanciulla rinviene una borsa: dai documenti riesce a risalire alla proprietaria, una facoltosa signora americana (Catherine Williams), la quale per sdebitarsi l’assume in qualità di persona di fiducia, si occuperà della villa e seguirà i suoi affari mentre lei è in viaggio. La coinvolgente giovialità di Donatella, l’istintiva spontaneità e la disarmante eleganza del portamento e dei modi faranno sì che i vari domestici ne restino conquistati, a partire dal cameriere Pasquale (Giuseppe Porelli), che le farà da pigmalione all’interno di un mondo a lei sconosciuto, ma al quale non sembra fare fatica ad adattarsi.

Elsa Martinelli

Egualmente può dirsi riguardo l’accettare un invito ad uscire insieme esternato dall’affascinante Maurizio (Gabriele Ferzetti), in visita alla magione per concludere un affare con la ricca americana, tanto che fra i due sembra possa nascere qualcosa, anche se la differenza di classe, almeno inizialmente, non tarderà a giocare le sue carte … Fra i lavori meno celebrati di Mario Monicelli, regista e sceneggiatore del film (insieme, in tal ultimo caso, a Roberto Amoroso, Sandro Continenza, Ruggero Maccari e Piero Tellini), Donatella è certamente una realizzazione minore rispetto ai capolavori propriamente detti del ruvido cineasta, ma si avvale comunque di una regia “morbida” e avvolgente, idonea in particolare ad offrire opportuno risalto alle interpretazioni attoriali, anche se, assecondando il Cinemascope, non manca l’effetto cartolina offerto dalle riprese degli angoli più tipici della capitale, esaltato dalla calda e “pastosa” fotografia di Tonino Delli Colli, che insiste molto sui colori naturali, espressi con tonalità tenui. Non è poi tanto malvagio il lavoro di scrittura, idoneo ad offrire validi dialoghi portando in scena una sorta di ibrido connubio fra i toni del neorealismo rosa, quelli della commedia romantica americana (Sabrina è dietro l’angolo) ed offrendo un’aura complessiva da favola moderna (anche Cenerentola fa capolino).

Walter Chiari e Martinelli

Non mancano lungaggini o momenti a sé stanti che rallentano un po’ l’iter narrativo, vedi i siparietti musicali con Abbe Lane e Xavier Cugat, per quanto idonei a rappresentare lo spirito del tempo, sospeso quest’ultimo fra tradizione e voglia di qualcosa di nuovo, espresso dal fascino esotico di una bellezza d’oltreoceano, d’altronde tra i sogni proibiti di Guido.
Presenti battute o situazioni inclini ad evidenziare diseguaglianze sociali o i “complessi di superiorità” dei ceti più abbienti, fra ostentazioni degli agi e sicumere classiste. Fluida, naturale, l’interpretazione offerta dalla Martinelli, che le valse l’Orso d’Argento come miglior attrice alla sesta edizione del Festival di Berlino, anche se a tratti il suo romanesco può apparire un po’ forzato; in particolare riesce a rendere visualizzazione ad un bel personaggio femminile, distante, nel fisico e nell’animo, all’idea di femminilità propria degli anni ’50, ferma e risoluta nei propri intenti, al contempo refrattaria e gioiosa nell’assecondare l’inserimento, dettato dal caso, in un mondo del quale avverte contemporaneamente l’estraneità ed il fascino, anelando ad una diversa esistenza mai rinnegando però il proprio modo d’essere; saranno la leggiadra eleganza e la sempre scalpitante voglia di vivere, senza dimenticare l’onestà d’animo e d’intenti, a permetterle di vedersi aprire più porte di quante possa credere. Oltre a questa intensa figura femminile, a conferire un certo tono a tutto il film contribuisce anche la scostante bonomia da buon padre di famiglia esternata da un misurato Fabrizi nei panni del sor Augusto, uomo tranquillo e modesto che sa come è fatto il mondo ma al contempo riesce ad essere consapevole, attraverso gli occhi della figlia e non senza qualche affanno, dei suoi possibili cambiamenti.

Martinelli, Abbe Lane e Xavier Cugat

Interessante anche l’interpretazione offerta da Chiari: il suo Guido è un individuo complessivamente sincero e capace di un sensibile gesto di generosità, così come non si può fare a meno di notare lo charme insinuante ma discreto di Ferzetti e i sapidi apporti da validi caratteristi offerti da Porelli e Riento.
Fra le sequenze più belle, Donatella e Maurizio  che danzano, di notte, fra le antiche vestigia di Roma, scena idonea, pur nella sua ovvietà romantica, a conferire la sensazione di un’atmosfera genuinamente sognante.
In conclusione, Donatella non sarà certo un capolavoro, come su scritto, ma può considerarsi un’opera complessivamente ben sceneggiata, diretta ed interpretata, ovvia quanto si vuole nella sua linearità narrativa e negli intrecci che si andranno a sviluppare ma piacevole nella resa della messa in scena e comunque testimonianza, ancora prima di un’ Italia che non c’è più, di un cinema onesto e garbato nell’offrire un buon intrattenimento in forma di favola quotidiana, mescolando con misura e  disinvoltura realtà e sogno, un po’ come successe col citato Sabrina e come succederà molti anni più tardi, non stracciatevi le vesti, con Pretty Woman.

 

*da Bocca di rosa, Fabrizio De Andrè, 1967

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