Smetto quando voglio- Masterclass

sqvm_onesheet_data_b_jpg_1400x0_q85 Tre anni orsono il film  Smetto quando voglio scosse non poco l’asfittico panorama della commedia italica (fatte salve le consuete, per quanto sporadiche, eccezioni) nel fermo e coraggioso proposito di stimolare il pubblico  con una proposta a suo modo inedita, capace  sia di attingere al passato della classica commedia all’italiana (La banda degli onesti, 1956, Camillo Mastrocinque, I soliti ignoti, Mario Monicelli, 1958), sia di guardare al presente (le web serie e i serial televisivi americani), connotando il tutto con una regia (Sydney Sibilia) personale, agile, un cast particolarmente azzeccato ed una certa attenzione all’aspetto essenzialmente tecnico (la fotografia “psichedelica” di Vladan Radovic, il montaggio serrato di Gianni Vezzosi, la colonna sonora funzionale al girato). Ora il regista,  al tempo esordiente,  gioca un’ulteriore carta, mantenendo piacevolmente immutate le descritte caratteristiche nel riuscito Smetto quando voglio- Masterclass, secondo capitolo più che sequel,  ovvero lanciare sul tavolo un’altrettanto inedita modalità di realizzazione, relativamente alla nostra cinematografia.

Greta Scarano ed edoardo leo (Movieplayer)

Greta Scarano ed Edoardo Leo (Movieplayer)

Sibilia infatti, potendo anche contare sull’intuitivo fiuto della produzione,  ha girato contemporaneamente al secondo film un capitolo conclusivo (Smetto quando voglio- Ad honorem, in uscita a settembre), dando così vita a quella che si prospetta come una moderna e scanzonata trilogia nella sua proposizione complessiva, almeno valutando quanto finora visto. Coadiuvato nella scrittura da Francesca Manieri e Luigi Di Capua, sempre con uno sguardo duplice volto tanto al cinema americano quanto a pellicole, non solo di genere, nostrane (penso ai vari poliziotteschi o a titoli come Italian Secret Service, 1968, Luigi Comencini, 7 uomini d’oro, 1965, Marco Vicario, Quel maledetto treno blindato, 1978, Enzo G. Castellari), Sibilia dà ulteriore prova di abilità registica strutturando, anche visivamente, una scomposizione narrativa sfalsata su diversi piani temporali. La storia ha inizio proprio dalla conclusione del precedente film: Giulia (Valeria Solarino) è a colloquio in carcere con il compagno Pietro Zinni (Edoardo Leo), neurobiologo a capo della ormai nota Banda dei ricercatori e ha con sé il loro bambino.

Leo, Stefano Fresi, Pietro Sermonti, Libero de Rienzo, Valerio Aprea. Paolo Calabresi e Lorenzo Lavia (Movieplayer)

Leo, Stefano Fresi, Pietro Sermonti, Libero de Rienzo, Valerio Aprea. Paolo Calabresi e Lorenzo Lavia (Movieplayer)

Si “salta” poi ad un anno e mezzo prima, così da venire a conoscenza di quanto avvenuto al momento della scoperta da parte della Polizia della loro attività, criminale certo, ma anche legale considerato che avevano fatto circolare una smart drug non ancora compresa nell’elenco ministeriale delle sostanze psicotrope, dopo l’incidente stradale in cui era incorso lo strafatto chimico computazionale Alberto Petrelli (Stefano Fresi). Il loro cammino andava dunque ad incrociarsi con quello dell’ispettore Paola Coletti (Greta Scarano), decisa a debellare con ogni mezzo il fenomeno delle “pasticche”, come servirsi dell’improvvisata gang , offrendo in cambio uno sconto di pena e la fedina penale pulita.
Ed eccoli dunque i famigerati componenti della banda, pronti ad entrare in azione insieme ai citati Zinni e Petrelli (ora disintossicato): i latinisti Giorgio Sironi (Lorenzo Lavia) e Mattia Argeri (Valerio Aprea), l’antropologo culturale Andrea De Sanctis (Pietro Sermonti), l’economista Bartolomeo Bonelli (Libero De Rienzo), l’archeologo Arturo Frantini (Paolo Calabresi).

Fresi

Fresi

Ad essi andranno ad aggiungersi l’avvocato Vittorio (Rosario Lisma), specializzato in Diritto Canonico, i due cervelli in fuga (anche nel senso letterale del termine) Giulio Bolle (Marco Bonini), anatomista, medico creativo in quel di Bangkok (non ha mai professato il Giuramento di Ippocrate) e Lucio Napoli (Giampaolo Morelli), ingegnere meccatronico,  attivo in Nigeria, intento in una vendita d’armi a prezzi scontati…
Sorretto da una valida sceneggiatura, a volte un po’ contorta in alcuni passaggi (in particolare l’incipit con i tanti incastri temporali sembra stentare a far decollare la narrazione, che poi prende piede lentamente), cui rende opportuna e sinergica valenza una regia ancora una volta piuttosto spigliata nel suo assecondare marcati stilemi pop con piglio divertito ancor prima che divertente (le inquadrature che riprendono le vignette dei fumetti in primo luogo, la colonna sonora di Michele Braga volta a richiamare in chiave moderna quella propria dei citati poliziotteschi, oltre a connotare con le note de Il flauto magico l’incidente di Petrelli, la fotografia, ancora di Radovic, ormai marchio di fabbrica nelle sue acide tonalità verdastre), Smetto quando voglio-Masterclass centra ancora una volta il bersaglio di riuscire a smarcarsi con intelligenza e un pizzico di furbizia dalla consueta coazione a ripetere incline al sentimentalismo o alla critica pseudo sociale d’accatto che affligge spesso le nostre commedie.

smetto_quando_voglio_-_reloaded_jpg_1400x0_q85Alternando toni ironici ed amari, mai accondiscendenti, fra un dileggio a tratti volutamente sguaiato ed una certa inclinazione ad un benevolo cazzeggio, pardon, viene comunque offerta corporeità cinematografica alle purtroppo sempre attuali tematiche della mancata valorizzazione dei migliori talenti, spesso costretti a migrare verso altri lidi o ad arrangiarsi in lavori non propriamente consoni ad un intenso lavoro di studio  e ricerca. Evidente quindi, pur fra le righe, la sottolineatura dell’inettitudine espressa da una certa generazione nell’opporsi al consueto andamento delle cose, sempre in sospensione tra rivoluzione repressa e supina accettazione, la cui speranza è andata ad infrangersi sugli scogli della mancanza di fiducia, in se stessi, certo, ma in primo luogo nelle varie rappresentanze istituzionali (in sentore di reciprocità). A far da sfondo principale alle vicende narrate la città di Roma, ma in una visione, come già in Suburra (2015, Stefano Sollima) o in Lo chiamavano Jeeg Robot (2015, Gabriele Mainetti), lontana da quella tradizionalmente “turistica”, con più di un riferimento all’attualità (il covo operativo della banda è in un lotto della Metro C, chiuso da tempo in attesa dell’intervento della Soprintendenza…).

Lugi Lo Cascio

Lugi Lo Cascio

Il sorriso nasce, ancor prima che dalle efficaci battute espresse nei curati dialoghi, dal contrasto fra l’insita pericolosità dell’azione da portare a compimento e gli sgangherati metodi attuativi, pur partendo sempre da una meticolosa preparazione scie…scie…scientifica.
Fra le sequenze più riuscite, la ricomposizione della banda, con l’entrata dei nuovi elementi, dove il capo Zinni anticipa ogni obiezione esprimibile dai singoli componenti, fornendo, come sua abitudine, congrua e logica plausibilità, il trip di Petrelli, in nome della scienza, che si palesa come un cartone animato, l’inseguimento fra le antiche vestigia della Capitale e soprattutto quello volto all’assalto di un treno in sella e al volante di poderosi mezzi, vanto ingegneristico del Terzo Reich, dove faremo la conoscenza di un inedito villain, Walter Mercurio (Luigi Lo Cascio).
Inutile però negare, andando a concludere, che questo secondo capitolo nel giocare di rimando al primo visualizzando i fatti raccontati in precedenza da inedite prospettive ed aggiungendo progressivamente nuovi elementi narrativi che riveleranno una maggiore compiutezza nel terzo, assuma mano a mano la consistenza di un prologo preparatorio.

la-pasticca-magicaTale caratteristica appare evidenziata anche dalla non del tutto compiuta caratterizzazione di alcuni personaggi (i nuovi entrati, ma soprattutto le brave Scarano e Solarino, che avrebbero meritato un’incisività meno didascalica e stereotipata) o di qualche passaggio volutamente lasciato in sospeso. Ritengo però che sia meritevole di lode lo sforzo produttivo e realizzativo profuso nel mettere in scena qualcosa di effettivamente creativo, anche considerando le ispirazioni derivative, in quanto idoneo ad evidenziare quanto si auspica da tempo, ovvero ritrovare fiducia nell’insita capacità di offrire una nuova caratterizzazione al nostrano cinema d’intrattenimento, riappropriandosi di quella suggestiva potenzialità, in passato espressa con il ricorso ad una geniale artigianalità, di reintepretare i vari generi cinematografici, conferendogli inedita linfa vitale anche alla luce di una diversa realtà sociale.
Un intuitivo rinnovamento che potrebbe snodarsi, come ho già avuto modo  di scrivere in precedenti articoli, nella forma di un ideale fil rouge attraverso un richiamo alle migliori realizzazioni di un tempo, italiane o straniere, ma soprattutto tenendo bene a mente il rispetto per gli spettatori, attenti alla qualità delle proposte più di quanto calcoli commerciali e numeri di conto possano far credere.

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