Non c’è più religione

religione_jpg_1400x0_q85Porto Buio, piccola isola dell’Italia meridionale, deve la sua fama al presepe vivente, una rappresentazione allestita ogni anno con alacre cura e partecipata dedizione. Per quanto ricorra ancora il mese di Marzo si stanno già svolgendo le prove sotto la solerte guida di suor Marta (Angela Finocchiaro), proscenio lo spiazzo antistante la locale chiesa. Sorge però un problema, il bambino destinato ormai da anni a rivestire i panni del neonato Redentore “ha fatto lo sviluppo” e nella mangiatoia non ci sta più …
Che fare, visto che sull’isola, forse unica tendenza in linea con l’andamento nazionale, il tasso di natalità è pari allo zero?
Un’idea risolutrice, per quanto non propriamente ben accolta dalla comunità, viene sostenuta con baldanza dal neoeletto sindaco Cecco (Claudio Bisio), nativo di Porto Buio e qui tornato dopo una fallimentare esperienza politica su al Nord: rivolgersi alla comunità tunisina che risiede in un’isola poco distante, tra l’altro rappresentata da Bilal (Alessandro Gassmann), alias Marietto, suo amico in gioventù, così come di suor Marta, convertitosi all’Islam per amore di Aida (Nabiha Akkari), ora sua moglie. Qui problemi di natalità non sembrano esserci, la collaborazione è garantita ma Bilal impone al sindaco tutta una  serie di do ut des, dalla vendita del pane arabo alla previsione di un luogo per pregare, passando per la condivisione del Ramadan e, soprattutto, alla rappresentazione della nascita di Gesù seguendo la narrazione descritta nel Corano …

Alessandro Gassman e Claudio Bisio

Alessandro Gassman e Claudio Bisio

Se all’interno del nostro cinema, che in questi ultimi mesi sembra attraversare, generalmente, una fase di stanca, si possono rinvenire validi tentativi, spesso portati a felice compimento, di allestire delle commedie caratterizzate da una valida sceneggiatura  e da un’attenta messa in scena, capace di attingere dalla realtà per narrare compiutamente una storia che le offra congrua visualizzazione, alternando toni ironici ed amari, un occhio al passato ed uno alla modernità della proposizione (mi sovvengono, tra gli altri, i recenti In guerra per amore o Che vuoi che sia), è altrettanto facile riscontrare autori che si arroccano strenuamente sulla reiterazione, verso l’infinito ed oltre, di formule già sperimentate e baciate dal successo, adattate di volta in volta alla bisogna con minimi adattamenti. In tale novero va inserito Luca Miniero, regista e sceneggiatore (in tal ultimo caso coadiuvato da Sandro Petraglia e Astutillo Smeriglia) di Non c’è più religione, intento ad offrire spazio narrativo, nella ormai consueta forma della favola allegorica, a temi particolarmente attuali nel nostro paese, dal calo delle nascite (evidenziato da una didascalia iniziale che ci avverte come, in sintesi, ormai vi siano più cellulari che bambini) all’integrazione fra etnie diverse, quest’ ultima mediata in primo luogo dall’elemento religioso, che si vorrebbero trasmutare all’interno della finzione scenica attraverso toni ora poetici ora paradossali, quando non propriamente grotteschi.

Angela Finocchiaro

Angela Finocchiaro

E così Porto Buio (in realtà le Isole Tremiti) diviene al pari del paesello di Castellabate rappresentato in Benvenuti al Sud, prima regia autonoma di Miniero e da qui in poi modello fondante della propria cinematografia (dimenticando come la sceneggiatura di quel film fosse derivata con minimi adattamenti dal film francese Bienveneu chez les Ch’its, 2009, Dany Boon), una sorta di bucolico ed arcadico microcosmo, una di quelle sfere di vetro da agitare così da far cascare il nevischio costituito da tutta una serie di enfatizzati luoghi comuni. Scendono in campo diffidenze reciproche (con una certa prevalenza di quelle nostrane) che portano gradualmente alla solita proposizione tematica dello scontro che si evolve in confronto e la definitiva accettazione delle reciproche differenze in nome di una scambievole confluenza di quanto di buono vi possa essere nell’ambito di una diversità comunque espressa.
Dopo la valida premessa iniziale regia e sceneggiatura perdono entrambe la bussola (più la seconda ad onor del vero) facendo che sì che tutto scorra sullo schermo in un sconclusionato itinere dal continuo divenire, alla ricerca di qualsiasi espediente per rendere il pubblico partecipe, abbracciando generi diversi senza mai trovare un vero e proprio fulcro identificativo.
Dalla farsa abborracciata (il greve e scombinato razzismo espresso nelle forme di un politicamente scorretto d’ordinanza da Giovanni Cacioppo nei panni del salumiere/parrucchiere Aldo) si passa così alla vaga satira di costume (Il Don Mimmo/ Massimo De Lorenzo e le sue lenti a contatto cangianti alla pari dell’assecondare i vari punti di vista; l’intervento del vescovo interpretato da uno spaesato Roberto Herlitzka a riportare i parametri della “buona religione”, che sembra una parodia dell’alto prelato fine culinario de La grande bellezza).

non_c_pi_religione_angela_finocchiaro_claudio_bisio_alessandro_gassman_jpg_1400x0_q85Ma si sfiora anche, butta giù nel calderone, la commedia generazionale (i cinquantenni e passa in crisi, Marietto, Cecco e suor Marta che nel rammentare la loro giovinezza risolvono dissapori e trovano inedite motivazioni per andare avanti) o, ancora, si cerca di inserire toni anni ’50 nei diverbi fra Cecco e Marietto, pensando a Don Camillo (rievocato anche in un imbarazzante dialogo fra suor Marta e un crocifisso, Gesù sarà anche il compagno ideale ma non va fuori a gettare la spazzatura…).Tutti sforzi quelli descritti che si sostanziano in un affannoso rincorrersi di sketch che vede impegnati i vari attori a muoversi come statuine del presepio, giusto per restare in tema, semplici figurine sullo sfondo, nel tentativo, vano, di conferire all’iter narrativo un minimo di scatto emozionale da far confluire verso la platea, volto verso la risata o la riflessione. Invece, come ho potuto riscontrare anche da opinioni  espresse dal pubblico in sala, tutto rimane amorfo, inerte. Molte sequenze che si vorrebbero fondanti nella loro resa satirica ed allegorica si sciolgono come neve al sole, vedi, oltre quanto già riportato, le continue entrate del sindaco in chiesa ad interrompere la funzione per rendere edotti i cittadini delle sue decisioni o una suor Marta ristoratrice (più degli stomaci che delle anime), a metà strada fra suor Germana e Nonna Papera.

non_c_pi_religione_claudio_bisio_alessandro_gassman_jpg_1400x0_q85Le prove attoriali, restando nell’ambito dei tre interpreti principali, appaiono valide ma senza gridare al miracolo: Bisio alterna momenti di schizofrenia recitativa ad altri vagamente più misurati, la Finocchiaro si adegua compostamente al ruolo assegnatogli, Gassmann non va oltre la riproposizione del gaglioffo di buon cuore. Il finale del film, in certo qual modo prevedibile, va ad aggiungere ulteriore carne al fuoco, sparigliando  nuovamente (ed inutilmente) le carte in tavola, giungendo ad uno strascicato volemose bene, con tanto di inquadratura finale dall’alto a riprendere l’inedito presepe definitivamente umano, a simulare, oso, il compatimento dello sguardo divino.
La coazione a ripetere di gag trite e ritrite, unita ad una  narrazione la cui enfasi portante è costituita da un ritmo altalenante e discontinuo, rendono Non c’è più religione un film del tutto confusionario ancor prima che confuso; anche concedendo l’attenuante del dubbio che il babelico marasma voglia rappresentare l’odierno stato delle cose, resta la colpa grave di averlo visualizzato senza alcuna mediazione satirica, puntando sulla facile farsa dal retrogusto carnascialesco. Giusto per salvare il salvabile, concludendo, una nota di merito per la luminosa fotografia di Daniele Ciprì, che accentua i toni folkloristici e pop della “favola” e per il commento musicale di Pasquale Catalano, idoneo nel rendere buon uso alle note di 4 /3/1943 (Paola Pallottino e Lucio Dalla) pur rasentando a volte l’effetto videoclip.

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