Dei pregi di “Rocco Schiavone” e dell’insipienza di un’inopportuna ingerenza politica

rocco-schiavone-castNon ho (ancora) letto i libri scritti da Antonio Manzini (sei in tutto, editi da Sellerio) incentrati sulla complessa ma intrigante figura del vicequestore Rocco Schiavone, quindi non mi cimenterò nel consueto gioco, a volte culturalmente stimolante, di quanto possa ritenersi fedele l’adattamento, televisivo in tal caso, messo in atto nella trasposizione del testo d’origine, ma dopo aver visto i tre episodi della serie (Pista nera, La costola d’Adamo, Castore e Polluce, su Rai 2) posso scrivere con ferma convinzione che ci troviamo di fronte (finalmente, anche se qualche concreta eccezione in questi ultimi anni non è mancata) ad una realizzazione di ampio respiro, idonea a travalicare gli italici confini in virtù di tutta una serie di fattori felicemente congiunti fra di loro. In primo luogo vi è un lavoro di sceneggiatura piuttosto solido, la regia di Michele Soavi è particolarmente attenta, sensibile, nell’offrire risalto tanto all’ambientazione quanto ai personaggi, la fotografia gioca su una luce livida e pesta, consona a rendere una particolare simbiosi, da buon noir, sia con la cittadina di Aosta che con la faccia stropicciata e sofferta del protagonista, un ottimo Marco Giallini ad interpretare il funzionario di Polizia trasferito da Roma in Piemonte per “motivi politici”.

Isabella Ragonese e Marco Giallini

Isabella Ragonese e Marco Giallini

Una figura quella di Schiavone piuttosto sfaccettata, i cui urticanti modi di fare all’insegna di una strafottenza elevata a stile di vita nascondono patimenti e rovelli interiori stratificati su più livelli: il ricordo della moglie morta, Marina (Isabella Ragonese), la cui proiezione mentale gli consente la sua visualizzazione, confidandole le quotidiane fatiche e le amarezze del proprio mestiere una volta rientrato a casa, le difficoltà di applicare alla lettera quanto prescritto nei Codici di legge, vuoi per il marciume che viene fuori dalla soluzione dei vari casi affrontati  con lucida perizia investigativa, colpevoli spesso  integerrimi cittadini, vuoi, al contrario, per il coinvolgimento di poveri cristi messi alle strette dalle necessità della vita e dall’assenza istituzionale.
Qui entra in gioco l’insospettabile sensibilità del nostro, ovviamente circoscritta all’interno dei propri limiti caratteriali e comunque mai del tutto coincidente con la buona morale a pronto uso dei tanti “sepolcri imbiancati”, valida quest’ultima per un momentaneo lavacro di coscienza, privato o pubblico che sia.

generiche-557817-610x431Una condotta di vita in apparenza casuale e provvisoria, che si contorna però di puntuali rituali, dalla ostinata vestizione, assurda per il clima aostano, in loden e calzature desert boots presto rese fradice dalla neve, alla “preghiera laica del mattino”, che se per Hegel era rappresentata dalla lettura del giornale per Schiavone è invece costituita dal fumare uno spinello, consapevole (lo si evince da un colloquio con il medico legale) dei malanni che può provocare ma a suo dire valido a snebbiargli il cervello prima d’iniziare la giornata lavorativa; peccato che una serie televisiva così ben realizzata ed interpretata, baciata da un buon successo di pubblico, possa rischiare di vedersi offuscare i suddetti meriti in virtù di un’inopportuna ingerenza politica con tanto d’interrogazione parlamentare (ad opera di Gasparri e Giovanardi, evidentemente provvidi di buoni consigli perché stanchi di dare il cattivo esempio, parafrasando De Andrè): inammissibile, riassumendo, che il servizio pubblico rappresenti una tale immagine della Polizia di Stato, un tutore dell’ordine dai metodi spicci e “cannato”.

3144-3Ovviamente entrambi appaiono ben lungi dal prodigarsi nel tentare di comprendere la portata artistica dell’opera in questione, la sua derivazione letteraria, di come all’interno dell’incedere narrativo si offra agli spettatori una graduale evoluzione della psicologia propria del personaggio, che invita all’empatia perché il suo disagio di fronte ai malesseri di un mondo moralmente in frantumi e alla deriva esistenziale è quanto noi avvertiamo nella vita di ogni giorno, direttamente o indirettamente, sentore variabile  a seconda dell’individuale sensibilità. Invece i due rappresentanti del più oscuro ancien régime considerano noi spettatori, sono parole loro, degli imbecilli, cui intimare cosa vedere o meno, ergendosi a paladini di un’inedita forma censoria preventiva, un’ingerenza che puzza lontano un miglio, come si suole dire, sia di un provinciale bigottismo sia di una certa ignoranza, considerando che la letteratura ed altre forme d’arte quali il cinema hanno da sempre offerto figure istituzionali o semplici investigatori privati dalla condotta non propriamente adamantina ma per lo più coerente con una personale dirittura morale, ancora prima che fedele testualmente alle norme di legge.

Antonio Manzini

Antonio Manzini

Che dire in conclusione? Schiavone offrirebbe una congrua sintesi con qualche gergale espressione romanesca ormai d’uso comune, personalmente mi auguro scenda al più presto l’oblio su tali avvilenti furori degni di miglior causa, i quali non meritano altro che restare a navigare nel liquido amniotico costituito dalla stessa inconsistenza che li ha generati, a futura memoria dell’insipienza propria di un’inopportuna ingerenza, pur nel rispetto di ogni libera manifestazione del pensiero, la quale però non deve mai essere univoca o in tal guisa veicolata verso il binario unico con in più il limite del termine di corsa.

Ascolta il podcast su GiovanniCertoma.it

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