L’ultimo metro di pellicola (2015)

Coloro che, come lo scrivente, veleggiano ormai verso i cinquant’anni d’età e abbiano mantenuto costante nello scorrere del tempo la passione verso il cinema, in ogni sua forma di manifestazione, credo non possano aver dimenticato quanto vissuto da ragazzini all’interno di una spesso fumosa sala cinematografica di paese, magari seduti in galleria su poltroncine di legno la cui scomodità veniva presto dimenticata una volta che, accompagnata da un caratteristico rumore, una misteriosa figura, appena visibile dietro un piccolo vetro, azionava il proiettore, un sottile fascio di luce irradiava lo schermo e, dopo il rapido susseguirsi di fotogrammi riproducenti un conto alla rovescia, prendeva vita il film tanto atteso, a volte preceduto da un breve “prossimamente”…
Suggestioni, quelle descritte, riaffiorate nella mia mente (e nel mio cuore) nel corso della visione del bel documentario scritto e diretto da Elio Sofia, al suo esordio dietro la macchina da presa dopo i trascorsi d’attore e sceneggiatore, L’ultimo metro di pellicola,  autoprodotto dallo Studio Gazzoli, di cui lo stesso regista fa parte.

L’iter narrativo focalizza l’epocale passaggio di testimone incorso fra la pellicola e il digitale, soffermandosi in particolare sulle modalità attraverso le quali si è concretizzato in Sicilia, una delle ultime regioni ad accogliere tale subentro ma che ha sempre avuto un ruolo fondamentale per la diffusione di quanto realizzato dalla Settima Arte, considerato che a Catania in via Giuseppe De Felice (non a caso nota come “la via del cinema”) ha avuto, e ha tuttora, sede la SAC (Servizi Ausiliari Cinema) che si occupa da diversi decenni della distribuzione cinematografica per tutta la Sicilia e parte della Calabria.
Sofia riesce a far emergere all’interno della narrazione tanto il fattore storico e documentale, quanto quello più emozionale, con l’attrice Tea Falco, che vediamo aggirarsi lungo le stanze del Museo del Cinema di Catania, un po’ musa ispiratrice, un po’ inedito Virgilio, nel rappresentare lo spettatore all’interno di un percorso idoneo a riunire, in virtù della magia del cinema, passato e presente, facendo sì che le due entità viaggino su binari in apparenza distanti ma inclini a ricongiungersi all’interno di un unico fluire, visualizzando un flusso temporale in egual misura elegiaco e concreto.

Riguardo il primo aspetto, Franco La Magna, storico e critico cinematografico,  ricorda come la pellicola abbia accompagnato la nascita del cinématograhe ad opera dei fratelli Auguste e Louis Lumìere, brevettato il 13 febbraio 1895, un singolo strumento avente funzione sia di macchina da presa che di proiettore (prima pellicola girata, il 19 marzo dello stesso anno, fu La sortie des usines Lumière), dando vita, il 28 dicembre 1895, a Parigi, alle ore 18.30, al Salon Indien du Grand Café di Boulevard des Capucines, al primo spettacolo pubblico cinematografico.
Ecco poi le prime innovazioni, come un rudimentale esordio del colore, l’avvento del sonoro (sempre La Magna rammenta come fu il siciliano Giovanni Rappazzo a registrare due brevetti al riguardo, nel 1921, che non riuscì però a rinnovare)  e poi mano a mano negli anni nuovi formati dovuti ad innovativi sistemi di ripresa quali il Cinemascope, illustrato nella sua resa pratica, non sempre del tutto convincente, da Nino Pecorino, storico proiezionista catanese.

Su questi aspetti tecnici va dunque ad innestarsi l’elemento emozionale dei ricordi, reso nel suo emblematico amplesso con l’afflusso immaginifico scaturente nel buio della sala, attualizzazione del mito della caverna di Platone, affidato  a Leo Gullotta così come alle dichiarazioni dei gestori del tempo, memorie individuali idonee a divenire collettive: i cinema di quartiere, le affollate arene estive, le sale parrocchiali e la loro proposta di film “edificanti” (La tunica, The Robe, 1953, Henry Koster), senza dimenticare la censura imposta a scene violente o tendenzialmente erotiche (veniva posto un pezzo di cartone sui fotogrammi incriminati), la “scoperta del sesso” dopo la visione di un film con Ava Gardner… Il merito essenziale de L’ultimo metro di pellicola nel suo classico e scorrevole giustapporsi di immagini e dichiarazioni, è di non scadere nella “mitizzazione” dell’originario supporto cinematografico, sottolineandone invece, oltre alla descritta portata storica, anche la difficoltà di rendere una buona resa nella proiezione ove non fosse stato presente un valido proiezionista o la necessità di una costante manutenzione nel passaggio da una sala all’altra (tagli ed incollaggi nel caso di rigature o altri danni dovuti ad un uso non accorto), mettendola a confronto con l’indubbia praticità dell’attuale supporto digitale.

Daniele Ciprì

Riesce soprattutto a rendere del tutto palpabile la scomparsa pressoché definitiva di tutto ciò che la pellicola ha rappresentato e che ora non sarà più proponibile, sottolineato figurativamente dalla “straziante” sequenza in cui vediamo le tante “pizze” presenti nei magazzini della SAC finire nel compattatore della Nettezza Urbana (l’insistenza del regista al riguardo mi ha ricordato quella delineata da François Truffaut in Fahrenheit 451, 1966, dall’omonimo romanzo di Ray Bradbury, ne visualizzare i tanti libri mandati al rogo) e dal punto di vista del contenuto da quanto sottolineato dal regista e direttore della fotografia Daniele Ciprì: il digitale ha certamente instaurato nello spettatore l’aspettativa di un rapporto sempre più realistico con l’immagine, oltre alla sua fruizione immediata, ma al contempo ha fatto del tutto scomparire quella “perfetta imperfezione” carica di magnetica forza espressiva, magica ed illusoria, resa con ingegno e creatività agli albori della Settima Arte da  Georges Méliès, ovvero la malia di un cinema volto più che a nascondere i suoi trucchi, riportando sullo schermo il reale, a palesarli in modo evidente, in un continuo gioco di affabulazione con gli spettatori.

Salvatore Cascio, “Nuovo Cinema Paradiso”

Non è quindi tanto il necessario incedere tecnologico a rendere “traumatica” la soppressione della pellicola, ma, più propriamente, la coeva sparizione di quel mondo da lei creato ed arrivato fino ai giorni nostri, quando ormai tutto può essere ripreso “a filo di smartphone” e conseguentemente riprodotto, o un film visionato con un semplice click dall’alto delle proprie tastiere: non vi è più quella condivisione di un sogno, così come felicemente visualizzata da Giuseppe Tornatore in Nuovo Cinema Paradiso (1988), all’interno di una sala cinematografica, centro di aggregazione succedaneo alla classica piazza dove poter vagliare gusti e reazioni del pubblico, che interagisce con i divi protagonisti dei film offrendo il destro ad una onirica e poetica confluenza fra realtà e finzione.
Scompare il suggestivo incanto del cinema quale macchina del tempo e visualizzazione  del candore perduto proprio di quel fanciullino a cui non diamo più ascolto; tutto è materializzato in una tangibile corporeità dalla resa immediata ma dall’eterea emozionalità, costantemente attualizzato ma poco propenso ad un confronto con una memoria storica che potrebbe aiutarci a comprendere meglio il nostro presente.

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Elio Sofia (foto di Brunella Bonaccorsi)

Il documentario L’ultimo metro di pellicola si è aggiudicato il Premio Cariddi quale Miglior Documentario al Taormina Film Fest 2015 ed è stato finalista ai Nastri D’Argento 2016 nella sezione dei documentari che raccontano il cinema, oltre ad aver conseguito il Premio del Pubblico come Miglior Documentario alla VIII edizione dello Sciacca Film Fest.
Questa sera, venerdì 7 aprile, alle ore 20:30 (ingresso gratuito fino a esaurimento posti), sarà proiettato in anteprima al Cinema Trevi di Roma (Vicolo del Puttarello, 25).

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3 risposte a “L’ultimo metro di pellicola (2015)

  1. Mi hai fatto tornare in mente dei bei ricordi, i cinema di seconda visione, l’operatore e quello stranissimo fascio di luce che mi affascinava davvero tanto da bambina. Ecco, tra i miei rimpianti più dolorosi c’è quello di non aver coltivato abbastanza il sogno di entrare in quel mondo. Come regista, mi immaginavo, ma avrei potuto fare cose legate alla scrittura… mi sembrava ridicolo solo pensarci, e al tempo stesso inarrivabile, ma mi è rimasto dentro come una rinuncia a priori.

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    • Antonio Falcone

      Anche io ho ben impresso nella memoria quello stranissimo fascio di luce, che mi ha portato nel corso degli anni in tanti posti lontani… Il mondo dello spettacolo e del cinema in particolare mi ha sempre affascinato, sin da bambino, alla fine ci sono entrato scrivendo le sensazioni provate visionando un film e cercando di coinvolgere quanti condividono la mia passione o suscitare curiosità in quanti ne sono lontani. Grazie, un saluto.

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  2. Pingback: “L’ultimo metro di pellicola”, intervista al regista Elio Sofia | Sunset Boulevard

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