“Orecchie”, dalla Laguna con ironia

Esce oggi in sala, giovedì 18 maggio, Orecchie, film scritto e diretto da Alessandro Aronadio, che ha avuto il suo esordio alla 73ma Mostra Internazionale d’ Arte Cinematografica di Venezia, nell’ambito di Biennale College dove ha conseguito tutta una serie di riconoscimenti, quali il Premio NuovaImaie Talent Award come Miglior Attore Emergente al protagonista Daniele Parisi e il il Premio ARCA CinemaGiovani per il Miglior Film Italiano a Venezia (una giuria di più di 50 ragazzi, tra i 18 e i 26 anni, provenienti da Italia, Francia e Tunisia), mentre la Giuria del Premio FEDIC (Federazione Italiana dei Cineclub), gli ha attribuito una Menzione Fedic – Il Giornale del Cibo, destinata all’opera che propone la scena più significativa legata al cibo e alla alimentazione. Orecchie ha poi ottenuto il Premio del Pubblico e il Premio per il Miglior Attore al Monte-Carlo Film Festival de la Comédie, cui va ad aggiungersi il Premio Ettore Scola al Bari International Film Festival 2017.
Un film sorprendente, in particolare considerando gli attuali parametri della commedia nostrana, sia da un punto di vista meramente tecnico che contenutistico, prodotto con 150mila euro, dai toni piacevolmente grotteschi, girato in bianco e nero, ed idoneo ad esternare una riflessione dolceamara sulla vita e l’illusorietà che le è propria nel connotare anche la più rosea aspettativa, come ebbi modo di scrivere nella mia recensione, che ripropongo qui di seguito.

Daniele Parisi

Un uomo (Daniele Parisi) si desta di soprassalto causa persistente trillo del citofono, cui va ad aggiungersi un fastidioso fischio alle orecchie. Una volta alzatosi, nota sulla porta del frigorifero un post-it®, lasciatogli dalla fidanzata: E’ morto il tuo amico Luigi. P.S. Mi sono presa la macchina. I trilli continuano insistenti, il nostro trascina i suoi passi fino alla porta: due suore (Silvana Bosi e Mariana Colucci) in cerca di proseliti riguardo la possibilità di una speranza redentrice del mondo, alle quali si aggiunge una vicina di casa (Sonia Gessner) che ha da poco perso il marito. Il particolare terzetto fa il suo ingresso in casa e rende onore al caffè, ma la conversazione inizia a prendere una piega straniante, tanto che, causa una banale disattenzione, si giungerà ad una singolar tenzone fra l’anziana vedova e le due sorelle. L’uomo, dopo aver telefonato alla compagna (Silvia D’Amico), decide di recarsi al pronto soccorso, visto che il fischio auricolare persiste e nel pomeriggio l’attende un colloquio di lavoro, mentre in serata andrà al funerale dell’amico Luigi, del quale però non rammenta proprio l’esistenza. Nella struttura medica ingaggia una strenua lotta con una snervante impiegata (Francesca Antonelli), metà donna metà smartphone, per l’assegnazione del codice di prenotazione, finché non opterà per una visita privata. Visto che anche il bancomat si rifiuta di collaborare, l’uomo, che scopriamo essere un supplente di Filosofia, si reca da un suo ex alunno (Re Salvador), ora rapper maître à penser pronto uso, così da farsi pagare alcune lezioni private.

 

Parisi e Silvia D’Amico

L’approccio con l’otorino (Andrea Purgatori) non è propriamente empatico e per di più il luminare, una volta esternata la diagnosi di perfetta salute, prescrive al nostro un’ecografia all’addome, la quale avrà luogo a cura di un gastroenterologo (Massimo Wertmüller) che metterà in atto una feroce burla.
La giornata prosegue fra la visita sul posto di lavoro alla fidanzata, incontri inaspettati (un amico che gli chiede casa per un rendez-vous sessuale, dispensando consigli sulla vita di coppia, la madre, Pamela Villoresi, insieme al suo compagno, Ivan Franek, performer alternativo, ambedue ilari e scanzonati), un colloquio lavorativo dal sapore vagamente kafkiano con una direttrice di giornale (Piera Degli Esposti) incline a mediare tra il bene effimero della bellezza e contenuti filosofici per una nuova rivista.
Andrà anche a trovare un suo professore di liceo, ora perso nella realtà virtuale dei videogames, al quale “lui”, così poco incline ai compromessi, sembra assomigliare sempre di più, come gli spiega la dolce consorte (Milena Vukotic), tra un rimbrotto ed un’incitazione a prendere la vita con più spontaneità.
Tutto troverà conclusione nella chiesa dove andrà a celebrarsi il funerale di Luigi, a cura di un prete (Rocco Papaleo) piuttosto disincantato nel suo “spirito di…vino”, il quale comunque contribuirà non poco a conferire l’anelito di un senso di rinascita al nostro eroe …

Parisi e Andrea Purgatori

Parisi e Andrea Purgatori

Scritto e diretto da Alessandro Aronadio (Due vite per caso), Orecchie è un film sorprendente, in particolare considerando gli attuali parametri della commedia nostrana, sia da un punto di vista meramente tecnico che contenutistico. Riguardo il primo aspetto, la regia appare attenta, raffinata, classicamente cadenzata e soppesata nell’intercalare piuttosto lineare dei piani sequenza e delle studiate inquadrature volte a mettere in scena un altrettanto ben riuscito lavoro di scrittura, idoneo in particolare ad offrire rilevanza nel corso dell’iter narrativo ai dialoghi più che alle situazioni in sé, dai quali scaturiscono toni tragicomici e pennellate dall’impronta realistica.
Quest’ultime sono ulteriormente incrementate, oltre che dalla nitida fotografia in bianco e nero (Francesco Di Giacomo), dal pedinamento messo in atto dal regista nei confronti del protagonista, uno stranito e disincantato Daniele Parisi, qui al suo esordio sul grande schermo, seguito passo dopo passo per le vie di una Roma insolita, avvolta in un’inedita “grande bellezza” resa per lo più da realizzazioni artistiche moderne, nel corso di un’intera giornata il cui particolare svolgimento attraversa la “selva oscura”rappresentata da un’umanità brulicante alla ricerca di un posto nel mondo e sorda ad ogni esigenza, altrui e propria, per vedere infine una sospirata uscita “a riveder le stelle”.

Ivan Franek e Pamela Villoresi

Ivan Franek e Pamela Villoresi

Splendida anche la resa recitativa dell’intero cast, dove risaltano in particolare Massimo Wertmüller e Piera Degli Esposti a rappresentare rispettivamente l’anelito di celia a rendere più sopportabile la professionale routine e la mediazione fra la nobiltà delle alte aspirazioni e logiche commerciali di subitanea presa. Molto belle anche la solare sciroccata rappresentata dalla Villoresi e la figura del sacerdote delineata da Papaleo, che concretizza il dogma di fede al di fuori delle pagine della Bibbia, esternandolo nelle forme estemporanee di una religiosità “pratica”, che sappia assecondare le quotidiane ambasce mitigandole assecondando la scomposta alternanza fra paura ed un senso di pur provvisoria felicità.
Venendo all’afflato contenutistico, Orecchie esterna una riflessione dolceamara, del tutto concreta, sulla vita e l’illusorietà che le è propria nel connotare anche la più rosea aspettativa, la quotidiana lotta che vede fronteggiarsi sul campo di battaglia “l’un contro l’altro armati” multiformi compromessi fra l’affermazione della propria personalità e il mascheramento imposto da una società mai del tutto avvezza ad assecondare le esigenze di “normalità” espresse dall’individuo comune, qual è il protagonista del film.

Rocco Papaleo

Rocco Papaleo

Questi fatica non poco ad adattare il consueto andamento delle cose alle personali esigenze esistenziali, ovvero non rendersi prone all’omologazione imperante, che vede anche la cultura piegarsi a logiche mercantili, in una micidiale visione dove la sua fruizione universale viene consapevolmente confusa con la subitanea approvazione ed anestetizzata da una funzionale cornice panem et circenses (esemplare al riguardo la sequenza del colloquio con la direttrice del giornale). Il conseguente senso di fastidio, reso allegoricamente dal ronzio alle orecchie del protagonista, per una realtà ed un ambito sociale che si fatica ad accettare nella sua totalità e di cui si fa comunque parte, non svanirà mai del tutto, occorrerà conviverci e renderlo sopportabile, senza estraniarsi dal suo contesto (come invece metteva in atto il ragioniere Osvaldo/ Gastone Moschin di Signore & Signori, Pietro Germi, 1965, che grazie a dei tappi auricolari si distaccava dalla materialità del greve brusio reso dal cicaleccio dei suoi familiari o compaesani). Alternando leggerezza e profondità, accettando definitivamente la più pura essenza di sé, bilanciandola tra il senso di ciò che si è e quanto gli altri vorrebbero che fossimo, si potrà essere consapevoli che, per dirla con Chance (Peter Sellers), protagonista di Being There (Oltre il giardino, 1979, Hal Hashby, dal romanzo Presenze di Jerzy Kosinski), non solo la vita “è uno stato mentale”, ma il suo vero significato, per quanto banale possa sembrare, consiste proprio nel non aver alcun senso, a parte quello determinato dal nostro atteggiamento, dai nostri pensieri e delle nostre azioni.

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