“Bootleg”, le lezioni-concerto di Claudio Sottocornola si confermano un raffinato incontro tra performance ed analisi storico-sociologica

Claudio Sottocornola

Lo scorso 5 giugno Claudio Sottocornola ha inaugurato in rete l’iniziativa Bootleg, grazie alla quale proporrà sul web (a cadenza mensile) lezioni-concerto, conferenze, presentazioni di libri e mostre.
L’avvio è stato affidato alle ultime due lezioni- concerto tenute da Sottocornola all’Auditorium del Liceo Mascheroni di Bergamo, Viva l’Italia (14 gennaio 2017) seguita da E ti vengo a cercare (5 maggio 2017), rivolgendo così ad un vasto pubblico la visione musicale propria del filosofo del pop come lo definisce da tempo la stampa nazionale, ma che personalmente ho sempre inteso considerare come un moderno cantastorie, un “cercatore”, attraverso la storia delle note, di quella verità insita nell’uomo e che si fa tutt’uno con esso.
La lezione-concerto, nel suo esprimersi qui e ora, va a costituire un raffinato incontro tra analisi sociologica e performance, dove l’elemento musicale suggerisce una nuova modalità d’interpretare la vita, affidandosi anche al suo incessante scorrere, quest’ultimo caratterizzato ulteriormente dai vari accadimenti comportanti più di un mutamento in corso d’opera.
Le capacità affabulatorie e l’abilità vocale di Sottocornola permettono d’individuare le caratteristiche di ogni canzone proposta, reinterpretata rispettandone l’ispirazione originaria, offrendo risalto ad ogni sfumatura del testo e al contempo lasciando spazio ai propri sentimenti, ai propri ricordi, alle suggestioni più intime, permettendo così all’indagine metodologica  di concretizzarsi, avvolta da una certa fluidità, quale concreto trait d’union tra la Storia e il vissuto personale.

Il tutto sullo sfondo dell’essenzialità scenica a lui cara, avvalorata da una modalità di ripresa che permette, grazie anche ad un montaggio funzionalmente accurato,  la formazione graduale di una serie di tavole viventi, impreziosite nella loro resa visiva dagli interventi, in varie forme (poesia, danza, canto esternato in diverse modalità quali il rap), degli studenti del Liceo Scientifico Mascheroni di Bergamo, istituto dove Sottocornola insegna Storia e Filosofia, offrendo spazio ad un gioioso happening. Andando nello specifico delle lezioni–concerto finora proposte, Viva l’Italia analizza storia ed evoluzione dell’identità del nostro Paese, fra storia e costume, a partire dagli anni Venti ad oggi: ecco l’Italia fascista, autarchica e rurale, dove le canzoni esprimevano tanto classico romanticismo quanto lecite aspirazioni di un auspicato benessere (Parlami d’amore Mariù, 1932 e Mille lire al mese, 1939, interpretate rispettivamente da Vittorio de Sica e Gilberto Mazzi), la “voglia d’America” degli anni Cinquanta (Mambo italiano, brano composto da Bob Merril nel 1954 reso celebre dalla danza di Sophia Loren in Pane, amore e … , 1955, Dino Risi), esternazione di una riconquistata fiducia verso il domani che porterà nel decennio successivo alla deflagrazione del  boom economico e  a tutte le sue mutazioni nell’ambito sociale, mediando inizialmente fra tradizione ed innovazione (emblematico al riguardo il brano Nel blu dipinto di blu, 1958, Domenico Modugno, punto d’incontro tra la modernità degli urlatori e la tradizione melodica), con i giovani incerti nell’accostarsi alla vita alternando un approccio ludico ad una ribellione al sistema che avvertivano istintivamente ma senza ancora abbracciare un motivo idoneo a darle propulsione, in attesa degli anni dell’impegno politico e della contestazione che saranno rappresentati dall’avvento dei cantautori sul finire degli anni Sessanta e per buona parte dei Settanta.

Qualche anticipo di problematiche che saranno  mano a mano dominanti, quali il fenomeno migratorio dal Sud al Nord, la progressiva cementificazione del territorio, l’opposizione ai conflitti si possono comunque rinvenire già in brani quali Il ragazzo della Via Gluck, Adriano Celentano, e C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, Gianni Morandi, entrambi del 1966.
Negli edonistici anni ’80, il culto per l’immagine impone nel mondo della canzone una repentina predominanza delle sonorità e del look rispetto al  testo, mentre la caduta del Muro di Berlino nel 1989 segnerà il corrispettivo crollo delle ideologie, conducendoci verso gli anni ’90 e quelli del “doppio zero”, attraversati definitivamente  dal tramonto degli ideali di un tempo e permeati dal senso di un benessere imposto e generalizzato, dove un’umanità incredula e smarrita ritrova nei sentimenti forza vitale ma anche una certa problematicità (La notte, Arisa, 2012). Viva l’Italia si chiude con un emozionante medley dedicato ad una figura del tutto connaturata alla tradizione italiana, la mamma, esaltata da tre canzoni del tutto differenti nelle modalità esecutive e nel testo, ma identiche nel suscitare medesime emozioni e sensazioni (da Mamma, 1940, interpretata da Beniamino Gigli a Ciao mamma, 1990, di Jovanotti, passando per Viva la mamma, 1980, di Edoardo Bennato).  La seconda lezione-concerto E ti vengo a cercare, ancora più suggestiva e trascinante, può considerarsi un’ideale prosecuzione della prima, ed affronta, analizzandolo criticamente, in un periodo storico che va dagli anni Sessanta ad oggi, la ricerca del senso della vita e del trascendente nella canzone, all’insegna di quanto affermava Goethe, Dimmi che Dio hai e ti dirò chi sei…, lasciando comunque spazio anche per quel lo cerco dappertutto col quale Pasolini sottolineava la sua indagine volta ad individuare il senso del sacro all’interno di un’omologante quotidianità; Sottocornola focalizza il punto estremo di una ricerca sempre in divenire, volta a recuperare memoria e senso della spiritualità, al di là dell’ovvia dicotomia dell’ essere o non essere credenti, spingendoci piuttosto ad interrogarci se la nostra fede possieda ancora caratteristiche tali da consentirci di superare materialità ed individualismo.

Solo una risposta positiva alla suddetta domanda potrebbe consentire il conferimento di un significato, pur vago, all’ umana esistenza, idoneo a travalicare gli ambiti specifici così da lambire varie forme di espressione culturale (arte, letteratura, musica, filosofia).
Si passa dunque dall’immanenza materialistica propria degli anni Sessanta, dove il futuro appare colmo di tante promesse materialmente disponibili e il sacro, spiega Sottocornola, non possiede nulla di trascendente, bensì si pone quale supporto provvidenziale allo svolgersi delle umane vicende (O mio signore, Edoardo Vianello, 1966; Pregherò, Adriano Celentano, 1963), alla riscoperta “rivoluzionaria” del testo evangelico quale rivalutazione del mondo degli umili e degli oppressi contrapposto sia alle figure istituzionali e borghesi, sia ad una certa spiritualità convenzionale (La buona novella, Fabrizio de Andrè, 1970; Dio è morto, Francesco Guccini, 1965). Sul finire degli anni Settanta si tende invece ad assecondare tanto  una banalizzazione dell’esperienza spirituale (Figli delle stelle, Alan Sorrenti, 1977), quanto una maggiore ricerca introspettiva, tale da rendere possibile, attraversando un ciclo di rinascita, l’essere un tutt’uno con il mondo (Cervo a primavera, Riccardo Cocciante, 1980).
Il trionfo del capitalismo occidentale e l’abbraccio di un’evasione edonistica, ludica,  porteranno in seguito molti cantautori ad una ricerca più profonda sul senso della vita (C’è chi dice no, Vasco Rossi, 1987) o, in particolare dopo il già citato crollo delle ideologie conseguente alla caduta del Muro di Berlino, ad offrire una visione dell’esistenza attraversata da un ateismo “pratico” nel dare spazio ad uno smarrimento postmoderno (Oggi un Dio non ho, Raf, 1991), fino ad arrivare al nuovo millennio con la visione esistenziale di una teologia negativa (Mistero, Enrico Ruggeri, 2001).

In un mondo dominato dall’omologazione culturale e dalla “digitalizzazione della vita”, il trascendente si distacca dalla dottrina propriamente detta per divenire un’esigenza pratica sostenibile, pur nella mancanza di certezze condivise, un aspetto quest’ultimo dove comunque la musica può assumere un ruolo certo rilevante, magari esprimendo il supporto di una visione cosmocentrica (La cometa di Halley, Irene Grandi, 2010). E ti vengo a cercare si conclude con un intenso ed ispirato medley dedicato simbolicamente al cielo (Lucio Dalla, Rino Gaetano, Ligabue, Renato Zero), sotto il quale, chiusi nel nostro individualismo materiale ed ideologico, abbiamo ben presto dimenticato di sottostare tutti, certamente inclini ad un indispensabile progresso ma, pensiamoci bene, orfani di una reale evoluzione.
Bootleg in conclusione, si conferma allo stesso tempo una esperienza performativa a tutto tondo ed una proposta didattica che potrebbe fare da apripista e suggerire nuove, possibili, vie da percorrere nel rapporto fra musica, scuola e territorio coniugando Storia istituzionale, Storia sociale, analisi del costume tramite la canzone popolare. Un’ analisi certo ermeneutica-filosofica, ma innovativa nel  prendere le distanze dalla teoria e dall’ideologia per immergersi nel profondo della quotidiana attualità, in nome di una condivisione estetica volta a tendere un suggestivo fil rouge fra ciò che siamo stati e il nostro incessante divenire, avvolti, citando Shakespeare in chiusura (La tempesta), dalla stessa sostanza di cui sono fatti i sogni.

 

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