Il GGG- Il Grande Gigante Gentile

il_ggg_def_jpg_1400x0_q85E’ notte a Londra, tutti dormono nelle stanze dell’orfanotrofio. Ma vi è una bambina che appare refrattaria alle regole della struttura, Sophie (Ruby Barnhill), intenta a leggere un libro sotto le coperte con l’aiuto di una torcia elettrica e pronta a cedere alla curiosità di scoprire quali segreti possa mai celare l’incedere notturno, in particolare una volta giunta l’ora delle streghe.
E così, spalanca la finestra della camerata, intenta ad accogliere l’oscuro mondo delle ombre … Nulla di spaventoso a quanto pare, solo un gruppo di balordi un po’ brilli …
Ma … possibile? Sì, è proprio un essere gigantesco, almeno sette metri, quello che, vistosi scoperto, ora allunga la sua mano verso di lei, afferrandola e portandola con sé,  falcate sempre più lunghe per giungere in un posto lontano, dove vi è la sua dimora, un particolare antro colmo degli oggetti più vari.
Con grande stupore di Sophie, il gigante (Mark Rylance) non intende far di lei un sol boccone, ma semplicemente impedire che riveli al mondo la sua esistenza; d’altronde i suoi modi si rivelano premurosi, così come risuonano dolci le sue parole, per quanto si esprima in un idioma piuttosto sgrammaticato, tanto da meritarsi l’appellativo da parte della bambina di GGG, Grande Gigante Gentile.

Ruby Barnhill

Ruby Barnhill

Il nostro svolge il mestiere di acchiappasogni, li cattura con un retino e li soffia nottetempo con un particolare strumento a fanciulli ed adulti dormienti, intuendone i loro più intimi desideri, rivelando una sensibilità che non appartiene ai suoi simili e conterranei, ben più alti di lui e il cui desco non è costituito certo da cetrionzoli, magari da mandar giù con un generoso sorso di sciroppio, come può intuirsi dai loro nomi (Inghiotticicciaviva, Trita-bimbo, Spella-fanciulle, tra gli altri).
Fra GGG e la bambina, due anime solitarie, così diverse ma così eguali, ambedue alla ricerca di un proprio posto nel mondo, nascerà una profonda amicizia, che li porterà a debellare i terribili cannibballi, con l’aiuto, nientepopodimeno che, della Regina d’Inghilterra (Penelope Wilton) … Adattamento ad opera della sceneggiatrice Melissa Mathison (scomparsa nel novembre del 2016, il film è dedicato alla sua memoria) del romanzo di Roald Dahl (The BFG, Big Friendly Giant, 1982, in Italia edito da Salani), per la regia di Steven Spielberg, Il GGG-Il Grande Gigante Gentile, presentato Fuori Concorso al 69mo Festival di Cannes, rappresenta un felice punto d’incontro tra l’afflato immaginifico proprio della “bella fiaba” e quello offerto dal cinema nella sua primigenia natura di pura ed essenziale “macchina dei sogni”.

Mark Rylance

Mark Rylance

Spielberg, nell’integrare ineccepibilmente performance capture e live action, servendosi di set reali e potendo contare sull’ottimo apporto degli scenografi Rick Carter e Robert Stromberg, nonché su quello offerto dalla vivida fotografia di Janusz Kaminski, particolarmente a suo agio nel gioco di luci ed ombre, pone la macchina da presa ad altezza di bambino e si mette al servizio di una sceneggiatura piuttosto lineare, al cui interno è possibile rinvenire delle coincidenze fra l’opera d’origine  e tematiche da sempre presenti nella sua filmografia. Ecco il mondo dell’infanzia contrapposto a quello degli adulti, con il primo sofferente nel pagare lo scotto della mancata comprensione, o dimenticanza, da parte del secondo della possibilità di adagiarsi spontaneamente alle inclinazioni di una fantasia libera e sfrenata, la cui resa viene spesso mortificata nel mondo reale da regole e rigidi parametri comportamentali.
Vi è poi la solitudine espressa da due esseri diversi (la rilevanza di tale condizione è evidente tanto nella sequenza d’apertura nell’orfanatrofio quanto in quella in cui veniamo a conoscere la dimora del GGG), la cui diversità si sostanzia nel proposito di non voler cedere alla realtà così com’è, tentando di renderla più lieta, o meno amara a seconda dei punti di vista, facendo confluire in essa il potere immaginifico proprio dei sogni.

sfic_0630_comp_comp2k_v238-1085_jpg_1400x0_q85Forte di una resa visiva ammaliante, che offre il suo apice nella scena in cui  viene visualizzata la terra dei sogni (capovolta o, meglio, riflessa rispetto all’ordinariamente visibile), naturalmente e concretamente magica, Il GGG può contare inoltre sul notevole contributo attoriale fornito da Rylance nel fornire mimica e movenze al buon gigante, alternando malinconia ed una lieve ironia,  così come su quello della dodicenne Barnhill, capace di rendere una felice mescolanza d’ingenuità fanciullesca e determinazione adulta, sostenuti da una regia che fin dal piano sequenza d’apertura ti prende per mano per portarti all’interno di un mondo a parte dove il tempo sembra essersi fermato in favore di una magica ma concreta confluenza fra realtà ed immaginazione. Grandi e piccini sono invitati a seguire un suggestivo percorso, idoneo a far comprendere ad entrambi l’importanza di generare e perpetrare un costante rapporto tra le due entità, del tutto affrancata dalla ormai consueta proposizione di ammiccamenti volti alla facile presa o a ribaltare in senso “moderno” l’assunto proprio di una narrazione fiabesca.

bfg_png_1400x0_q85Quest’ultima, invece, vede preservata la malia che le è propria, consistente non tanto, o non solo, nel traghettarci verso illusori mondi lontani, bensì nel condurci alla scoperta ed affermazione della nostra più profonda interiorità, percependo nettamente tanto noi stessi quanto la realtà circostante.
Ritengo che il buon vecchio Steven abbia dato adito alla persistenza della fiaba come una via di fuga eversiva, idonea a rafforzare il pensiero divagante e creativo che è tipico dell’infanzia, così da contrastare le spinte conservatrici ed omologanti della società. Tale assunto viene congiunto a quello, come su scritto, dell’ incanto offerto dal cinema nella sua purezza ed essenzialità primigenia, che va ad incrociarsi con le nuove possibilità delineate nel corso degli anni, raffigurata nella splendida scena dei sogni proiettati sui muri, ricordando tanto il mito della caverna di Platone quanto il Teatro delle Ombre Cinesi.
Unendo fantastico e incedere quotidiano, ciò che si conosce allo sconosciuto, la tranquillità all’inquietudine, Il GGG  rispetto ad altre realizzazioni “fantastiche” di Spielberg paga pegno ad una certa meccanicità, essendo avvertibile una minore fluidità nel coinvolgere verso un trasporto propriamente elegiaco.

il-ggg-spielberg-giganteOffre comunque una memorabile congiunzione fra la caratterizzazione visiva e quella narrativa in più di una sequenza: a quelle citate relative al prologo e al mondo dei sogni, si possono certo aggiungere altre, come quella che ci conduce dentro la caverna del Gigante, esplorandone ogni anfratto e facendone intuire, fra realismo e magia, la sua vera natura, senza dimenticare quella liberatoria, contornata da un umorismo stile “vecchie comiche” che raffigura una particolare colazione in quel di Buckingham Palace, con la regina (una stupenda Wilton) e l’intero suo seguito inclini a conferire inedito senso all’espressione “darsi delle arie”.
La scena simbolo credo possa ritenersi quella finale, l’inquadratura che va a restringersi gradualmente sul sorriso di GGG una volta udito con le enormi orecchie il ringraziamento di Sophie per aver esaudito il suo sogno, definitivo suggello alla descritta confluenza fra magia e quotidianità, che restituisce al cinema e allo stesso Spielberg quel ruolo che gli è sempre stato proprio di geniale affabulatore, mettendo in campo un’immaginazione “diversa”: combinando differenti immagini e componenti del fantastico con ogni mezzo a sua disposizione, riporta così in vita quel fanciullino di pascoliana memoria capace di farci riscoprire sensazioni che, prematuramente, abbiamo ceduto all’oblio.

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