Fortunata

Roma, quartiere di Tor Pignattara, giorni nostri. Inizia una nuova giornata per Fortunata (Jasmine Trinca), parrucchiera a domicilio: sistema l’ attrezzatura in un trolley, affida la figlia di 8 anni, Barbara (Nicole Centanni), ad un convitto di suore e attraversa la città in sella al ciclomotore, recandosi in varie case  per svolgere la sua attività. Prossima al divorzio dal marito Franco (Edoardo Pesce), uomo squallido, rancoroso e violento, la giovane donna coltiva la speranza di poter aprire un negozio dove svolgere il proprio lavoro, insieme all’amico d’infanzia Chicano (Alessandro Borghi), tatuatore tossicodipendente e bipolare con madre a carico, Lotte (Anna Schygulla), un tempo famosa attrice teatrale la cui mente ha ormai offerto proscenio all’ Alzheimer.
La vita picchia duro, non lesina colpi bassi, i servizi sociali impongono che la bambina venga seguita da uno psicologo, ma Fortunata pur barcollando e inciampando non cade, si aggrappa con la forza della determinazione ad ogni scampolo di minima concretezza che consenta, a lei e all’amata figlia, l’agognata affrancazione dall’attuale stato di malessere e disagio, morale e materiale, ottenere quel minimo di felicità sufficiente a farti desiderare nient’altro che un “normale” prosieguo esistenziale. Tra i vari inciampi ecco comparire l’elemento perturbatore volto ad incrinare qualsivoglia certezza, l’amore improvviso, travolgente, apparentemente schietto nella sua veemente esternazione, da parte di Patrizio (Stefano Accorsi), lo psicologo dell’ ASL che ha in cura Barbara, la cui forza è tale da creare nell’esistenza di Fortunata un particolare effetto domino, fra nuove sensazioni ed un passato doloroso pronto a riemergere …

Jasmine Trinca

Scritto da Margaret Mazzantini, per la prima volta alle prese con un soggetto non derivato da un suo romanzo e diretto da Sergio Castellitto, alla sesta regia dopo l’esordio del 1999 con Libero Burro, Fortunata, presentato nella sezione Un Certain Regard del 70mo Festival di Cannes (dove Jasmine Trinca ha conseguito il meritato premio quale Miglior Attrice), si sostanzia come un film dall’afflato genuinamente popolare, caratteristica che se da un lato rende l’opera a tratti scomposta e fin troppo esagitata, pur nella conferma di stilemi registici piuttosto attenti alla forma e alla sintassi cinematografica, dall’altro restituisce sullo schermo una prorompente vitalità, incisa dai graffi della quotidiana esistenza. Esemplare la sequenza d’apertura, dopo una panoramica sull’avvio di giornata ordinato e rigoroso all’interno di un plesso scolastico della comunità cinese di Tor Pignattara, con tanto di Inno alla gioia in versione asiatica, la macchina da presa entra subito a contatto con l’esistenza di Fortunata, riprendendo dal basso verso l’alto il suo convulso affaccendarsi, ponendo dunque l’accento sulla figura della bambina, elemento propulsivo, tanto in positivo quanto in negativo, di ogni attività della madre, oltre ad esserne una sorta di proiezione, considerato che ne riflette la stessa fame di felicità e l’identica reazione, pur manifestata con diversa violenza, a quanto loro al momento negato, poter occupare un posto ben definito nel mondo, nel proprio mondo, in forza di un’individualità liberamente espressa e consolidata.

Alessandro Borghi

E’ dunque la figura di Fortunata, intensamente resa da Trinca, il corpo e l’anima pulsante della pellicola: la tormentata mescolanza di fragilità e fermezza, il primitivo e scombinato approccio esistenziale, in costante equilibrio su quella fune tesa che è la vita, conferiscono drammaticità all’iter narrativo in sé e a quello costituito dalle vicende dei vari esseri umani che vi ruotano intorno. L’angustiato Chicano interpretato con naturalità e realismo da un intenso Borghi, figura Christi il cui calvario di vittima predestinata nell’essere sopraffatto dagli eventi non prevede resurrezione alcuna, perennemente inchiodato al legno di un’esistenza vissuta quale ultimo fra gli ultimi, il disfattista Franco, delineato con efficacia da Pesce nel rappresentare un uomo incapace di andare oltre l’assecondare un animalesco istinto di sopraffazione da esternare nei confronti della moglie come del mondo intero, la tradizionale figura del “buon borghese” rappresentata, assecondando più di uno stereotipo, pur  funzionale ai fini dell’economia narrativa, da Accorsi, il cui Patrizio è inizialmente attratto dalla spontanea irruenza di Fortunata contrapposta al proprio assecondare una ritualità esistenziale e professionale, ma che alla fine si rivelerà incapace di accettarla così com’è, nella sua più pura essenza di donna ormai incline ad acquisire una ritrovata consapevolezza di sé. Interessante, apportatore di un tono ora elegiaco ora lievemente grottesco, la figura di Lotte, inscenata con suggestivo candore dalla Schygulla, il suo voler vivere esclusivamente il presente, pur se quest’ultimo risulta prevaricato dalle ingombranti rimembranze di interprete teatrale (“Non sto male quando non ricordo, sto male quando ricordo”).

Stefano Accorsi

Nel rispetto di quanto tracciato nell’ambito della sceneggiatura, Castellitto fonde i dunque i movimenti della macchina da presa con ogni singolo personaggio, seguendone il destino con insistiti primi piani che offrono una densa fisicità alle vicende narrate, ricercando un fluire narrativo il più possibile naturale, che sfrutta in parte le linee proprie del melodramma, preferendo però alla facile affettazione una serie più o meno ininterrotta di picchi d’accumulo che sembra ormai essere una costante delle sue realizzazioni.
Sullo sfondo di un quartiere multietnico traboccante di un’insolita e variegata umanità, ben reso dalla fotografia di Gian Filippo Corticelli, microcosmo idoneo a far sì che la particolarità della storia narrata si tramuti in una pregnante universalità, si susseguono dunque  varie “scene madri” (una su tutte l’inseguimento di Fortunata da parte di Patrizio e la conseguente dichiarazione d’amore urlata a “tutto schermo”), dialoghi stentorei  ed una continua sottolineatura ad opera della musica, che sembra fare tutt’uno con il voler spiegare ad ogni costo, visualizzandolo, anche ciò che potrebbe essere semplicemente accennato o suggerito.

Uno tsunami emotivo voluto e ricercato, capace di lasciarti spiazzato di fronte all’esternazione di tanta prorompente vitalità, dalla valenza catartica.
A metà film circa Fortunata sembra segnare un po’ il passo, quando tutta una serie di eventi comunque lieti, dall’apertura del negozio (grazie all’aiuto dei “cravattari” cinesi) ad una fuga romantica in quel di Genova sembra momentaneamente ammantarsi di una vaga aura onirica, proiezione mentale di quanto intimamente desiderato, per poi riprendere bruscamente il passo precedentemente segnato, con il trionfo della realtà più dolorosa e drammatica rappresentato da un incalzante susseguirsi di avvenimenti che porteranno tutti i personaggi, ma in particolare la protagonista nel ricordare un tragico passato, a fare i conti con una diversa percezione di sé stessi e della propria relazione con l’ambiente che li circonda. Ecco allora l’incedere di un finale in certo qual modo liberatorio, che tende a congiungersi con la sequenza iniziale, madre e figlia di nuovo fianco a fianco, mano nella mano, procedere a testa alta e con passo ora spedito e sicuro, andando incontro ad un domani che sarà plasmato da un’emancipazione autodeterminata, frutto dell’accettazione tanto del proprio essere più intimo e profondo quanto della vita nella sua totalità.

Se si costruisse la casa della felicità, la stanza più grande sarebbe la sala d’attesa (Julies Renard)

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2 risposte a “Fortunata

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