Indro. L’uomo che scriveva sull’acqua

53432Un unico padrone cui rispondere, il lettore. Molte battaglie perse, una sola vinta: quella ingaggiata ogni mattina con lo specchio.
Una personalità tanto controversa quanto affascinante che traeva linfa vitale dai suoi stessi difetti e trovava sfogo in una scrittura nitida ed essenziale ma allo stesso tempo ricca, densa. Il male oscuro della depressione, a partire dai sette anni d’età, che lo colpiva seguendo una rituale ciclicità.
Una coerenza ed una lucidità di pensiero idonee ad esprimere con arguzia e un pizzico di cinismo il carattere proprio del popolo italiano meglio di chiunque altro, mantenutosi pressoché costante all’interno del periodo storico da lui attraversato, dagli anni del Fascismo alla fine della Prima Repubblica: una tendenza anarchica, ovvero tanta allergia alle regole ed una perenne attesa dell’ “uomo della provvidenza” cui delegare il traghettamento verso un radioso avvenire. L’amara consapevolezza, ormai avanti negli anni ma non certo domo negli intenti, di non sentirsi più parte del proprio paese, “dove la coscienza morale e civile è sempre rimasta monopolio di un esigua minoranza regolarmente relegata ai margini della società”, come ebbe modo di scrivere una volta che prese il via l’inchiesta nota come Mani pulite.
Questo e molto altro va a delinearsi all’interno del docufilm Indro. L’uomo che scriveva sull’acqua scritto e diretto da Samuele Rossi (La strada verso casa, 2011): ottimamente realizzato,  porta in scena un morbido ed avvolgente flusso narrativo che alterna con  fluidità elementi di fiction a documenti d’archivio, interviste, testi di articoli o estratti dai libri scritti negli anni da Indro Montanelli.

Roberto Herlitzka (foto di Philippe Antonello)

Roberto Herlitzka (foto di Philippe Antonello)

Viene così a visualizzarsi,  evitando qualsivoglia deriva celebrativa in odor di santino, un intenso e schietto ritratto del giornalista e dell’uomo integerrimo, in primo luogo nei confronti di se stesso, capace di riconoscere ed ammettere errori e limiti nel corso del personale cammino, all’interno di una cornice rappresentata dalla propria libertà e dalla propria autonomia.
L’inizio è piuttosto suggestivo, dall’impatto piacevolmente teatrale: mentre avvertiamo in sottofondo l’inconfondibile ticchettio di una macchina da scrivere e il suono di un telefono, ecco farsi luce ed apparire una particolare scenografia costituita da 4 scrivanie (a rappresentare le due redazioni, Corriere della Sera e Il Giornale, e i due studi di Milano e Roma), mentre compare in scena il Montanelli anziano (Roberto Herlitzka) che sarà affiancato da quello giovane (Domenico Diele), spesso uno di fronte all’altro, un confronto fra diverse esperienze vissute con identico impeto, ma con la disillusione e l’amarezza a farsi sempre più presenti. Parte dunque da qui il flusso dei ricordi, sulla base di una drastica considerazione espressa da Montanelli rispondendo ad un lettore su cosa possa lasciare una volta che non ci sarà più (“Se lo metta bene in testa, caro amico: in Italia nessuno lascia nulla a nessuno”), presto smentita dalle dichiarazioni dei vari soggetti intervistati che ebbero modo di conoscerlo e lavorare con lui (fra gli altri Tiziana Abate, Paolo Mieli, Beppe Severgnini, Marco Travaglio, Ferruccio De Bortoli).

Roberto Herlitzka e Domenico Diele (foto di Philippe Antonello)

Roberto Herlitzka e Domenico Diele (foto di Philippe Antonello)

Dalla nascita in quel di Fucecchio (FI), con gustosi aneddoti relativi ai genitori e al nome adottato, passando per il fervore giovanile che lo portò ad aderire al Fascismo, presto avvolto dal disincanto conseguente all’esperienza come volontario in Abissinia, adesione mai comunque rinnegata (“rappresenta i miei stupidi e bellissimi vent’anni”), ecco le prime esperienze, luglio 1936, in qualità d’inviato dapprima per Il Messaggero, con le sue cronache relative alla Guerra Civile di Spagna, malviste dal regime e poi per il Corriere della Sera (fu testimone, fra l’altro, dell’invasione della Finlandia da parte dell’URSS). Una volta finita la guerra, conosciuta l’esperienza della prigionia (venne arrestato dai Tedeschi nel 1944 e condannato a morte, con l’accusa di aver pubblicato sul Tempo articoli diffamatori del regime), negli anni ’50 Montanelli conobbe il periodo di massima celebrità, estendendo la sua attività anche a settori diversi dal giornalismo (il cinema, ad esempio). A risaltare sempre e comunque la sua attività di lucido cronista, ancora per il Corriere (la rivoluzione ungherese del 1956), un rapporto che si concluse bruscamente all’inizio degli anni ’70, quando venne licenziato in tronco l’allora direttore Giovanni Spadolini e sostituito con Piero Ottone, delineando all’interno del quotidiano una linea editoriale orientata a sinistra, alla quale, per mentalità, attitudini e stile di vita faticava ad adeguarsi.

(Philippe Antonello)

(Philippe Antonello)

Da qui, dopo il licenziamento conseguente ad una serie d’interviste rilasciate ad  Espresso e Panorama dove esternava il proprio malcontento, scaturì la decisione di dar vita ad una testata propria, che vide la luce il 25 giugno 1974, Il Giornale nuovo (quest’ultimo suffisso rimase fino al 1984). L’intento era quello di dar vita ad una voce fuori dal coro all’interno di una situazione politica e sociale che tendeva già a divenire omologante, come si poteva evincere dall’editoriale presente nel primo numero * .
Vittima di un attentato delle Brigate Rosse nel 1977, Montanelli nello stesso anno, concluso il finanziamento della Montedison, accettò il sostegno di Silvio Berlusconi, rapporto basato su una politica di non ingerenza (“Tu sei il proprietario, io sono il padrone, almeno finché rimango direttore” furono le parole rivolte dal giornalista all’allora costruttore edile) che durò fino al 1994, l’anno della famosa “discesa in campo”, quando gli fu praticamente imposto, così come ai suoi collaboratori, di appoggiare la linea politica del nuovo “uomo della provvidenza”. Mai prone, Montanelli fondò una nuova testata, La Voce, innovativa da un punto di vista grafico, breve esperienza d’indipendenza (1994-1995) causa insufficiente numero di vendite, per poi tornare al Corriere, titolare della rubrica La stanza di Montanelli, un colloquio giornaliero con i lettori che si concluse nel 2001, anno della sua morte.

Indro Montanelli

Indro Montanelli

Grazie ad Indro. L’uomo che scriveva sull’acqua è quindi possibile analizzare, un invito da rivolgere in particolare alle nuove generazioni, così come a tutti coloro la cui memoria richiede continua sollecitazione, la storia di un uomo dalla carismatica personalità che considerava il giornalismo come una missione e riteneva parole quali trasparenza ed onestà un imperativo morale dal quale mai deviare, offrendo così un pregnante significato al termine libertà d’espressione. Emerge chiaramente dalle parole degli intervistati e dal vibrante riecheggiare di quanto espresso nei suoi scritti, come fu fra i pochi a rendersi conto della totale disfatta civile, morale e politica di un paese sempre alla ricerca di un definitivo punto d’equilibrio fra diverse ideologie, preferendo piuttosto servirsi ora dell’una ora dell’altra a seconda delle varie convenienze in gioco. Il tutto trovando facile attecchimento in una popolazione che, riprendendo le parole di Montanelli in risposta ad una frase di Giuseppe Prezzolini “non si divide in furbi e in fessi, sono nello stesso tempo tutti furbi e fessi” o, ancora, rimarcando l’assenza di una coscienza, ancora prima che di un’identità, nazionale: “Kipling diceva: un italiano, un bel tipo; due italiani, una discussione; tre italiani, tre partiti politici. I suoi concittadini, invece, li definiva così: un inglese, un cretino; due inglesi due cretini; tre inglesi, un popolo. Vorrei avere a che fare con dei cretini che, insieme, facessero un popolo”.
Un buon auspicio, rimasto tale.

Il film sarà in programmazione da oggi, giovedì 20 ottobre, a Milano, allo Spazio Oberdan, a cura di Fondazione Cineteca Italiana. La proiezione odierna, alle ore 21.15, vedrà la presenza del regista Samuele Rossi e della giornalista Tiziana Abate. Altre proiezioni: 21 ottobre (ore 18.30); 22 ottobre (ore 17.30); 23 ottobre (ore 15.00).

220px-indromontanelli * Chi sarà il nostro lettore noi non lo sappiamo perché non siamo un giornale di parte, e tanto meno di partito, e nemmeno di classi o di ceti. In compenso, sappiamo benissimo chi non lo sarà. Non lo sarà chi dal giornale vuole soltanto la “sensazione” […] Non lo sarà chi crede che un gol di Riva sia più importante di una crisi di governo. E infine non lo sarà chi concepisce il giornale come una fonte inesauribile di scandali fine a se stessi. Di scandali purtroppo la vita del nostro Paese è gremita, e noi non mancheremo di denunciarli […] Ma non lo faremo per metterci al rimorchio di quella insensata e cupa frenesia di dissoluzione in cui si sfoga un certo qualunquismo, non importa se di destra o di sinistra […] Vogliamo creare, o ricreare, un certo costume giornalistico di serietà e di rigore. E soprattutto aspiriamo al grande onore di venire riconosciuti come il volto e la voce di quell’Italia laboriosa e produttiva che non è soltanto Milano e la Lombardia, ma che in Milano e nella Lombardia ha la sua roccaforte e la sua guida.

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