Baby Boss

Tim è un ragazzino di 7 anni dalla fervida immaginazione, dote che gli consente mirabolanti incursioni a cavallo della fantasia in mondi lontani, dalla giungla misteriosa in lotta con un gorilla passando per lo spazio infinito verso qualche galassia lontana e finendo nella profondità dell’oceano, a fronteggiarne gli inquietanti abitanti. Avventure avvincenti, all’interno delle quali trovano spazio anche i suoi genitori, spesso salvati da imminenti pericoli grazie all’intervento provvidenziale del pargoletto. Circondato amorevolmente da tante attenzioni, un giorno Tim viene informato da mamma e papà dell’imminente arrivo di un fratellino, notizia per lui ferale, quel microcosmo costruito negli anni intorno la sua figura rischia di sgretolarsi per sempre…
Il bebè pretenderà e certo otterrà devota sudditanza…
Eccolo lì, insieme ad altri neonati sul nastro trasportatore della Baby Corp, società dove i bambini hanno la loro genesi e l’imprimatur relativo alla destinazione finale; lustro e profumato di talco è pronto per giungere a casa, in taxi, vestito di tutto punto: giacca e cravatta, vistoso orologio al polso, ventiquattrore, sguardo proprio di chi ha ricevuto in dote una spiccata attitudine al comando… Almeno questo è ciò che intravede Tim oltre quegli occhi acquosi ed indagatori …

Baby Boss

Eh già, a quanto pare il pupo, che, non visto dai genitori, ai quali riserva i consueti gugu gaga, parla e si comporta come un adulto, è un agente della suddetta Baby Corp, inviato sulla Terra per sventare un terribile piano ordito dal proprietario della Puppy Corp, azienda leader del cibo  per animali dove lavorano i genitori di Tim… Adattamento ad opera dello scrittore Michael McCullers del libro di Marla Frazee The Boss Baby, per la regia di Tom McGrath, Baby Boss rappresenta all’interno della produttrice DreamWorks un mutamento di rotta rispetto alle precedenti realizzazioni, trasgressive e “pazzerelle”, veleggiando ora sia verso uno stile visivo più incisivo e ricercato, sia verso contenuti volti a mediare maggiormente fra le aspettative di un pubblico infantile e quelle proprie degli spettatori adulti. Il risultato finale però lo pone “fra color che son sospesi”, per via di una scarsa caratterizzazione complessiva che va ad unirsi ad una evidente meccanicità nel rendere un opportuno ponte di collegamento fra fantasia e realtà, le proiezioni mentali del piccolo Tim, sul cui punto di vista è costruito l’intero arco narrativo, visualizzazione delle paure proprie di una psiche in formazione, superabili in virtù di un confronto con se stesso, relativamente alla propria percezione del mondo.

Tim e Baby Boss

Quest’ultima sarà poi da condividere  con il nuovo arrivato, quel fratellino che lo stimolerà a crescere, a divenire adulto, responsabile, rendendosi in definitiva compagni di giochi e di vita nell’assecondare o mitigare le reciproche inclinazioni. La metafora propria di un valido racconto di formazione, pur rimarcando la felice intuizione volta a ribaltare l’assunto del libro d’origine dove si offriva spazio invece alle ansie di due persone adulte in procinto di divenire genitori, funziona solo a tratti, non riuscendo ad inserirsi con creativa fluidità all’interno della narrazione (come invece avveniva in Inside Out, innegabile punto di riferimento della DreamWorks), nonostante lo stratagemma visivo di offrire spazio ai “voli pindarici” di Tim con una piacevole caratterizzazione grafica di stampo tradizionale, da “vecchio” cartone animato.
Baby Boss è particolarmente piacevole e divertente nella prima parte, dove a restarti impressa è soprattutto la bella sequenza del nastro trasportatore al’interno della Baby Corp sulle note di Cheek to Cheek, per poi incartarsi sulla sua stessa idea portante una volta che si procede all’innesto di tutta una serie di gag in vorticosa rincorsa, fra richiami alla comicità delle vecchie comiche e rimandi cinefili.

Il tentativo sopra descritto di conciliare l’aspetto ludico e quello contenutistico all’interno di un approccio tendenzialmente favolistico (vi è anche una voce narrante, quella di Tim adulto) per accontentare grandi, volontari alla visione o meno, e piccini finisce, almeno questa è la sensazione definitiva che la visione del film mi ha lasciato, per deludere entrambi.
I primi, infatti, potrebbero non gradire una certa esautorazione rutilante, al pari dell’abbondante secchiata di melassa sparsa su un finale che si protrae anche oltre i titoli di coda, volto ad esaltare la famiglia “senza se e senza ma”, i secondi non possono usufruire della mediazione di alcun apporto propriamente empatico (la mente va ancora a Inside Out, al personaggio di Bing Bong) che gli consenta di intuire fino in fondo l’allegoria espressa nel mettere in scena le ambasce proprie di un ragazzino che da un momento all’altro dovrà cedere il trono, scontrandosi e poi alleandosi con il bebè.
Un film d’animazione tecnicamente ineccepibile e nel complesso piacevole ma non poi così memorabile, un tentativo della DreamWorks di sondare un nuovo terreno, riprendendo in chiusura quanto espresso ad inizio articolo, lambendo le sponde della Disney/Pixar nel cercare una mediazione fra le rispettive realizzazioni, ma con un cuore non del tutto pulsante di un battito autonomo.

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Mamma, Baby e papà

Voci della versione originale/Doppiatori italiani: Alec Baldwin/Massimo Rossi (Baby Boss), Steve Buscemi/Luca Dal Fabbro (Francis E. Francis), Lisa Kudrow/Rossella Acerbo (mamma), Jimmy Kimmel/Alessandro Budroni (papà), Miles Bakshi/Giulio Bartolomei (Tim), Tobey Maguire/Marco Vivio (la voce narrante di Tim adulto).

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