In guerra per amore

52649Seconda regia di Pif (Pierfrancesco Diliberto), dopo il folgorante debutto di tre anni orsono con La mafia uccide solo d’estate, In guerra per amore, film di pre-apertura all’11ma Festa del Cinema di Roma, rappresenta una felice conferma di quella che appare ormai essere una costante della cifra stilistica e contenutistica propria dell’autore, ovvero una modalità di ripresa apparentemente dimessa, mai invasiva o propriamente inventiva, ma sempre piuttosto incisiva nel concedere risalto alla narrazione in sé, lasciando spazio alle immagini e alle interpretazioni attoriali quali elementi caratterizzanti, entrambi idonei a far risaltare, alternando ironia e drammaticità, tutta una serie di eventi tra loro concatenati nel’offrire una coinvolgente visione d’insieme ed un vibrante messaggio d’impegno civile, accorato e sincero.
Per stessa ammissione di Pif, autore anche della sceneggiatura insieme a Michele Astori e Marco Mantani, In guerra per amore può essere ritenuto un prequel del menzionato titolo d’esordio, infatti i nomi dei protagonisti sono gli stessi e potrebbero essere considerati i loro antenati, Arturo Giammaresi (Pif), palermitano emigrato a New York dove lavora come sguattero nel ristorante di Alfredo (Orazio Stracuzzi) e Flora (Miriam Leone), nipote di quest’ultimo.

Miriam Leone e Pierfrancesco Diliberto

Miriam Leone e Pierfrancesco Diliberto

I due sono profondamente innamorati ma vi è un ostacolo al coronamento del loro sogno d’amore: lo zio ha promesso in sposa la donna a Carmelo (Lorenzo Patanè), figlio di don Tano Piazza (Mario Pupella), braccio destro del boss Lucky Luciano.
Unica possibile soluzione, suggerita dalla volitiva e determinata Flora, che l’amato chieda direttamente la mano al suo papà, il quale abita però a Crisafullo, sperduto paese siciliano … E poi siamo nel 1943, ed è in corso la Seconda Guerra Mondiale … Che fare, allora?
Una nuova possibilità giungerà in seguito ad un equivoco conseguente alla cattiva pronuncia anglofona di Arturo che, notato da un ufficiale dell’esercito americano, sarà da questi invitato ad arruolarsi: gli Stati Uniti, infatti, si apprestano a sbarcare in Sicilia per liberare l’Italia dal giogo nazifascista, non prima però che i servizi segreti abbiano preso contatto con il citato Lucky Luciano, rinchiuso in galera ma propenso a collaborare per favorire la missione salvifica in virtù di un’opportuna e del tutto personale “chiamata alle armi”.
E così lo svagato Arturo si troverà coinvolto, il 10 agosto 1943, nell’Operazione Husky; stringerà poi amicizia con il tenente Philip Catelli (Andrea Di Stefano), aiutandolo a comprendere la tormentata realtà locale, così come il superiore gli farà presto capire quanto le vicende personali debbano spesso cedere il passo all’inesorabile avanzare della Storia …

Diliberto e Andrea Di Srefano

Diliberto e Andrea Di Srefano

All’interno di una messa in scena piuttosto curata, esaltata sia dalla fotografia di Roberto Forza che avvolge tutto in una gradazione volta al color seppia, sia dalla curata scenografia di Marcello Di Carlo, Pif, memore tanto della “lezione” di Chaplin (l’“uomo semplice” che prende contatto con la realtà e comprende la tragica portata degli eventi in cui si trova fortuitamente coinvolto) quanto di quella propria della miglior commedia all’italiana nell’alternare comicità e tragicità (Ettore Scola in primo luogo, cui il film è dedicato, ma anche Comencini e Monicelli), abbraccia poesia ed afflato favolistico quali elementi portanti in luogo di un effettivo realismo e delinea gradualmente un j’accuse che solo inizialmente sembra perdersi in un susseguirsi di bozzetti per poi trovare nuovamente forza nel finale, quando la voce narrante del protagonista ci lascia inermi e sbigottiti di fronte ad un’inesorabile “carta canta”, il rapporto del capitano Scotten al suo superiore, il generale Julius Holmes, un memorandum relativo alla presenza della mafia in Sicilia (in tutto sei pagine, custodite a Londra, nei National Archives) e sulle possibili soluzioni atte a contrastarla (in sintesi combatterla, allearsi con essa o lasciare tutto nelle loro mani).

Samule Segreto e Diliberto

Samule Segreto e Diliberto

Ho su scritto “sembra perdersi”, perché ad un esame più attento i bozzetti che delineano le storie parallele a quelle di Arturo sono in realtà idonei ad andare oltre la loro struttura ed offrire così, anche seguendo toni grotteschi, un quadro ben preciso di come l’”onorata società” facilitò lo sbarco dei futuri alleati sull’isola, servendosene ben presto per portare a compimento i propri “affari”, un do ut des che permise di coprire le varie cariche istituzionali con “uomini di fiducia”, comprovati antifascisti, dote che ne consentiva un’immediata scarcerazione. A farne le spese, al solito, i poveri cristi, quali il non vedente Saro (Sergio Vespertino) e lo zoppo Mimmo (Maurizio Bologna), salvati in extremis grazie all’intervento di Arturo, così come la tragicità della guerra travolgerà l’innocenza del piccolo Sebastiano (Samuele Segreto), che vive insieme alla madre Teresa (Stella Egitto) in attesa che il padre prigioniero faccia ritorno. L’eterno dualismo italico nell’affidarsi, a seconda del proprio credo, alla provvidenza umana o a quella divina è figurativamente rappresentata dallo scontro fra due statue raffiguranti la Madonna e Mussolini, venerate e portate a spalla dai rispettivi fedeli nella corsa verso il rifugio durante i bombardamenti. Se la prima sarà compagna dell’ultimo viaggio della vecchina che le era devota, la seconda, indice di un’amara disillusione, farà presto un volo da una finestra, finendo a testa in giù fra i panni stesi, prefigurando la macabra esposizione di Piazzale Loreto.

Stella Egitto

Stella Egitto

Nell’ambito di un cast particolarmente valido dove le interpretazioni dei caratteristi (a partire dai citati Vespertino e Bologna) predominano piacevolmente sul quelle pur buone dei protagonisti principali (Pif delinea con pacata ironia e toni anche dolenti l’evoluzione di Arturo, Miriam Leone riesce a rappresentare con naturalezza la dolcezza e la determinazione proprie di Flora), risaltano in particolare due figure contrapposte, quella del tenente Catelli cui offre intensità e sobrietà recitativa Di Stefano e l’altra, inquietante e sinistra nella alternanza tra bonomia e protervia, di Don Calò, un ottimo Maurizio Marchetti.
Protervia che emergerà in tutta la sua portata deflagrante quando, una volta eletto sindaco, il padrino si ergerà a paladino della democrazia (cui va aggiunta la denominazione “cristiana”) a salvaguardia di una paventata “invasione” comunista, sempre pronto, come ha sempre fatto, a concedere protezione, visto che, d’altro canto, i suoi concittadini nei momenti più difficili si son sempre rivolti a vossia, non certo ai rappresentanti del “continente”.
E da qui, suggerisce Pif, elencando alcuni nomi eccellenti (Sindona, Ciancimino), collocati ovviamente nei punti nevralgici delle varie istituzioni, tutto avrà inizio, almeno fino alla caduta del muro di Berlino, quando, come intuì Giovanni Falcone, vennero messi in campo ulteriori ed inediti “equilibri”.

Miriam Leone

Miriam Leone

Per tutti coloro che siano ancora sostenuti da un indomito ideale di giustizia unito ad un forte anelito di libertà, sostanziale e non formale, perché solo un uomo moralmente libero può vivere con pienezza la propria esistenza e condividerla con quanti gli stanno vicino, non resta che continuare a coltivare la speranza che possa concretizzarsi l’idea di un Paese finalmente destatosi dal torpore acquiescente, consapevole di come il passato possa rappresentare un qualcosa in più rispetto ad un vacuo esercizio di memoria.
Eccoci allora seduti insieme ad Arturo e a Flora, che lo ha raggiunto noncurante delle minacce, sulla panchina di fronte alla Casa Bianca in attesa di una risposta istituzionale o a marciare accanto, passando gli anni, ai loro nipoti, collegandoci idealmente, una volta superato l’innegabile annichilimento provocato dal citato Rapporto Scotten, al finale di La mafia uccide solo d’estate: i tanti, troppi, morti ammazzati debbono necessariamente rappresentare uno spiraglio aperto alla voglia di lottare, di riprendere in mano la propria vita e la sua esternazione nei confronti del prossimo e di quanti verranno dopo di noi, “perché i genitori hanno sì il compito di difendere i figli dalla malvagità del mondo, ma anche di aiutarli a riconoscerla”. Un film forse diseguale e meno omogeneo rispetto al citato debutto, ma, riprendendo in chiusura quanto scritto ad inizio articolo, sempre coinvolgente e sincero, sicuramente da vedere e, mi unisco alle voci di molti, da prevedere in proiezione scolastica. Grazie di nuovo, Pif.

Ascolta il podcast su GiovanniCertoma.it

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