Un ricordo di Elsa Martinelli

Elsa Martinelli

Fotomodella e attrice cinematografica dal fascino naturale, scaturente tanto da un corpo longilineo e sinuoso quanto da uno sguardo esprimente allo stesso tempo dolcezza e determinazione, Elsa Martinelli (Roma, 1935) è morta  ieri, sabato 8 luglio, a Roma.
L’eleganza del portamento e l’indubbia presenza scenica,  così come l’esprimere una certa intraprendenza nell’ambito dei personaggi interpretati, le valsero presto l’appellativo di “Audrey Hepburn italiana”,  sottolineando  la distanza dall’idea di femminilità propria degli anni ’50.
S’impose all’attenzione internazionale recitando nel western Il cacciatore di indiani (The Indian Fighter,  André de Toth, 1955) accanto a Kirk Douglas, che la chiamò dopo averla notata in una fotografia sulla copertina della rivista Life, film che può considerarsi il suo vero debutto cinematografico, considerando le brevi apparizioni nei precedenti titoli Se vincessi cento milioni (Carlo Campogalliani e Carlo Moscovini, 1953, l’episodio L’indossatrice) e  L’uomo e il diavolo (Le rouge et le noir, Claude Autant-Lara, 1954, dove peraltro risultava non accreditata). Una volta tornata in Italia, recitò ne La risaia (Raffaello Matarazzo, 1955) e l’anno seguente in Donatella, per la regia di Mario Monicelli, film che le valse l’Orso d’Argento come miglior attrice alla sesta edizione del Festival di Berlino.  Mantenendo identica classe, l’attrice si cimentò poi in ruoli  più “difficili”, lontani dall’immagine della “brava ragazza”.

Ecco allora La notte brava (Mauro Bolognini, 1959, su sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini) o  Il sangue e la rosa (…Et mourir de plaisir, Roger Vadim, 1960, tratto dal romanzo gotico Carmilla, 1872, di Sheridan le Fanu).
Memorabili poi i duetti con John Wayne in Hatari!, Howard Hawks, lei fotografa italiana lui arcigno cacciatore dai modi bruschi; fino a tutti gli anni Sessanta girò  titoli di vario genere che la imposero ulteriormente a livello internazionale, esaltandone anche una certa poliedricità, come, fra gli altri,  Il processo (Le procès, 1962, Orson Welles), Pranzo di Pasqua (The Pigeon That Took Rome, 1962, Melville Shavelson), Pelle viva (Giuseppe Fina, 1962), Il grande safari (Rampage, 1963, Phil Karlson), La calda pelle (De l’amour, 1965,  Jean Aurel), La decima vittima (Elio Petri, 1965), Les chemins de Katmandou (André Cayatte, 1969), mentre intorno agli anni Settanta iniziò a diradare la sua attività sul grande schermo (si può ricordare di questo periodo soprattutto Il garofano rosso, Luigi Faccini, 1976)  tornando ad occuparsi di moda e prendendo parte a serie o trasmissioni televisive.
Ultimo film girato, il remake di Crimen (Mario Camerini, 1960), Sette criminali per un bassotto (Once Upon a Crime, 1992, Eugene Levy), mentre per cogliere a pieno l’essenza di una diva noncurante di esserlo, consapevole del suo charme e della sua bontà recitativa, capace di ironizzare in primo luogo su stessa, si rivela prezioso il libro autobiografico Sono come sono: dalla dolce vita e ritorno (Rusconi, 1995).

 

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