Café Society

locandina_jpg_1400x0_q85Los Angeles, anni Trenta. Nel giardino di una lussuosa villa è in corso una scintillante festa; l’agente artistico Phil Stern (Steve Carell) sta intrattenendo amabilmente gli ospiti, amene conversazioni sui divi e i film di prossima realizzazione, quando riceve una telefonata. Sua sorella Rose (Jeannie Berlin) da New York lo avvisa dell’imminente arrivo del figlio Bobby (Jesse Eisenberg), al quale non va di lavorare nell’oreficeria di papà Marty (Ken Stott), né di seguire le orme, non del tutto nitide, del fratello Ben (Corey Stoll).
La sorella Evelyn (Sary Lennick), sposata con l’intellettuale Leonard (Stephen Kunken) appoggia questa sua decisione.
E così dal buio di una modesta dimora nel Bronx, Bobby giunge nella luminosa città dei sogni: dopo tanti, troppi, giorni d’attesa è finalmente ricevuto da zio Phil ed assunto alle sue dipendenze in qualità di fattorino, con a fianco la segretaria Ivonne Sybil (Kristen Stewart), in modo da aiutarlo a farsi strada nell’ambiente.
Bobby si innamorerà di questa ragazza così fresca, semplice, ma, considerato che è già impegnata, fra i due andrà a svilupparsi un solido legame amicale, almeno fin quando Ivonne non lascerà il fidanzato, circostanza che permetterà a Bobby di farsi avanti, ricambiato.

Jesse Eisenberg

Jesse Eisenberg

Una coppia felice, unita, fra l’altro, da un’eguale disillusione riguardo il vacuo universo dello star system, tanto che il ragazzo avanzerà una proposta di matrimonio, con l’idea di far ritorno insieme nella Grande Mela, due cuori e un appartamento al Greenwich Village, in attesa di miglior fortuna. Ma il fidanzato di Ivonne si ripresenta, è un uomo con una solida posizione, sposato, ormai intenzionato a lasciare la consorte, non sono le solite promesse … E così, rimasto solo, al nostro non resta che far ritorno a casa ed iniziare a lavorare nel locale notturno del fratello Ben, divenendone l’impresario.
Farà poi la conoscenza di un’affascinante donna, Veronica (Blake Lively), da poco divorziata, che diverrà sua moglie. La vita sembra dunque sorridere a Bobby, almeno fin quando una sera Ivonne non farà la sua apparizione nel locale, in compagnia di suo marito … Film d’apertura, fuori concorso, del 69mo Festival di Cannes, Café Society, scritto e diretto da Woody Allen, al suo debutto col digitale e la steadycam, è una realizzazione formalmente pregevole alla quale si accompagna un andamento narrativo “sciolto” e affabulante, in particolare una volta che la storia prende piede.

Steve Carell

Steve Carell

La precipua sensazione, avvalorata ulteriormente dalla voce narrante (Leo Gullotta, nella versione originale lo stesso Allen), è che vengano scorse le pagine di un libro, soffermandosi su ciascuna di esse in ordine sparso e offrendo loro visualizzazione.
Il buon vecchio Woody ritrova dunque il gusto e la voglia di raccontare, lasciandosi andare ad un divertissement che trae ispirazione tanto dalla propria filmografia quanto dagli stilemi tipici della commedia sofisticata di un tempo, con un tocco alla Lubitsch nel far sì che risultino avvolti in un suggestivo ensemble cura dell’ambientazione, dialoghi realistici, pungenti ed un’attenta, partecipata, direzione degli attori. Mantenendosi allo stesso tempo distante (la suddetta voce off) e protagonista (in virtù dell’alter ego Bobby interpretato da Einsenberg, perfetto compendio di umorismo yiddish, imbranataggine eletta a stile di vita e savoir faire nel fronteggiare le varie avversità esistenziali), Allen si rifugia in un idealizzato passato per parlare del presente, descrivendo una società festosa e gaia i cui passi di danza ora al ritmo dello swing ora del jazz l’accompagneranno presto sull’orlo del precipizio (la II Guerra Mondiale alle porte), mantenendo comunque il fulcro della narrazione su una storia d’amore intrisa in eguale misura di romanticismo e malinconia.

Eisenberg e Kristen Stewart

Eisenberg e Kristen Stewart

Sempre presente la sagace ironia propria dell’autore, volta in particolare, anche nei toni della farsa, nel tratteggiare i vari componenti della famiglia ebraica di Bobby, in parte dimessa ed intellettualizzata, in parte intenta a perseguire “la nascita di una nazione”, pur se per vie traverse.
Ironia presente anche nella netta contrapposizione fra l’universo hollywoodiano, dove gli studios sono intenti a dare forma e sostanza ai sogni con cui incartare la realtà e quello della Grande Mela, più pragmatico e propriamente culturale. Contrasto voluto e ricercato anche attraverso la splendida fotografia di Vittorio Storaro, che riprende Los Angeles in un’emblematica luce fra il dorato e l’arancione, mentre a New York i colori si fanno più nitidi, passando dai toni grigi e cupi del Bronx a quelli più vividi e gioiosi del night club; encomiabile, riprendendo quanto su scritto, la direzione degli attori: Allen rivolge loro intensi e avvolgenti primi piani, con un particolare riguardo verso le interpreti femminili, come la brava Kristen Stewart, che noi spettatori vediamo così come la vede Bobby, intuendone stati d’animo e sensazioni.

caf_society_kristen_stewart_jesse_eisenberg_jpg_1400x0_q85Café Society, in conclusione, si sostanzia come una realizzazione dall’atmosfera sospesa, ottimamente diretta, sceneggiata ed interpretata, idonea ad elargire le emozioni proprie degli “affetti speciali” dei “film di una volta” , offrendoci uno dei più bei finali della recente storia del cinema, quando una dissolvenza incrociata sui volti di Bobby ed Ivonne colpisce dritta al cuore e ci lascia inermi e sbigottiti a rammentare come “i sogni restano sogni”, per quanto sia anche vero che noi siamo fatti della loro stessa sostanza, citando Shakespeare: rifugiarsi in essi resta pur sempre un efficace antidoto per renderci sopportabile quella buffa commedia che è la vita, per di più “scritta da un sadico che fa il commediografo”, sul cui palcoscenico, volenti o nolenti, siamo tutti chiamati a recitare la nostra parte. E’ qui che mettiamo in gioco le nostre scelte e a quest’ultime risponderemo, nel rimpianto di quanto abbiamo perso e che, forse, è stato nostro solo nell’ambito di un’ anelata e sospirata idealizzazione. Non ci resterà nient’altro da fare, allora, che, riprendendo le parole di mamma Rose e abbracciando l’umorismo alleniano, “vivere ogni giorno come fosse l’ultimo e un giorno ci azzeccheremo”.

Ascolta il podcast su GiovanniCertoma.it

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