Ricordando John G. Avildsen: Rocky (1976)

John G. Avildsen

E’ morto ieri, venerdì 16 giugno, a Los Angeles, il regista cinematografico, nonché montatore e direttore della fotografia, John Guilbert Avildsen (Oak Park, Illinois, 1935), cineasta piuttosto poliedrico per quanto forse discontinuo nelle sue realizzazioni, a volte più attento allo svolgimento del plot narrativo che all’aspetto formale, ma capace di offrire grande risalto alle interpretazioni attoriali e agli aspetti meno edificanti della società americana, come nel suo film d’esordio Joe (La guerra del cittadino Joe, 1970), storia di un operaio razzista e conservatore, reduce di guerra (Peter Boyle), nemico dichiarato degli hippie, che seguì alle esperienze in qualità di assistente alla regia (Otto Preminger ed Arthur Penn, fra gli altri) e direttore della fotografia. Le tematiche proprie di un sentito impegno civile si ritrovano in  Save the tiger (Salvate la tigre, 1973),  protagonista Jack Lemmon (vinse l’Oscar come Miglior Attore Protagonista) nei panni di un ricco imprenditore che, fra turbamenti e ricordi di guerra, non esita a vendere la propria anima al diavolo, assecondando il malaffare, morale e materiale, ormai insinuatosi e destinato a divenire nota dominante nel consueto incedere quotidiano.

Un anno dopo dopo la commedia W.W. and the Dixie Dancekings (Un uomo da buttare, 1975) con Burt Reynolds, fu la volta di Rocky, film a basso costo che ottenne un inaspettato successo di pubblico e risultò vincitore, altrettanto a sorpresa, di tre Oscar nel ’77 (miglior film, miglior regia, miglior montaggio), oltre a lanciare nell’olimpo dello star system un attore allora pressoché sconosciuto, Sylvester Stallone, qualche parte di scarso rilievo in vari film, autore anche della sceneggiatura. Fra le altre realizzazioni di Avildsen si possono certo ricordare The Formula (La formula, 1980), con Marlon Brando, Neighbors (I vicini di casa, 1981), commedia grottesca ed  ultimo film interpretato da John Belushi, The Karate Kid (1984), indovinato ed avvincente racconto di formazione che per certi versi riprende le tematiche del citato Rocky cui seguirono tre sequel, due dei quali portavano la sua firma (1985 e 1989), The Power Of One (La forza del singolo, 1992), melodramma ambientato nel Sudafrica degli anni Trenta.
Ultimo film del regista è stato Inferno, 1999, con Jean-Claude Van Damme, ispirato a Per un pugno di dollari (Sergio Leone, 1964).

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Philadelphia, 25 novembre 1975.
Rocky Balboa (Sylvester Stallone), pugile male in arnese, partecipa ad un incontro di boxe in uno squallido club di periferia, vincendolo ed intascando il relativo premio.
Dotato di grande prestanza fisica e di buon cuore, Rocky tira a campare facendo da tirapiedi ad un gangster italoamericano; corteggia goffamente una ragazza di cui è innamorato, Adriana (Talia Shire), estremamente timida, commessa in un negozio d’animali, riuscendo ad invitarla fuori una sera grazie all’insistenza del fratello di lei, Paulie (Burt Young). L’amore nascente e ricambiato lo spinge ad abbandonare la sua vita da sbandato, il non impegnarsi seriamente nell’attività sportiva, come gli rimprovera l’allenatore ed ex boxeur Mickey (Burgess Meredith), mandandolo via dalla palestra. L’occasione per riscattarsi gli viene inaspettatamente offerta dal campione dei pesi massimi di colore Apollo Creed (Carl Weathers), che, in prossimità dei festeggiamenti per il bicentenario della nascita della nazione americana, mancando al momento un avversario famoso con cui battersi per il campionato mondiale, decide, furbamente, di dare un’opportunità “a un poveraccio di pelle bianca”.

Sylvester Stallone

Rocky, lo “stallone italiano”, accetta l’incontro, si allena duramente e nonostante l’evidente inferiorità resisterà sino al termine previsto, 15 riprese, rialzandosi ad ogni caduta e reagendo agli attacchi, risultando il vincitore morale, visto che la vittoria sarà assegnata a Creed ai punti.
Film a basso costo dall’inaspettato successo di pubblico e vincitore altrettanto a sorpresa di tre Oscar nel 1977 (miglior film, miglior regia, miglior montaggio- Scott Conrad e Richard Halsey), Rocky lanciò nell’olimpo dello star system un attore allora pressoché sconosciuto, Sylvester Stallone, qualche parte di scarso rilievo in vari film, autore anche della sceneggiatura, e diede rilievo ad un regista certo poliedrico ma discontinuo  quale John G. Avildsen, con poche prove degne di nota (La guerra del cittadino Joe, 1970; Salvate la tigre, 1972), circostanza che li legava entrambi, curiosamente, al tema di base del film, oltre a quello, estremamente classico, dello sport quale possibilità di rivalsa sociale.
Trattasi di quella filosofia espressa a suo tempo da registi come Frank Capra, secondo la quale gli uomini onesti e di buona volontà, anche coloro apparentemente “perdenti” e spesso ai margini della “normalità” del vivere sociale, pur nei momenti più tristi e confusi, magari facendosi forza di sentimenti quali l’amicizia e l’amore, possono perseguire il diritto alla conquista se non propriamente della felicità, almeno di un successo personale, affermando la propria personalità.

Stallone e Talia Shire

Non a caso lungo la narrazione ad ognuno dei vari losers (da Adriana, interpretata con rara naturalezza da Talia Shire,  al fratello di lei Paulie, passando per l’allenatore Mickey) è concessa una possibilità di riscatto.
Collegato strettamente alla figura di Stallone, alla sua personalità e al suo fisico, interprete apparentemente afasico, ma qui dotato di un minimo funzionale d’espressività, il film è girato con cura (fu uno dei primi in cui venne impiegata la steadycam), puntando anche sul realismo delle location (una Philadelphia grigia e squallida, con riprese per lo più notturne o di prima mattina, “cucita” attorno ai personaggi), dando vita ad un moderno melodramma che miscela abilmente classici ingredienti dalla facile presa sul pubblico, a partire da quelli più propriamente sentimentali, concretizzandosi in uno speranzoso ottimismo di fondo, quello espresso dalla capacità di cadere per poter restare in piedi, sottolineando l’importanza della lotta, e del sapere resistere, tanto ai pugni dell’avversario, quanto, simbolicamente, a quelli inferti dalla vita, rispetto alla vittoria pura e semplice. In tale ambito si inserisce perfettamente il tema portante della colonna sonora (Bill Conti), Gonna fly now. Se molte sequenze non si dimenticano (l’allenamento con i quarti di bue, la progressiva scalata della scalinata del Museum of Art, il primo appuntamento di Rocky e Adriana), resta certo memorabile il finale, denso di sofferenza e romanticismo.
Cinque i sequel, dei quali quattro diretti da Stallone ed uno da Avildsen, sin troppo preordinati nella costruzione complessiva ed intenti sostanzialmente ad incensare l’icona propria del protagonista. (Rielaborazione ed approfondimento di un mio precedente articolo, pubblicato il 4/03/2011).

 

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2 risposte a “Ricordando John G. Avildsen: Rocky (1976)

  1. Prima o poi dovrò guardarmi anche Rocky! 😊

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    • Direi di sì, il primo è un buon film a mio avviso, una bella tematica, una valida regia, buoni interpreti ed una colonna sonora che non si dimentica. I seguiti li eviterei, a meno di non voler assecondare, come per lo scrivente, la curiosità cinefila. Grazie, un saluto.

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