Ricordando Paolo Villaggio: “Fantozzi” (1975)

Paolo Villaggio

Considerando i precedenti, ho creduto che la notizia della morte di Paolo Villaggio fosse la solita bufala, ma, mano a mano che veniva riportata sul web dalle più importati testate, trovava purtroppo conferma: il popolare attore cinematografico e scrittore (Genova, 1932) è morto oggi, lunedì 3 luglio, a Roma. Villaggio, dopo i trascorsi d’impiegato all’Italsider della sua città natale, entrò nel mondo dello spettacolo sul finire degli anni Sessanta, esordendo dapprima nel cabaret e poi in televisione, dove portò al debutto le sue “creature” mostruosamente trasfigurate dal reale attraverso toni comici e grotteschi, quali il meschino ragioniere Giandomenico Fracchia, l’apparentemente simile Ugo Fantozzi, anch’esso ragioniere, ma ancor più tragicamente inferiore rispetto al collega, il terribile Professor Otto von Krantz  (esordirono tutti in Quelli della domenica, 1968), prestigiatore la cui inettitudine andava di pari passo con una presunta ed esibita autoritarietà (Chi viene voi adesso?, rivolto al pubblico alla ricerca di una vittima sacrificale da coinvolgere nei suoi maldestri giochi di prestigio). Una figura quest’ultima che ispirò l’alemanno interpretato da Villaggio in Brancaleone alle Crociate (Mario Monicelli,1970), sua seconda prova cinematografica  dopo I quattro del Pater Noster (Ruggero Deodato, 1969), esternando anche sul grande schermo una particolare capacità nel portare in scena, e far percepire agli spettatori, l’aspetto più sordido dei personaggi interpretati, come si nota  nel film di Marco Ferreri Touche pas la femme blanche (Non toccare la donna bianca, 1974).

Inutile comunque negare che, fra i tanti titoli cui ha preso parte, la sua interpretazione più riuscita e famosa sia legata al citato personaggio di Fantozzi, anzi non è da sottovalutare come Villaggio sia riuscito a farne una vera e propria maschera, dalla forte valenza e complessità artistica (e anche fosse solo per questo, il Leone d’Oro alla carriera conseguito nel 1992 alla 49ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è da ritenersi più che meritato), ormai definitiva icona impressa nell’immaginario collettivo, capace di resistere anche ad uno sfruttamento eccessivo nella reiterazione quasi parossistica di gag e situazioni comiche.
Andando alla genesi di Fantozzi, dai primi articoli sull’ Europeo, ai monologhi della citata trasmissione televisiva Quelli della domenica, il mesto impiegato si concretizzava dapprima in due libri di grande successo, Fantozzi e il Secondo tragico libro di Fantozzi (Rizzoli Editore, 1971 e 1977) poi al cinema, attingendo dalle menzionate pubblicazioni, a loro modo innovatrici nell’uso di una lingua italiana spesso distorta ad uso e consumo del surreale e del grottesco propri di ambienti e personaggi. In un periodo in cui la classica commedia all’italiana tentava estremi rinnovamenti, cercando di cogliere le profonde mutazioni in atto nella società, Fantozzi offriva spazio ad una comicità di derivazione cabarettistica, ulteriormente trasformata dal passaggio televisivo, attraversata da un linguaggio innovatore, con espressioni ormai entrate nell’uso comune, scaturente dalle (dis)avventure di un singolo personaggio, più che dalla coralità della vicenda in sé.

La signora Pina (Liù Bosisio) telefona in ditta dove lavora il marito, ragioniere Fantozzi Ugo (Villaggio), impiegato Ufficio Sinistri, del quale non si hanno notizie da 18 giorni, senza che qualcuno si sia accorto della sua assenza. Risultato delle ricerche, il nostro è stato murato vivo nei vecchi bagni dell’azienda, durante una ristrutturazione.
Una voce fuori campo ci descrive la vita, tra lavoro e famiglia (la figlia Mariangela, Plinio Fernando, alias Cita, come Cita Hayworth), i rituali del risveglio mattutino con l’incubo di non riuscire a timbrare in tempo il cartellino, il vano corteggiamento della collega Silvani (Anna Mazzamauro e le sue labbra fatali),  amore segreto, con fallimentari inviti a cena, le terrificanti iniziative ricreative di un altro suo collega, Filini (un superbo Gigi Reder), i tentativi di ingraziarsi il capo del personale perdendo a biliardo, che falliranno causa moto d’orgoglio improvviso, sino al confinamento in uno stanzino in comune con un impiegato comunista che gli renderà per un attimo le cose più chiare (allora in questi anni mi hanno preso per il c**o!). Convocato dal megadirettore, la ribellione sarà infatti piegata dai modi affabili, “progressisti” di quest’ultimo, tanto da indurlo ad offrirsi come “triglia umana” per l’acquario dei dipendenti.

 

Villaggio e Gigi Reder

Diretto con mano ferma da Luciano Salce, anche sceneggiatore insieme a Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi e lo stesso Villaggio, sostenuto da un più che valido cast, il film, dopo il prologo introduttivo, procede per singoli episodi, dai temi costanti e ripetitivi ma efficaci ai fini della risata, per quanto spesso amara.
Domina una comicità che ancora prima del citato cabaret, trova le sue fonti nello slapstick del cinema muto per poi essere enfatizzata, fino all’iperbole surreale ed onirica, con toni sospesi tra il grottesco e il demenziale.
Sono questi ultimi a rappresentare la “tragica” condizione di un misero travet, dalle ascendenze letterarie ottocentesche, la cui accondiscendenza, verso superiori e colleghi, l’obbedienza e il servilismo più bieco rappresentano la sua sola ragione di vita o, meglio, l’unico mezzo per potere essere accettato e compreso in un sistema nel quale, consapevolmente, non potrà mi essere incluso. In virtù di tali caratteristiche il personaggio è più anarchico e reazionario di quanto possa apparire di primo acchito, tanto da superare a mio avviso, almeno in questo primo film e nel suo riuscito seguito, lo stadio di caricatura, e simbolo allo stesso tempo, di quel ceto medio piccolo-borghese, del tutto vivo e pulsante nell’ Italia degli anni ’70, prodotto estremo di un miracolo economico ormai al termine. Fantozzi è divenuto così il nostro capro espiatorio, compagno di una catarsi mai definitiva, tra lavoro a tempo indeterminato (un sogno, allora come oggi, pur nelle diverse motivazioni) ma privo di qualsiasi scatto in avanti per tutta la vita.

Stesso luogo, stesse mansioni, scarsi interessi, che non siano quelli coincidenti con l’hobby del superiore di turno o le citate terrificanti proposte di gite o raduni “alternativi” del collega Filini. Ben 8 episodi dopo i primi due film, con Milena Vukotic a subentrare nel ruolo della moglie Pina (la Bosisio rientrerà momentaneamente in SuperFantozzi, 1986, Neri Parenti), improntati purtroppo ad una serialità ripetitiva e qualche caduta di stile, con felici eccezioni (Fantozzi va in pensione, 1988, Fantozzi in Paradiso,1993, sempre per la regia di Parenti). Per quanto attore certo versatile, capace di travalicare i generi cinematografici ed offrire al riguardo sempre interpretazioni piuttosto sentite ed emotivamente coinvolgenti (fra gli altri, La voce della luna, Federico Fellini, 1990, Il segreto del bosco vecchio, Ermanno Olmi, 1993, che gli valsero, rispettivamente, un David di Donatello ed un Nastro d’Argento; Io speriamo che me la cavo, Lina Wertmüller, 1992), Villaggio, grande amico di Fabrizio De Andrè (per il quale ha scritto i testi di canzoni come Il fannullone e Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers) ha sempre preferito assecondare la sua propensione naturale verso una comicità, ora debitrice del cinema muto, ora del cabaret, idonea  ad offrire una raffigurazione satirica del reale, come scritto nel corso dell’articolo, adattando la consueta maschera tanto alle mutazioni personali (fisiche e non solo) quanto a quelle, egualmente in divenire, del costume italico. (Rielaborazione ed approfondimento di due miei precedenti articoli, pubblicati il 28/11/2012 e il 27/10/2015)

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3 risposte a “Ricordando Paolo Villaggio: “Fantozzi” (1975)

  1. un grande… molti ritengono Fantozzi comicità sciocca e di bassa lega, mentre con quel personaggio Villaggio aveva fotografato alla perfezione una fetta di italiani più ampia di quello che si pensa, e che ancora oggi non è scomparsa, nonostante i cambiamenti sociali intevenuti nel corso di quarant’anni…

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    • Antonio Falcone

      Ciao Vincenzo. Concordo totalmente con quanto hai scritto, in particolare considerando la genesi e i primi film dedicati al pavido travet, iconica maschera rappresentativa del nostro malcontento, il cui spirito di rivalsa e l’aspettativa di una condizione migliore “vivranno solo un giorno come le rose”, citando De Andrè… Grazie, un saluto.

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  2. Pingback: Confronti: i primi due Fantozzi, in una gustosa carrellata di sequenze e previa una necessaria analisi del personaggio – L'ultimo Spettacolo

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