Un ricordo di Jonathan Demme

Jonathan Demme

E’ morto ieri, mercoledì 26 aprile, a New York, il regista, sceneggiatore e produttore cinematografico Jonathan Demme (Baldwin, 1944),  autore che ha abbracciato diversi generi cinematografici, rivisitandoli e spesso miscelandone le diverse caratteristiche in forza di uno stile del tutto personale, idoneo a portare in scena visionarietà e cura formale (il ricorso ai piani ravvicinati e alla soggettiva), grazie anche all’apporto di una “sana” e collaudata artigianalità. Mantenendosi in felice equilibrio fra  produzioni degli studios e quelle indipendenti, fiction e documentario, Demme ha posto al centro delle proprie opere l’individuo, l’essere umano, a muoversi sullo sfondo di un’America la cui società guardava al futuro senza comunque dimenticare il proprio passato.

(Wikipedia)

Il suo ingresso nel mondo del cinema risale all’inizio degli anni ’70, quando, dopo alcuni lavori nel settore pubblicitario, Roger Corman lo assunse come sceneggiatore per la sua casa di produzione New World, debuttando infine dietro la macchina da presa nel 1974 con Caget Heat (Femmine in gabbia), cui seguirono nei tre anni successivi Crazy Mama, Fighting Mad e Handle With Care (Chroma Angel chiama Mandrake), titoli dove iniziano ad intravedersi gli stilemi propri del cinema di Demme, i quali troveranno ulteriore ma non ancora definitiva affermazione in Last Embrace (Il segno degli Hannan, 1979), thriller dal sapore hitchcockiano che lo impose all’attenzione della critica.

(Wikipedia)

La sopra accennata abilità di Demme nel connotare di un suggestivo tocco differenti generi cinematografici la si può ravvisare in  Melvin and Howard (Una volta ho incontrato un miliardario, 1980) e, soprattutto, “saltando” fra i titoli della sua filmografia, in Something Wild (Qualcosa di travolgente, 1986): se il primo film rimanda, con fare divertito e divertente insieme, alla commedia sofisticata dei “tempi d’oro” di Hollywood, il secondo ora agita ora mescola i toni della screwball comedy e del giallo rosa, fino a sconfinare nel noir, per un andamento narrativo quantomeno bizzarro ma certamente coinvolgente, grazie anche alle ottime interpretazioni dei due protagonisti, Melanie Griffith e Jeff Daniels. Restando nell’ambito della commedia e del mutamento spesso brusco di registro all’interno del racconto, difficile non citare Married to the Mob (Una vedova allegra… ma non troppo, 1988, orrido titolo italiano), protagonista una bellissima Michelle Pfeiffer, scatenata commistione di toni farseschi e drammatici nel mettere alla berlina il mondo della mafia italo-americana, giocando con i luoghi comuni sul filo del grottesco.

Tre anni più tardi Demme girò  The Silence Of The Lambs (Il silenzio degli innocenti),  compendio degli stilemi più tipici del  suo cinema  (i già descritti piani ravvicinati e il ricorso alla soggettiva, che qui si fanno ancora più insinuanti), tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris. Vincitore, fra l’altro, di cinque  Oscar nel 1992 (Miglior Film, Miglior Regia, Miglior attore-Anthony Hopkins, Miglior Attrice-Jodie Foster e Miglior Sceneggiatura non Originale, Ted Tally) e dell’Orso d’argento per la regia al 41mo Festival di Berlino nel 1991, Il silenzio degli innocenti rappresenta un felice esempio di thriller-horror volto ad assecondare  suggestioni e ambiguità psicologiche più che insistere su sangue e violenza, rinvenendosi un richiamo al cosiddetto horror suggerito avallato dal manager della RKO, Val Lewton, negli anni ’40.

Anthony Hopkins e Jodie Foster

Di indubbio impatto, fil rouge dell’intero arco narrativo, il sinistro parallelismo espresso fra le figure di Clarice Starling (Jodie Foster), recluta dell’FBI e quella del Dr. Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), personaggio che al cinema apparve per la prima volta, interpretato da Brian Cox (ma col il cognome mutato in Lecktor), nel bel thriller Manhunter (1986, Michael Mann, anche sceneggiatore, sempre su soggetto di Harris, il romanzo Il delitto della terza luna, Red Dragon in originale, titolo del remake, 2002, opera di Brett Ratner ).

Concludo questo ricordo del poliedrico ed inventivo regista, il cui ultimo film è stato Ricki and the Flash (Dove eravamo rimasti, 2015), rammentando un titolo che, lo confesso, snobbai un po’ alla sua uscita nel 1993, Philadelphia, bollandolo come un semplice melodramma e che invece, rivisto dopo qualche anno, mi ha ricordato i bei film “politici” o d’impegno civile, propri anche della nostra cinematografia oltre che di quella americana, nel dare risalto al dramma sociale ed umano espresso dal protagonista Andrew Andy Beckett malato di AIDS, efficacemente reso nella sua sofferenza fisica e psichica da un intenso Tom Hanks (Oscar come Miglior Attore Protagonista, mentre un’altra statuetta fu conferita alla Miglior Canzone, Streets of Philadelphia, di Bruce Springsteen): ancora una volta un essere umano forte di una  vitalità complessa e disperata ad ergersi contro il sistema proprio di una nazione sempre sospesa fra passato e futuro, riprendendo in chiusura quanto scritto ad inizio articolo, espressione di quel pregnante umanesimo di cui è stata permeata l’intera filmografia di Demme.

 

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