Wonder Woman

Parigi, Louvre, oggi. Diana Prince (Gal Gadot), catalogatrice di reperti, riceve una particolare fotografia da parte di Bruce Wayne, che la ritrae, abbigliata di un insolito costume, insieme ad alcuni soldati ai tempi della I Guerra Mondiale.
E’ quanto basta a scatenare una serie di ricordi nella mente della donna: eccola ancora bambina, figlia di Ippolita (Connie Nielsen), regina delle Amazzoni, vivere nell’isola di Themyscira, uno dei doni lasciati alle impavide guerriere da Zeus,  il quale le inviò in soccorso dell’umanità da lui creata per riportare pace, amore ed armonia  dopo che suo figlio Ares instillò in essa odio e violenza; Zeus riuscì a sconfiggerlo ma non ad ucciderlo e così insieme alla citata isola consegnò alle Amazzoni  la spada Ammazzadei, unica arma idonea ad annientare il dio della guerra. Addestrata all’arte del combattimento dalla zia Antiope (Robin Wright), dapprima in segreto e poi con l’approvazione materna, Diana andava a rafforzare l’intuibile talento nella lotta, acquisendo doti del tutto particolari e superiori a quelle del popolo d’appartenenza. Un giorno il cielo di Themyscira veniva attraversato da un biplano battente bandiera tedesca, guidato da Steve Trevor (Chris Pine), inseguito dalle navi germaniche.

Gal Gadot

Dopo una cruenta battaglia che vedeva le Amazzoni avere la meglio, pur con rilevanti perdite, sugli invasori, Steve, stretto nelle spire di un lazo che lo costringeva a dire la verità, raccontava di come il mondo, siamo nel 1918, fosse sconvolto dalla Grande Guerra.
Pilota militare americano e collaboratore con i servizi segreti, era intento a rintracciare il generale tedesco Ludendorff (Danny Huston), intenzionato ad impiegare armi di distruzione di massa pur di non cedere alla resa, grazie alla collaborazione della dottoressa Isabel Manu (Elena Anaya), meglio conosciuta come Dr. Poison.
Ascoltato il racconto, Diana non ha alcun dubbio: Ares è tornato ed occorrerà eliminarlo per il bene dell’umanità…
Creato da William Moulton Marston nel 1941 per i tipi della DC Comics il personaggio di Wonder Woman debutta ora al cinema in un film diretto da Patty Jenkins su sceneggiatura di Allan Heinberg, dopo una folgorante apparizione nel tristo Batman V Superman: Dawn of Justice (Zack Snyder, 2016) e i trascorsi di una riuscita serie televisiva (1975-1979), protagonista Lynda Carter.

Chris Pine e Gadot

Sinceramente dopo la visione sono rimasto in parte col classico amaro in bocca, pur avendone apprezzato alcune intuizioni e la costruzione complessiva che mi ha riportato alla mente, nell’ostentare toni scanzonati ed ironici, quando non volutamente camp, alternati ad altri più drammatici, il Superman  diretto nel 1978 da Richard Donner, così da ridimensionare le strabilianti gesta all’interno di una cornice più propriamente (ed ingenuamente) fumettistica. Felice anche la scelta di mutare rispetto alle tavole d’origine la datazione delle vicende narrate, dalla II alla I Guerra Mondiale, così da porre in risalto l’essenza originaria di Wonder Woman, ulteriore elemento ispiratore, in certo qual senso, delle tante battaglie perpetrate da vari movimenti femminili per ottenere l’eguaglianza dei diritti.
Mi ha lasciato invece del tutto deluso un andamento narrativo altalenante, con un piglio registico certo sicuro e volto a valorizzare i personaggi in sé, ma sin troppo trattenuto dai vincoli di una  sceneggiatura gracile nel conferire un minimo di spessore drammaturgico alle varie tematiche delineate, inciampando in più di un rallentamento ed offrendo spesso il destro ad una scarsa incisività relativa al coinvolgimento propriamente detto.

La causa credo sia da ascrivere ai “suggerimenti” da parte del citato Snyder, qui in veste di produttore e soggettista, rivolti ai marchi di fabbrica che gli sono propri, principalmente un barocchismo visivo che comporta il  reiterato impiego della slow motion nelle sequenze d’azione ed un finale confuso ed inutilmente roboante.
L’alternanza e l’indecisione nel seguire uno stile univoco si palesa già da quello che è il primo atto del film, ambientato sull’isola di  Themyscira: ad una pacchiana ricostruzione digitale (su base “naturale”, fra le location risultano anche i Sassi di Matera) a far da teatro a statiche sequenze d’azione, si accompagna il fluido racconto, attraverso un giustapporsi d’immagini pittoriche, relativo alla nascita dell’umanità ad opera di Zeus.
Una volta che l’azione si sposta a Londra e soprattutto fra le trincee e i campi di battaglia, la narrazione sembra ravvivarsi, in particolare grazie al confronto fra l’umanità “poco sopra la media” espressa da Steve (un ironico ed esterrefatto Pine) e la deità “pratica” manifestata da Diana nel constatare mano a mano, con dolore  e rammarico, come la malvagità persistente nel mondo, al di fuori di quel paradiso dove è nata e cresciuta, non sia poi del tutto suggerita da Ares, visto che l’uomo, l’essere umano, gode del libero arbitrio, sta a lui scegliere da quale parte stare.

Danny Huston

Ecco, quando Patty Jenkins si sofferma su Diana, interpretata con un particolare mix di candore, ingenua malizia ed aggressività da Gadot, phisique du role e sguardo che non si dimentica,  sul suo modo di porsi ad un mondo per lei sconosciuto, sulle schermaglie con Steve ed altri rappresentanti del genere maschile (come “lo sporco terzetto” che andrà ad affiancare i due nel corso di una missione), la pellicola assume tutt’altra portata, conferendo ironia, spessore ed epicità senza scadere in inutili smargiassate. La sequenza più suggestiva è rappresentata dalla discesa sul campo di battaglia della futura Wonder Woman, ripresa frontalmente accompagnandone così l’avanzare risoluto verso il nemico e rendendo percepibile il senso d’attonimento suscitato fra i compagni d’avventura e le truppe nemiche. Il citato finale, doppio scontro con sorpresa, per quanto come scritto saturo di effettistica spicciola ed inutilmente fracassone, lascerà comunque strada alla consapevolezza da parte della nostra eroina di quale sostanza sia fatto il proprio superpotere, ovvero prodigarsi con l’arma dell’amore nella lotta non “per il mondo così com’è, ma per come potrebbe essere”.

Diana andrà così a sopperire, un po’ come Kal-El/Superman, agli errori di un’umanità allo sbando esistenziale, a quanto quest’ultima non riesce a mettere in atto più per mancanza di potenzialità che volontà, comprendendo, da essere superiore, che questo mondo  più che di ribellione volta alla vana ricerca di un significato, ha semplicemente bisogno di un atto d’accettazione complessivo, ferma restando la lotta contro ogni ingiustizia, nel rispetto d’ogni forma d’esistenza. In conclusione un film nel complesso godibile ed in parte coinvolgente, potenzialmente idoneo ad apportare qualcosa di nuovo nel quasi asfittico panorama attuale dei cinecomics, cui avrebbe giovato una minore diluizione dell’iter narrativo ed una maggiore incisività della linea prescelta, ovvero assecondare toni scanzonati ed un piglio autoriale più coraggioso al netto di derive “merceologiche” nell’assecondare un’ovvia spettacolarità.
Si pone in definitiva all’interno di una ormai conclamata produzione seriale come un prequel tanto di Batman v Superman, quanto di un secondo episodio che non tarderà ad arrivare, sperando riesca ad apportare definitiva e concreta valenza  ad uno dei migliori personaggi nati sotto l’egida della DC, che meriterebbe certo un plot meno meccanico e preordinato, atto a conferire ulteriore risalto ad ogni  sfumatura caratteriale.

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