Beata ignoranza

locandina-1_jpg_1400x0_q85Roma, oggi. Ernesto (Marco Giallini) insegna letteratura italiana in un liceo della Capitale. E’ un professore piuttosto austero e riservato, refrattario a qualsiasi contatto con il web: non possiede un computer e il suo telefono non è propriamente di ultima generazione. Tutto il contrario del nuovo assunto, il gioviale collega Filippo (Alessandro Gassmann), perennemente connesso e creatore di una particolare app che facilita non poco le varie operazioni di calcolo proposte ai suoi studenti.
L’antipatia fra i due è evidente fin da subito, anche perché un tempo sono stati amici, separati per sempre quando, una volta adulti, si innamorarono della stessa donna, Marianna (Carolina Crescentini).
Una profonda acredine mai del tutto sopita ed ora pronta a venir fuori con una certa irruenza considerando che le loro diverse visioni esistenziali faticano non poco a trovare un punto d’incontro all’interno della struttura liceale, con il dirigente scolastico ormai prossimo ad avviare l’informatizzazione dell’istituto.
E poi ecco il passato che ritorna nelle vesti della giovane Nina (Teresa Romagnoli), che conosce bene gli acerrimi duellanti ed ora avrebbe intenzione di girare un documentario sulle loro gesta, offrendo visualizzazione ad una plateale scommessa esternata da Filippo ed Ernesto, ovvero il primo dovrà dimostrare di poter vivere anche senza alcun contatto con internet, mentre il secondo, viceversa, si impegnerà ad avviare e mantenere una drastica trasformazione social

Alessandro Gassmann e Marco Giallini

Alessandro Gassmann e Marco Giallini

Profonda delusione per l’ultima fatica di Massimiliano Bruno, Beata ignoranza, film del quale è regista e cosceneggiatore (gli altri autori sono Herbert Simone Paragnani e Giovanni Corsi), anche considerando che fra le sue realizzazioni avevo giudicato positivamente, nel complesso, il debutto del 2011 (Nessuno mi può giudicare) e poi Gli ultimi saranno ultimi (2015), titoli soffusi di una certa sincerità di fondo nel palesare il tentativo, in parte riuscito, di smarcarsi dalle solite proposte “seriali” del “commedificio” italico, conciliando, non senza qualche stridore, commedia e dramma sociale.
La tematica delineata in corso di narrazione è certo attuale, già recentemente affrontata, restando all’interno delle produzioni nostrane, da Paolo Genovese (Perfetti sconosciuti, 2016) e recentemente da Edoardo Leo con Che vuoi che sia: viene rappresentata quella sudditanza quotidiana rivolta ad affidare al web il consueto incedere esistenziale, protetti dalla bolla di una dimensione parallela spesso avulsa da quanto percepito e “toccato con mano” nel mondo reale, una sorta di porto franco dove la classica contrapposizione fra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, quanto è vero e quanto è falso, moralmente riprovevole o meno, si svolge in base a delle “regole” da noi stesso impostate all’interno di un’eterea virtualità, con tanto di pronta autoassoluzione.

Teresa Romagnoli e Giallini

Teresa Romagnoli e Giallini

Una problematica qui affrontata con una certa bonomia, rimarcando e semplificando la sentenza oraziana est modus in rebus, ma soprattutto mettendo in atto una sciatteria relativa alla scrittura e al linguaggio cinematografico in sé che rivela una mancata coerenza di fondo nel voler mettere sin troppa carne al fuoco e nel’affidarsi esclusivamente alla già rodata funzionalità della coppia Giallini-Gassmann (Tutta colpa di Freud, 2014, Paolo Genovese; Se Dio vuole, 2015, Edoardo Falcone): perfetti nella gestione dei tempi comici, i due però sembrano campare di rendita recitativa, per quanto il primo appaia più incline a coniugare sarcastica ironia ed amarezza, mentre il secondo ripropone il consueto ruolo da “cialtrone per tutte le stagioni”. 
Non è tanto una questione di gag odorose di già visto, di un procedere per accumulo, della scarsa plausibilità di alcune sequenze (come quella relativa alla presunta esplosione del palazzo dove abita Ernesto, né più né meno che il classico cavolo a merenda), di una coralità presente ma mai propriamente compiuta pur con alcuni personaggi nell’insieme azzeccati (quello di Nina ad esempio, definitivo anello di congiunzione fra i due litiganti, gli strafatti coinquilini di Filippo, l’operatrice televisiva Iris, Emanuela Fanelli) ed altri invece non valorizzati abbastanza o relegati a comodo stereotipo (la Margherita tratteggiata da Valeria Bilello o l’ectoplasma Marianna/Crescentini), per non scrivere di una musica, al solito, troppo invasiva, ma proprio dell’incapacità cinematografica di lasciar fluire le immagini, provando ad offrire una messa in scena meno didascalica ad una sceneggiatura già piuttosto scricchiolante, per quanto valida nella proposizione di dialoghi ironici e tutto sommato garbati, con qualche battuta idonea a strappare un sorriso.

Valeria Bilello

Valeria Bilello

La definitiva sensazione lasciatami da Beata ignoranza è che Massimiliano Bruno non abbia voluto ripercorrere la coraggiosa strada intrapresa con il citato Gli ultimi saranno ultimi o, meglio, abbia sì tentato di mettere in atto un tale proposito ma si sia arenato presto nelle secche dell’intrattenimento preordinato e senza colpo ferire, portando avanti senza particolare convinzione modalità narrative che, pur nel loro richiamo alla nostra classica commedia (i flashback relativi ai trascorsi di Ernesto e Filippo, vengono narrati dagli stessi interpreti rivolgendosi direttamente agli spettatori come in C’eravamo tanto amati, 1974, Ettore Scola), quando non addirittura metacinematografiche (il documentario girato da Nina coincide con la narrazione del film), risultano confuse e a volte pretestuose inserendosi malamente nella drammaturgia complessiva, appesantendo inutilmente l’andamento complessivo e mancando il bersaglio di creare una composizione fluida ed armonica fra le varie situazioni che si vengono a creare e i diversi modi di affrontarle espressi dai vari personaggi in scena.
Un’altra commedia italiana di recente realizzazione che va ad aggiungersi all’elenco, già abbastanza lungo, di quelle facilmente dimenticabili a poche ore dalla proiezione, che spreco, che tristezza.

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