Totò sceicco (1950) – Un ricordo del “principe della risata” fra bazzecole, quisquilie e pinzillacchere

Antonio De Curtis/ Totò (Wikipedia)

Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis, principe di Bisanzio, in breve Antonio De Curtis e in arte Totò (Napoli, 1898-Roma,1967): grazie alle repliche televisive dei suoi film ed alla loro riedizione in vhs prima e in dvd poi, non vi è generazione che non abbia conosciuto il suo talento, l’innata, travolgente, stralunata vis comica scaturente tanto da un corpo da marionetta estremamente snodabile, quanto da ogni gesto e parola, con un uso raffinato della mimica, esaltata quest’ultima da una mobilità facciale ai limiti dell’incredibile.88x31

Attivo dal primo dopoguerra sulle scene della rivista, Totò fece il suo debutto cinematografico nel 1937 (Fermo con le mani!, Gero Zambuto), protagonista assoluto ma non propriamente convinto della possibilità di adattare la sua maschera, del tutto personale, rodata da anni di varia attività teatrale, a canovacci o sceneggiature.
Abituato a prendere spunto da una situazione di partenza e lavorarci d’istinto più che affidarsi ad un testo da mandare a memoria (basti pensare allo sketch C’era una volta il mondo, 1947, noto con il titolo L’onorevole in vagone letto, riproposto in Totò a colori, 1952, diretto da Steno, inizialmente piuttosto breve ma che di replica in replica raggiunse i cinquanta minuti), avvertiva in particolare la mancanza di un contatto diretto con il pubblico, idoneo a condurlo verso il territorio a lui congeniale dei  lazzi e dell’improvvisazione.

Il successo sul grande schermo arriverà nel secondo dopoguerra, una volta che gli italiani si riconosceranno nell’uomo del popolo che lotta con furbizia per soddisfare i bisogni primari, scardinando burocrazia ed arroganza del potere con irrisori sberleffi e surreale nonsense, aspirando al benessere pur nella consapevolezza dei propri limiti. Soggetti improvvisati e sceneggiature accurate, spalle nobili (Carlo Campanini, Carlo Croccolo, Mario Castellani, Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Erminio Macario), registi spettatori o idonei a “trattenerlo” (Vittorio De Sica, Mario Monicelli), forse snaturandone la vena surreale ma riuscendo  ad incanalare la non comune capacità espressiva verso toni più realistici, contornati da una soffusa malinconia dai toni chapliniani, un po’ come Pinocchio che lascia il suo corpo di legno per divenire un bimbo assennato (Giancarlo Governi).
Altri ancora (Pier Paolo Pasolini), hanno invece individuato la sottile linea di demarcazione tra candore ed astuzia propria del personaggio, e ne hanno fatto il cantore ideale della propria poetica.88x31

Probabilmente il primo regista a percepire le potenzialità cinematografiche del principe della risata è stato Mario Mattoli, che appoggiò l’intuizione  degli sceneggiatori Age (Agenore Incrocci), Steno e Jean Jacques Rastier di dar vita con I due orfanelli (1947)  ad una serie di film parodia; “Totò parodiava sempre qualche cosa, muoveva sempre da uno spunto e si divertiva a deformarlo, a distorcerlo, ad aggredirlo, ad insultarlo. Si è sempre divertito a rifare qualcosa di già esistente, che liberamente reinterpretava, facendolo diventare l’occasione di un’esibizione personalissima. (…) E’ con la parodia che Totò riusciva ad aggredire un modo di pensare o un comportamento, una formula di moda, spesso colpendola in maniera molto acuta, altre volte in maniera superficiale”. (Age, da La commedia all’italiana- Il cinema comico in Italia dal 1945 al 1975, Masolino d’Amico, Saggiatore Tascabili, Milano, 2008).

Age insieme a Furio Scarpelli, Vittorio Metz e Marcello Marchesi diede dunque vita nel 1950, sempre per la regia di Mattoli, ad uno dei migliori film comici interpretati da Totò, ancora una volta rientrante nel genere parodistico ora citato, Totò sceicco, che all’interno di un’accurata messa in scena  traeva farsesca ispirazione da titoli quali The Son of the Sheik (1926, George Fitzmaurice), Siren of Atlantis ( 1949, Gregg G. Tallas), senza dimenticare il mito della Legione Straniera ( il romanzo Beau Geste di Percival Christopher Wren, il cui più famoso adattamento cinematografico è il film del 1939 diretto da  William A. Wellman, protagonista Gary Cooper). Antonio Sapore (Totò) è maggiordomo in casa dell’anziana marchesa di San Frustone (Ada Dondini), sofferente a causa del marchesino figlio, Gastone (Aroldo Tieri), talmente invaghito della soubrette Lulù (Laura Gore) da arruolarsi nella Legione Straniera in seguito ad un litigio con l’affascinante donna. Toccherà al fedele servitore mettersi sulle tracce  del viziato rampollo, così da riportarlo sano e salvo a casa: come ricompensa madama la marchesa gli donerà l’intero palazzo.

Ada Dondini e Totò

Per un equivoco Antonio finirà però fra le fila dei ribelli africani anziché tra quelle dei legionari e sarà costretto ad assumere le sembianze di Omàr, il figlio dello sceicco, il capo tanto atteso, cercando comunque di trarre vantaggio dall’insolita situazione. Dopo tutta una serie di rocambolesche avventure, il nostro riuscirà infine a ritrovare Gastone e insieme a questi giungerà casualmente nella mitica città di Atlantide, conoscendo l’ammaliante regina Antinea (Tamara Tees), il cui fascino ha mietuto molte vittime, ma che ora sembra perdutamente innamorata proprio di Antonio…
Totò sceicco, pur costruito assecondando la consueta anarchia di Totò, sempre estremamente disinvolto nei movimenti come nel lessico, improntato ad un’irriverenza burlesca idonea a scardinare ogni forma e logica legata alla comune sintassi, facendosi così beffe di quanti siano portatori di un linguaggio preordinato (spesso in rappresentanza di una determinata classe sociale), appare più coeso nella regia e nel lavoro di scrittura rispetto ad altre opere similari, anche se l’iter narrativo, per lo più strutturato su singoli episodi comunque funzionalmente collegati fra loro, appare a volte frammentario quando non rallentato dalla reiterata esecuzione di una canzone (Lulù del cabaret, composta da Armando Fragna), il cui motivo costituisce la colonna sonora del film.

Carlo Croccolo e Totò: “Birra e salsicce”

A  predominare sono sempre e comunque i toni surreali sottolineati da  giochi di parole e nonsense che sfiorano il sublime. Indimenticabile la scena d’apertura: la colazione da servire al marchese mette subito in luce la farsa degli equivoci che gradualmente prenderà piede, mentre l’ingresso di madama la marchesa e l’esternazione della sua “pesante” sofferenza dà vita ad uno sketch di forte impatto comico, fra lo schianto fragoroso di alcune poltrone e l’ingresso di un paranco atto a sorreggerla, evitando il definitivo cedimento (di un’altra poltrona…). Mirabile poi la sequenza della taverna, dove Totò, insieme a Carlo Croccolo nei panni di un cameriere, inscena una gag da antologia, basata sulla reiterazione della parola d’ordine (“birra e salsicce”) necessaria all’arruolamento fra i legionari, di volta in volta diversamente mimata all’attonito servitore, il quale nulla può comprendere considerato che il maggiordomo ha sbagliato locale…

Tieri, Arnoldo Foà, Totò

E che dire dei battibecchi con l’esagitato Tieri, dell’esclamazione Guarda Omàr quant’è bello!, con il nostro ora nei panni dello sceicco, intonando Torna a Surriento, o del  passaggio in rassegna delle truppe dei ribelli all’insegna dello sghignazzo più sfrontato (Lascia fare… Castigat ridendo mores… Ridendo castigo i Mori, rivolto al colonnello interpretato da Castellani), per non parlare del torturatore “arabo bitontese” (Riccardo Billi) o della scena nei corridoi del palazzo di Atlantide, esemplare nella naturalezza con cui avviene lo scambio di battute, quando Antonio e Gastone incontrano uno strano individuo (Arnoldo Foà), occhi spalancati e fare delirante, il quale racconta ai due l’amore per la regina Antinea che lo ha reso folle (“Si vede che sono pazzo?” e Totò, di rimando, “Ma no, macché …”).

Aroldo Tieri e Totò

Grazie alla sua valida costruzione complessiva,  pur con i suddetti limiti e nell’ambito di una regia strettamente di mestiere, Totò sceicco, nel cui cast compaiono anche Ubaldo Lay, Giacomo Furia, Raimondo Vianello ed Aldo Giuffrè, diverte e suscita sane risate ancora oggi, quando, nella ricorrenza del 50mo anniversario dalla scomparsa del principe, sembra essersi ormai avverato quanto da lui stesso “profetizzato” in una famosa affermazione riportata dalla compagna Franca Faldini (“Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire”); come sottolineava qualche giorno fa Paolo Mereghetti sulle pagine de Il Corriere della Sera, sicuramente si aprirà di nuovo l’annoso dibattito se siano meglio queste totoate, come all’epoca la critica definiva tali pellicole, in senso dispregiativo, o i lavori più “composti” che verranno in seguito. Personalmente ritengo che sarebbe sufficiente ed esaustivo sottolineare in entrambi i casi  l’estrema duttilità di un estro comico “sovversivo” e difficilmente ripetibile, capace nelle sue molteplici sfumature di delineare un’irriverenza sfrontata, irridente, plateale, esternata contro qualsivoglia istituzione, nella consapevolezza di poter offrire al pubblico la gioia del sorriso e il conforto del buonumore.88x31

Grazie Principe, per aver suscitato, a me come ai suoi tanti estimatori, fanciullesche risate rendendoci consapevoli, una volta adulti intenti nella messa in scena quotidiana relativa alla nostra esistenza, della piena concretezza e della imperitura valenza della sua arte.

Antonio Falcone Copyright88x31

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2 risposte a “Totò sceicco (1950) – Un ricordo del “principe della risata” fra bazzecole, quisquilie e pinzillacchere

  1. Un gran bell’omaggio al Principe 👍

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    • Antonio Falcone

      Grazie Vincenzo, lieto che ti sia piaciuto. I film di Totò mi hanno fatto compagnia nel corso della mia fanciullezza ed una volta cresciuto l’amore per il cinema me lo ha fatto conoscere sotto una luce diversa, apprezzandolo sempre di più, anche nei tanti film girati in serie ma sempre connotati dalla sua arte.

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