L’estate addosso

lestate-addosso-manifesto-675x905-675x905Roma, oggi. Il diciottenne Marco (Brando Pacitto) è un giovane introverso e tormentato, i cui pensieri relativi all’esistenza o, meglio, alla sua fine, sembrano rincorrere costantemente un punto d’incontro fra Leopardi e il Goethe de I dolori del giovane Werther (1774).
I suoi genitori hanno divorziato, vive con il padre e sta per sostenere l’esame di maturità, che supererà, anche se le idee riguardo il futuro son ben poche e piuttosto vaghe.
L’ amico Vulcano (Guglielmo Poggi) lo invita a partire insieme verso la California, ma per Marco il viaggio risulta troppo costoso e quindi sembrerebbe costretto a passare l’intero periodo estivo nella Capitale, anche a causa di un incidente con lo scooter: investito da un’auto si ritrova infatti con fratture ad un braccio e ad una gamba.
Proprio tale infortunio si rivelerà provvidenziale, in quanto con il risarcimento elargito da una celere agenzia assicuratrice il nostro potrà volare verso gli States, meta San Francisco, dove Vulcano si è premurato di trovargli alloggio presso i suoi amici Matt (Taylor Frey) e Paul (Joseph Haro).
Ulteriore accortezza, accostargli una compagna di viaggio, Maria (Matilda Lutz), meglio conosciuta come la suora per il suo essere piuttosto rigida e conservatrice, cui Marco non sembra riservare però alcuna simpatia.

Brando Pacitto

Brando Pacitto

Una volta giunti a Frisco, la ragazza non lesinerà ad esternare un astio omofobo nei confronti dei “pervertiti” Matt e Paul, felicemente conviventi, anche se queste iniziali diffidenze andranno a stemperarsi col passare dei giorni, fino a confluire in un profondo rapporto d’amicizia, che contribuirà tanto alla definitiva affermazione delle reciproche personalità, quanto all’esternazione dei propri più intimi desideri, nella possibilità di dar loro attuazione … Forse sbaglierò, ma credo che L’estate addosso, scritto (con la collaborazione di Dale Nall) e diretto da Gabriele Muccino, presentato nella sezione Cinema in giardino della 73ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, rappresenti nella carriera dell’autore romano un film di transizione al cui interno è possibile rinvenire sia gli echi delle sue prime realizzazioni (Come te nessuno mai, 1999, in particolare), sia uno stile registico più posato, morbido, levigato, pur contraddistinto dai consueti “marchi di fabbrica” (le carrellate dall’alto o circolari, volte ad avvolgere i protagonisti) che qui trovano comunque un inedito bilanciamento.

Matilda Lutz

Matilda Lutz

La sceneggiatura si defila intenzionalmente dal realismo propriamente detto, a partire dalla caratterizzazione, anche psicologica, dei personaggi, così come di ambienti o situazioni, la quale trova qualcosa in più di un semplice affresco solamente nel racconto della sofferta storia di Matt e Paul. Quest’ultima rappresenta una digressione all’interno dell’iter narrativo idonea ad evidenziare, pur sempre a grandi linee, la vittoria di una libertà ricercata e voluta che andrà ad imporsi nei meandri di un ambito sociale intento a costruire, giorno dopo giorno, il muro di una presunta “normalità”, tra convenzioni e presunte certezze. Ho scritto “intenzionalmente” perché la sensazione avvertita durante la visione è che a Muccino premesse soprattutto offrire visualizzazione alla sublimazione di una determinata fase di passaggio, un rito iniziatico necessario per il traghettamento dall’adolescenza all’età adulta, simboleggiato dalla stessa stagione che dà il titolo al film, breve periodo di estraniazione dai quotidiani affanni, pronti a ripresentarsi al suo termine.

Joseph Haro e Taylor Frey

Joseph Haro e Taylor Frey

I giovani protagonisti del film di Muccino, nelle problematiche che si trovano ad affrontare, più che calati nella realtà dei diciottenni o trentenni odierni appaiono dunque come cristallizzati all’interno di situazioni che l’autore presume tipiche nella loro puntuale ricorrenza: il distacco da ogni sicumera esistenziale e relativa discesa dall’astratta nuvoletta di una presunta superiorità (Maria e la sua trasformazione, per quanto fin troppo repentina, da rigida vestale ad indomito spirito libero), l’acquisizione di un’inedita consapevolezza che porterà ad un percorso di autodeterminazione (Marco e il suo progressivo lasciarsi andare nei confronti di ogni sensazione avvertita, affidandosi anche al proprio intuito, riuscendo così a sbagliare da solo e fare tesoro dei propri errori), passando per l’affermazione definitiva della propria condizione di persona, di essere umano in quanto tale, vivendo liberamente e serenamente il proprio amore, perché non vi è alcuna diversità nell’esprimere con gioia condivisa un forte sentimento (Matt e Paul).
La suddetta, ricercata, astrazione però si palesa agli spettatori, precipuamente per limiti di scrittura, come qualcosa di algido, distaccato, cui non giovano ai fini di un vero e proprio rapporto empatico né le tante, troppe, frasi ad effetto né lo stanco espediente della voce fuori campo, a tratti invadente, anche se le interpretazioni attoriali nel complesso appaiono valide.

lestate_addosso_promozionale_joseph_haro_matilda_anna_ingrid_lutz_brando_pacitto_taylor_frey_jpg_1400x0_q85Come scriveva Frank Capra, “se il pubblico si accorge di quello che gli stai offrendo prima di essere condizionato, si infastidisce e si ritrae”*: la “corrispondenza d’amorosi sensi” con la platea scatta spontaneamente solo in alcune sequenze, per esempio il già descritto racconto della storia di Matt e Paul o nella scena del ballo sulla spiaggia di Cuba. Nuoce all’equilibrio complessivo del film, che può essere considerato una commedia a sfondo drammatico, il finale con ulteriore e sbrigativa trasferta a New York che cambierà ulteriormente le carte in tavola prima del ritorno in Italia. Qui Muccino abbandona i toni ovattati per un improvviso tocco di realtà particolarmente pregnante, contrassegnando ulteriormente gli accadimenti precedenti come un necessario rito di passaggio, sublimato nel ricordo, riprendendo quanto scritto nel corso dell’articolo. Concludendo, L’estate addosso può rivelarsi alla visione come un film gradevole e dai contenuti interessanti ma le ovvietà di sceneggiatura fanno sì che scorra via senza colpo ferire, lasciando in luogo di una vera e propria emozione la sensazione di un prodotto abilmente confezionato, semplicemente illustrativo ed espositivo, senza il coraggio di una lucida introspezione.

*Nell’autobiografia The Name Above The Title, 1971

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