La mummia

Londra, 1127 D.C. All’interno di un sotterraneo alcuni Crociati sono intenti a seppellire un cavaliere, ponendo all’interno della tomba uno scintillante rubino. La necropoli verrà alla luce nel corso di alcuni lavori nella capitale inglese dei giorni nostri, lavori prontamente bloccati dall’intervento di tale Dr. Henry Jekyll (Russel Crowe), a capo di un’equipe che inizierà ad indagare su quanto venuto alla luce, ovvero l’oscuro legame che congiunge le vicende dei Crociati alla storia della principessa egizia Ahmanet (Sofia Boutella), figlia del faraone Menehptre, la cui successione al trono paterno veniva a sfumare in seguito alla nascita di un figlio maschio.
Bramosa di vendetta, la donna offriva la sua anima al dio Seth, uccidendo poi tutti i familiari. Veniva infine bloccata dai sacerdoti mentre si accingeva a far fuori il suo amante con un pugnale donatole dalla divinità, così che quest’ultima potesse materializzarsi. Una volta rinchiusa Ahmanet, viva, all’interno di un sarcofago, la sua tomba veniva allestita lontano dall’Egitto, in Mesopotamia, l’attuale Iraq, dove, siamo nuovamente ai nostri giorni, verrà casualmente scoperta da due tombaroli che sfruttano le circostanze belliche per appropriarsi di antichi reperti da rivendere al mercato nero,  i soldati americani Nick Morton (Tom Cruise) e Chris Vail (Jake Johnson), mentre sono sulle tracce di un tesoro, seguendo le indicazioni di una mappa sottratta da Nick all’archeologa Jenny Halsey (Annabelle Wallis)…

Sofia Boutella

Diretto da Alex Kurtzman su sceneggiatura di David Koepp, Christopher McQuarrie, Dylan Kussman, il film La mummia rappresenta il primo concreto avvio da parte della major Universal, dopo tutta una serie di tentativi dall’incerta riuscita (Van Helsing, Wolfman, Dracula Untold), del progetto Dark Universe, volto a riportare sul grande schermo “tutti insieme appassionatamente” quei mostri che andarono a comporre una personale factory in un periodo che può essere compreso fra gli anni ’20 e gli anni ’50, rispondendo così a colpi di serializzazione tanto alle gesta superomistiche visualizzate da Marvel e Dc quanto al MonsterVerse targato Warner Bros. .  Purtroppo la visione del film lascia piuttosto perplessi, offrendo ben poco spazio al mistero e alla suggestione, complice una regia nel complesso anodina, a parte qualche guizzo in ordine sparso (la sequenza dell’incidente aereo e la tempesta di sabbia che si abbatte su Londra), che si limita ad assecondare un lavoro di scrittura nel complesso uniforme ma fin troppo confuso riguardo l’iter narrativo da seguire, assecondando ed assemblando in corso d’opera vari registri.

Tom Cruise e Jake Johnson

Se l’originale del 1932 (diretto da Karl Freund) era sostanzialmente un horror d’atmosfera e romantico, vibrante di una palpabile tensione psicologica ed emotiva, mentre il blockbuster del 1993, regia di Stephen Sommers, non considerando sequel e varie riprese del personaggio (il ciclo dell’inglese Hammer), offriva un giro sul luna park dell’avventura scanzonata contornata dall’effettistica digitale, l’attuale versione potrebbe considerarsi uno sgangherato tout pourri fra le due realizzazioni, con un protagonista, Tom Cruise, corporalmente a suo agio nelle sequenze d’azione ma del tutto fuori parte in quelle più legate al mistero esoterico, attraversate anche dal tema omnia vincit amor, dove l’esibizione reiterata del consueto aplomb da scavezzacollo strafottente risulta fastidiosa come una pala di fico d’india posta sulle gonadi (pardon). La mummia sembra partire bene, cavalcando il senso del fascino proprio dell’antico Egitto, con un flashback dominato dall’intrigante fotografia di Ben Seresin che abbraccia le tonalità del sole e della sabbia, oltre che dalla sinuosa e al contempo inquietante figura della principessa resa da Sofia Boutella, nel proseguire si blocca però su toni avventurosi ed action, appena intervallate da sequenze viranti all’horror.

Cruise e Rossel Crowe

Quest’ultime non appaiono mai del tutto coinvolgenti e lasciano un retrogusto derivativo (da Dario Argento al John Landis di Un lupo mannaro americano a Londra), protagonisti zombie caricati a molla al servizio della loro “mamma” Ahmanet di fasce vestita ed un Chris/Jake Johnson “diversamente vivo”, con una sottile insinuazione sulla provenienza del male e sulla sua inclinazione, grazie all’intervento umano, a devastare l’Occidente.
Le stesse pur valide intuizioni che attraversano il film, quali la presenza della figura del Dr. Jekyll (quello di papà Stevenson, certo, giusto per non farsi mancare nulla, con tanto di goffo Hyde verdastro tenuto sotto controllo, a stento, da apposito antidoto), interpretato con tronfio piglio gigione da Crowe, e della associazione da lui presieduta, Prodigium, volto a debellare le oscure presenze dalla faccia della Terra, non vanno oltre il proporsi quale sottile filo d’Arianna per i titoli che verranno (nel suo laboratorio s’intravede il cranio di un vampiro e la zampa del mostro della laguna nera), così come l’insipido personaggio dell’archeologa Halsey e quello dello stesso Morton, a fine film sotto altra identità, senza svelare alcunché, pur con identica allure indisponente.
Una pellicola che si lascia guardare, a tratti intrigante sul piano visivo, ma fin troppo confusa a livello narrativo ed incapace di delineare, pur nella sua prevedibile programmaticità, un’atmosfera propriamente coinvolgente.
Il sonno delle buone idee, unito al riciclo di quelle altrui, (ri)genera mostri.

 

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