Un ricordo di Carrie Fisher

Carrie Fisher

Carrie Fisher

Nonostante le sue condizioni sembrassero stabili dopo l’infarto avuto lo scorso 23 dicembre mentre era su un aereo con rotta Londra–Los Angeles, Carrie Fisher (Beverly Hills, 1956), per tutti l’indomita combattente principessa Leia Organa (Leila nell’edizione italiana) di Star Wars, innovativa space opera al cui interno George Lucas miscelò nel 1977 più elementi pop dalle varie ascendenze, non è riuscita a superare l’ultima battaglia e ci ha lasciato ieri, martedì 27 dicembre. Figlia del cantante Eddie Fisher e dell’attrice Debbie Reynolds, Carrie, nel cui sguardo trovavano albergo tanto la dolcezza quanto una certa malinconia, ha rappresentato, credo sia stato già notato da molti, uno di quei casi “da manuale”, almeno per gli standard hollywoodiani, in cui vita e rappresentazione scenica sembravano andare in simbiosi, dando vita ad una scambievole confluenza. Afflitta da sindrome bipolare, disturbo da lei accettato con difficoltà (da cui i vari problemi  di dipendenza da alcool e droga), l’attrice, che debuttò nel film Shampoo (1975) diretto da Hal Hashby, dopo aver preso parte ad alcuni spettacoli teatrali a Broadway e frequentato  la Central School of Speech and Drama di Londra, suddetto ruolo di Leia a parte (nella trilogia classica, 1977-80-83, Star Wars: Episode VII – The Force Awakens, 2015) si è ritrovata poi ad avere parti minori ma quasi sempre di una certa rilevanza in film spesso divenuti nel tempo veri e propri cult.

Carrie in “The Blues Brothers”

Fra i tanti titoli (When Harry met Sally, Harry ti presento Sally, Rob Reiner, 1989, ad esempio, o Hannah and Her Sisters, Anna e le sue sorelle, Woody Allen, 1986, Soapdish, Bolle di sapone, 1991, Michael Hoffman) mi piace ricordare il ruolo della ex fidanzata di Jake (John Belushi), da questi abbandonata sull’altare, in The Blues Brothers (John Landis, 1980) armata di mitra e desiderosa di vendetta, una breve sequenza, quella dell’incontro con il “porco” per il quale si è mantenuta in “trepidante e virginale attesa”, ma sicuramente tra le più belle e spassose della chiassosa e scanzonata pellicola.
Da non sottovalutare, infine, il suo lavoro come scrittrice (e anche sceneggiatrice, non accreditata in alcune produzioni), in particolare con Postcards from the Edge (1987, Cartoline dall’inferno, da cui fu tratto l’omonimo film di Mike Nichols, 1990) e Wishful Drinking (2008), basato su un suo lavoro teatrale col quale portò in scena, con notevole ironia ed autoironia, le varie problematiche affrontate nella vita, dai suddetti disturbi psicologici al rapporto identificativo che si venne a creare con la principessa della saga stellare, ormai icona indelebile nell’immaginario collettivo della generazione d’appartenenza e non solo, ruolo  interpretato per l’ultima volta in Star Wars Episodio VIII (Rian Johnson), di cui aveva ultimato le riprese poco prima della scomparsa.
May the Force be with you, Carrie.

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Una risposta a “Un ricordo di Carrie Fisher

  1. Possa la forza essere con lei… e con sua madre che l’ha seguita.

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