Closed

Un ragazzino (Federico Masculo) si risveglia improvvisamente nel proprio letto, il sonno sembra essere stato interrotto da un insolito richiamo, qualcosa che avverte solo lui.
Stringe un orsacchiotto di pezza fra le braccia, probabile compensazione affettiva nella ricerca di una protezione ma anche proiezione della propria personalità.
Spinto dalla stessa forza misteriosa che lo ha ridestato, il bambino percorre, ad occhi chiusi, il corridoio di casa fino a giungere in cucina, dove sarà indotto ad aprirli una volta avvertita la presenza di un’inquietante creatura (Flavio D’Alma*)… Scritto e diretto da Alessandro De Vivo ed Ivano Di Natale, due giovani registi che ho avuto modo d’intervistare qualche anno addietro una volta presa visione di alcune loro realizzazioni, Closed è un cortometraggio dalla valida fattura, visiva e contenutistica, idoneo a porre ulteriormente in risalto le doti dei due cineasti, in particolare la capacità di porre il genere cinematografico, in questo caso l’horror dalle sfumature psicologiche, al servizio della storia, così come l’impiego dell’effettistica digitale e della colonna sonora.

La macchina da presa è un tutt’uno con il piccolo protagonista, lo segue passo dopo passo  nel suo viaggio verso l’ignoto, offrendo risalto, grazie anche al rarefatto impasto di buio e luce offerto dalla fotografia di Antonio De Rosa  e al “gioco” messo in atto nella sospensione e ripresa dell’efficace motivo sonoro (Federico Truzzi, sound design di Dino Gervasoni), un’atmosfera di sospesa inquietudine e naturale terrore.
Attraverso un’incisiva ed avvolgente modalità di ripresa viene dunque messa in scena la metafora di un’infanzia minacciata nella sua quotidiana esistenza dalla presenza di tanti “mostri”, che spesso si celano fra le stesse mura domestiche, entità o eventi da cui si vorrebbe distogliere lo sguardo ma  che occorre fronteggiare in una corsa ad ostacoli fra paure e timori, così da andare incontro all’avvio di una nuova fase della vita, facendo leva sulla propria interiorità nell’osservare le cose, gli accadimenti, per quello che sono.

Piccola produzione, anzi “mini”, come sottolineano gli autori, Closed ne testimonia la loro valenza artistica e creativa, idonea anche ad omaggiare cult quali Ghostbusters (il posto in cui si cela il mostro), egualmente al credere, riprendendo in chiusura quanto scritto nel corso dell’ articolo, nella funzione del genere quale possibile via per diversificare definitivamente l’offerta della nostra cinematografia, come è avvenuto in un passato neanche tanto lontano, cercando di stimolare il pubblico anziché assecondarlo.
Auguro ad Alessandro ed Ivano di riuscire a cimentarsi al più presto in qualcosa di “più grande”, nella speranza di poter contare in primo luogo su una buona base produttiva e poi distributiva, idonea quest’ultima a garantirgli un minimo di circolazione nelle sale. Qualità della proposta, diversificazione dell’offerta ed intraprendente lungimiranza: sarò pure un ingenuo ma mi piace pensare che “un altro cinema”, sempre relativamente alle nostre produzioni, possa nascere (anche) da qui.

 

*Il cui make-up artist ha dato vita alla maschera del “mostro”, mentre i costumi sono di Concetta Nappi

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