La La Land

Los Angeles, oggi, un assolato giorno d’inverno. Anche un congestionato ingorgo stradale, almeno per quelle persone ancora in grado di trarre una scintilla vitale dal loro intimo più immaginifico, può rappresentare un’occasione per concedere inedito spazio ad un’indomita creatività, scatenando un gioioso happening tra le auto in fila.
E’ in questa situazione che fanno reciproca conoscenza Mia (Emma Stone) e Sebastian (Ryan Gosling), pur se non propriamente seguendo la prassi del galateo, l’una aspirante attrice, al momento cameriera in un bar al Warner Village, e l’altro pianista jazz integerrimo, che fatica a sbarcare il lunario legato com’è ai grandi musicisti del passato e dei quali nessuno sembra più voler sentire parlare. I due avranno modo di scontrarsi in altre occasioni, fino a quando non inizieranno a frequentarsi, confidandosi i rispettivi sogni e le aspettative esistenziali, incitandosi reciprocamente a trovare le vie più opportune per la loro realizzazione. Dall’amicizia all’amore il passo sarà breve e intanto le aspirazioni cominceranno a prendere, non senza qualche difficoltà, una forma più definita: Mia tenterà la strada dell’autonomia, scrivendo ed interpretando  un monologo teatrale allestito a sue spese, Sebastian accetterà la proposta di un amico musicista, Keith (John Legend), piegandosi alla musica commerciale per necessità economica, in attesa di poter aprire un proprio locale.

“Another Day of Sun”

Fra qualche recriminazione e più di un’incomprensione, con un amore comunque sempre vivo, i sogni, infine, trascorsi cinque anni, lasceranno i cassetti e troveranno la luce del sole, ma il contatto con la realtà ne ridimensionerà la portata …
Presentato come titolo d’apertura, in Concorso, alla 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dando il via con l’assegnazione della Coppa Volpi come miglior interprete femminile ad Emma Stone a tutta una serie di riconoscimenti che hanno avuto il loro culmine alla recente Notte degli Oscar*,  La La Land, scritto e diretto da Damien Chazelle, è un film tanto visivamente coraggioso ed intrigante quanto romanticamente emozionale nel portare in scena il dichiarato buon proposito di rappresentare una storia d’amore dei nostri giorni attraverso gli stilemi propri del musical.
Tale genere viene quindi reso, grazie ad una regia piuttosto efficace ed inventiva pur nei suoi richiami alle passate produzioni hollywoodiane e, soprattutto, europee (Les parapluies de Cherbourg, 1964, Les demoiselles de Rochefort, 1967, entrambi diretti da Jacques Demy), essenziale trait d’union fra il grigio incedere quotidiano e l’ “irreale realtà” espressa dai sogni, così da attuare una reciproca confluenza tra le due entità, ciò che viviamo e quanto si cela nei nostri più intimi desideri, anelando alla possibilità di farle combaciare.

Ryan Gosling ed Emma Stone

Una dichiarazione d’intenti che si rende palese fin dall’apertura, un mirabile piano sequenza sulle note di Another Day of  Sun a riprendere un gioioso numero di danza nel bel mezzo di un ingorgo stradale, che rende evidente sia un’estrema mobilità della macchina da presa sia  il legame funzionale tra coreografie  e i personaggi in scena, rendendo a noi spettatori un unico fluire tra numeri di ballo, canzoni e recitazione.
E’ sempre attraverso la musica e la danza che si palesa gradualmente la psicologia dei due protagonisti, la determinazione, a volte compromessa da un’estrema sensibilità, di Mia, un’intensa e “sanguigna” Emma Stone (struggente in particolare  l’interpretazione di The Fools Who Dream), la purezza di Sebastian, un Gosling misurato e “naturale”, espressa attraverso la fedeltà “partigiana” ad una forma d’arte, che non permette però il pagamento delle bollette. Ugualmente può scriversi riguardo la nascita graduale del loro innamoramento, con delle sequenze al riguardo da antologia, come quella, splendida, all’interno del Griffith Park Observatory, apoteosi visiva e sonora di una ormai conclamata passione dapprima tenuta a freno dalle reciproche diffidenze. A fare da proscenio una Los Angeles vista nella sua essenza “doppia”, set a cielo aperto dove anche il più piccolo anfratto sembrerebbe idoneo a donarti l’ebbrezza del mito e della celebrità (“quella è la finestra dove Bogart e la Bergman si affacciavano in Casablanca”, dice Mia a Seb durante una passeggiata) ma in egual misura pronto a farti pagare con gli interessi il prezzo di un’illusione, lasciandoti sull’orlo di un sogno ora “baratro fatale”, riprendendo le parole di Wanda (Brunella Bovo) ne Lo sceicco bianco (Federico Fellini, 1952).

Ecco perché non è rilevante che l’esecuzione dei vari balletti da parte della Stone e di Gosling, per di più resa senza stacchi di montaggio, sia lungi dalla perfezione, in quanto rivela, come da intenzione dell’autore, la naturalità espressiva di quella tempesta emozionale scaturente dall’incontro di due persone “così eguali così diverse” che ad un certo punto della loro vita hanno trovato una totale corresponsione e comprensione reciproca, idonee entrambe a rendere manifesto definitivamente il proprio vero io e far sì che si possa proseguire il cammino intrapreso, possibilmente insieme. Ciò che più interessa a Chazelle, ancor prima di un plot narrativo in parte ovvio e tendente ad incartarsi su stesso intorno la seconda parte del film (ma con un magistrale scatto di reni nel finale), è movimentare la messa in scena e rendere una perfetta composizione formale fra fotografia, scenografie e costumi, coordinate in predominanti tonalità pastello, offrendo infine un epilogo che suggella definitivamente il citato scontro fra il mondo onirico e quello reale, con la lunga sequenza che riporta tutto nella “normale” e quotidiana ritualità.

I sogni si sono avverati all’interno di una realtà esistenziale che li ha in qualche modo compressi, non resta che il ricordo, l’ombra fuggente di “ciò che poteva essere e non è stato”*, un sofferto brindisi rivolto a se stessi e a quanti hanno ancora il coraggio di sbagliare, nella consapevolezza che La verità non sta in un solo sogno ma in molti sogni (didascalia iniziale del film Il fiore delle mille e una notte, 1974, scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini, tratta da un passo della famosa raccolta di novelle citata nel titolo).
Un film da sconsigliare a quanti non amano il musical e le sue modalità narrative, da dedicare, invece, ai tanti inguaribili romantici ancora in trincea (sì, scrivente incluso), capaci di compenetrarsi in una suggestiva e poetica atmosfera, idonea a  coniugare fantasia e realtà, raziocinio e sentimento, all’interno di una plausibile, drammatica, concretezza, offrendo in definitiva inedito senso alle nostre esistenze sempre più standardizzate in virtù di un’ammaliante confluenza fra arte  e vita, “nello splendore del Cinemascope e del Technicolor”.

*Miglior regia (Damien Chazelle), attrice protagonista (Emma Stone), fotografia (Linus Sandgren), colonna sonora (Justin Hurwitz), scenografia (David Wasco) e canzone originale (City Of Stars, musica di Justin Hurwitz; parole di Benj Pasek e Justin Paul, interpretata da Ryan Gosling ed Emma Stone ).

* Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state… (da Cocotte, Guido Gozzano)

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2 risposte a “La La Land

  1. Film delizioso, mi è molto piaciuta la tua recensione”

    • Antonio Falcone

      Grazie! Ne sono rimasto estasiato… Sono uscito dalla sala canticchiando e quasi, sottolineo quasi, stavo per improvvisare un numero di danza una volta incrociato un lampione…La scena del planetario poi… il giro di valzer fra le stelle… E quel finale da groppo in gola che ridimensiona tutto…

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