Bozzetto non troppo (2016)

Presentato alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (Sezione Classici- Documentari sul cinema), scritto e diretto da Marco Bonfanti (L’ultimo pastore, 2012), Bozzetto non troppo, proiettato lo scorso 19 aprile al Cinema Kino di Roma, si palesa alla visione come una realizzazione pregevole nella sua fattura complessiva: in primo luogo appare rimarchevole un andamento narrativo che prende le distanze dalla costruzione propria di un biopic propriamente detto, facendo sì che la figura di Bruno Bozzetto, fra i più importanti protagonisti dell’animazione italiana, si presenti in prima persona agli spettatori. Viene così offerto naturale risalto alla sua personalità, umana ed artistica, permeata in egual misura di concretezza, ironia ed una creatività improntata tanto all’espressione di una fantasia pura, semplice, libera da qualsivoglia schematismo precostituito, quanto ad un pragmatismo ancorato vitalmente alla realtà circostante. A tale ultimo riguardo, Bonfanti dà adito alla visualizzazione  di una congrua e fluida analisi relativa alla confluenza fra l’ordinaria quotidianità, gli spunti, in positivo o in negativo, che quest’ultima è in grado di offrire e l’inventiva espressa da Bozzetto nelle proprie realizzazioni: una “contaminazione” tra arte e vita che va infine a cristallizzarsi in un suggestivo unicum, “eversivo” e poetico al contempo.  

Bruno Bozzetto e il Signor Rossi

La suddetta confluenza è evidente già dai titoli di testa, sul cui scorrere vediamo apparire e rincorrersi alcuni personaggi propri dei film di Bozzetto, come il ghignante Cattivissimo di West and Soda (1965) e va a concludersi, circolarmente, nella sequenza finale sulle note del Bolero di Ravel, da Allegro non troppo (1976).  E’ lo stesso Bozzetto a condurci all’interno della propria vita, contagiandoci col il suo candido stupore fin dalla sequenza d’apertura, che riprende l’esposizione a lui dedicata in un sala del Walt Disney Family Museum a San Francisco, per poi condurci nella sua abitazione a Bergamo.
Ecco apparire l’aspetto più intimo e privato dell’artista, l’amore per la natura e gli animali (tra due cani ed un gatto a risaltare è la presenza di una pecora, protagonista di una gustosa scena intorno ad un tavolo nel corso della colazione), un particolare corridoio “magico”, alle cui pareti sono appesi disegni originali di produzioni Disney e non solo (ad esempio un rodovetro de La rosa di Bagdad, Anton Giulio Domenighini, 1949, primo film italiano a colori insieme al coevo cartoon I fratelli Dinamite di Nino Pagot), lo studio con i tanti riconoscimenti che gli sono stati attribuiti ed omaggi da parte di famosi colleghi (John Lasseter e Matt Groening, fra gli altri) che hanno tratto ispirazione dalla sua opera.

Risalta la centralità degli affetti familiari, la moglie Wally, alla quale esterna immensa gratitudine per aver assecondato le sue bizzarrie creative, perché anche il semplice stare ad osservare il mondo dietro i vetri di una finestra può essere un lavoro, in attesa che arrivi l’idea buona da mettere su carta, pur se poi non si concretizzerà in qualcosa di propriamente compiuto, i suoi quattro figli, due maschi e due femmine, rispettivamente continuatori e divulgatrici dell’opera paterna, il ricordo del nonno Girolamo Poloni, pittore, o quello, trascinante e commovente, relativo alla figura di suo padre, primo e fondamentale collaboratore, pur essendo persona del tutto estranea al mondo dell’animazione. Come dimenticare poi il viaggio in California dopo la nomination conseguita nel 1991 nella sezione Miglior Cortometraggio d’Animazione con Cavallette, affrontato con la consueta calviniana leggerezza e tanto divertimento dal sapore goliardico, rammentando il debutto come “attore” in una serie di filmini girati da ragazzino insieme ai compagni di scuola o l’esordio del signor Rossi nel cortometraggio Un Oscar per il signor Rossi (1960), personaggio nato in seguito al malumore dell’artista per essersi vista rifiutata la partecipazione di un suo film ad un festival e quindi da subito, ritorna la sopra descritta contaminazione fra realtà e fantasia, incarnazione dei malanimi e delle ambasce proprie dell’ “uomo comune”.

Si passano in rassegna i suoi film animati, i primi corti e il debutto nei lungometraggi nel 1965 con West and Soda, che condivide con Per un pugno di dollari di Sergio Leone (uscito un anno prima, ma l’idea del cartoon risale al 1960 e la sua realizzazione incontrò non poche difficoltà) l’intuizione di smitizzare l’epopea della frontiera propria del genere western con sagace ironia e il disincanto proprio di chi non ha mai perso la capacità di far continuare a giocare il fanciullino che è in sé, al felice prosieguo rappresentato da Vip-Mio fratello superuomo (1968), insieme parodia del mondo superomistico dei fumetti e  pungente satira, sempre attuale, sul’appiattimento del raziocinio umano nella ricorsa ad un benessere puramente materiale, paghi di un indispensabile progresso ma orfani di una reale evoluzione.
Spazio poi a quello che è il capolavoro di Bozzetto, Allegro non troppo, dichiaratamente ispirato a Fantasia (1940) ma dal quale prende le distanze nel voler dare adito a delle vere e proprie storie, connotate nel loro andamento narrativo da famose composizioni musicali e non all’ interpretazione e stilizzazione grafica di quest’ultime, proprie del classico disneyano.
Viene così raccontata l’ironia e la complessità della vita,  senza tralasciare la sottile critica nei confronti della società, delle sue abitudini, dei suoi pregiudizi, offrendo sempre e comunque grande risalto al respiro narrativo e alla situazione comica.

Infine, ecco il primo ed unico film girato in live action da Bozzetto, Sotto il ristorante cinese, 1987, che nei suoi toni stralunati e surreali da buona favola quotidiana richiama non poco lo stile tipico delle sue realizzazioni animate. Interessante la visita nello studio milanese Bozzetto & Co., con la ripresa di una riunione relativa alla realizzazione grafica di un nuovo film d’animazione (The Light Catcher) al momento allo stadio embrionale ma, considerando l’archetipo caro a Bozzetto dell’idea comunque espressa sopra descritto, sempre fonte di divertimento e stupore. Estremamente fluido (ottimo il montaggio di Angelo Musciagna) e diretto, Bozzetto non troppo permette in conclusione di apprezzarne pienamente tanto la sua valenza documentaristica, ovvero rammentare, o far apprendere a quanti non la conoscano ancora, la portata espressiva e dinamica, forte di uno stile semplice e funzionale, propria dell’animazione di Bozzetto,  definito da Diane Disney “una leggenda, al pari del mio papà”,  quanto quella più genuinamente umana scaturente dalle “gesta” del  protagonista, ritratto con rara sensibilità da Bonfanti, assecondandone la naturale ritrosia e riuscendo a far emergere infine quella sottile fune tesa lungo il crinale della vita rappresentata dall’intervento “salvifico” della fantasia e della capacità di saper ridere in primo luogo di se stessi, allineando il proprio sguardo a quello primigenio di un fanciullo, per il quale un disegno “non è altro che un’idea intorno ad una linea”.

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