Animeland – Racconti tra manga, anime e cosplay (2015)

animeland poster (web)Scritto e diretto da Francesco Chiatante, al suo esordio nei lungometraggi, Animeland- Racconti tra manga, anime e cosplay si palesa alla visione come un documentario pregevole soprattutto per il suo valido apporto socio-culturale, in quanto riesce ad offrire una esauriente analisi del fenomeno relativo alla “prima invasione” nel nostro paese dei manga (termine equivalente allo statunitense comics) ed anime (contrazione di animation, film d’animazione) giapponesi sul finire degli anni ’70 e sul conseguente scompiglio che andarono a creare in considerazione tanto delle tematiche delineate all’interno della narrazione quanto dell’impatto essenzialmente visivo ed estetico, distanti da quanto proposto fino a quel momento nell’ambito dei settori citati da produzioni ormai affermate, per lo più americane. Chiatante struttura l’iter narrativo come un classico mosaico d’interviste, fluidamente raccordate, almeno fino a metà film circa, momento in cui è ravvisabile qualche cedimento, al quale si sarebbe potuto ovviare con un montaggio (sempre opera di Chiatante al pari della fotografia), più serrato. La felice intuizione dell’autore si sostanzia nel mettere in atto una netta distinzione fra l’afflato nostalgico che inevitabilmente influisce sulle dichiarazioni manifestate dai vari personaggi del mondo dello spettacolo intervistati, ragazzini al tempo della messa in onda (tra i tanti Paola Cortellesi, Caparezza, Fausto Brizzi) e le valutazioni più propriamente tecniche espresse da esperti del settore (i giornalisti Luca Raffaelli e Vincenzo Mollica, il saggista Fabio Bartoli) o addetti ai lavori (Maurizio Nichetti, Yoshiko Watanabe), riuscendo comunque a farle confluire in un discorso piuttosto articolato.

Goldrake

Goldrake

Ecco che ai toni quasi elegiaci dei ricordi di quei pomeriggi trascorsi dinnanzi alla televisione, in compagnia dei propri eroi o delle proprie eroine, inderogabilmente dopo aver portato a termine tutti gli impegni scolastici, vanno ad accostarsi le puntuali annotazioni sulla considerazione precipuamente negativa espressa all’epoca nei confronti delle tante produzioni provenienti dal Paese del Sol Levante, che dopo gli esordi su “mamma Rai” (Atlas Ufo Robot, Heidi, Mazinga Z) andarono ad affollare i palinsesti delle nascenti emittenti private.
Non solo, infatti, vennero accompagnate dal consueto pregiudizio, duro a morire, da sempre espresso nei riguardi dei fumetti e dei cartoni animati, sbrigativamente etichettati quali “prodotti per bambini” trascurandone l’apporto culturale, ma ne venne sottovalutato l’impatto innovatore espresso in particolare a livello contenutistico, oltre che puramente estetico.
Alla consueta reiterazione di gag o al leitmotiv onirico e consolatorio, andavano a sostituirsi nell’andamento narrativo tematiche quali la solitudine, l’incomprensione del mondo degli adulti, il senso della tragedia, la lotta per la propria affermazione o la salvaguardia dell’umanità.
L’ “invasione”, spiega Raffaelli, arrivò nel momento giusto, quando i ragazzi del tempo avvertirono l’esigenza di non sdrammatizzare più i loro problemi, spesso legati alle sofferte trasformazioni proprie dell’età adolescenziale, bensì metterli in luce.

Heidi

Heidi

Prima ancora di entrare a far parte dell’immaginario collettivo, dunque, anime e manga contribuivano a dar vita ad uno status generazionale, contornato da una vera e propria rivalsa manifestata nei confronti di quegli adulti che si opponevano alla loro visione o lettura. Illuminante al riguardo quanto affermato, sempre da Raffaelli, nei confronti di Heidi (1974, Arupusu no shōjo Haiji, coproduzione nippo-tedesca, Zuiyo Eizo e Taurus Film, 52 episodi per la regia di Isao Takahata, scene/layout di Hayao Miyazaki e character design di Yōichi Kotabe), di cui non venne del tutto compreso l’ adattamento dell’opera originaria di Johanna Spyri, spogliato da ogni riferimento profondamente religioso e quindi laicizzato nel rendere l’indomita pastorella una vera e propria eroina che si erge contro il mondo dei “grandi” nel manifestare come le emozioni vadano vissute in pieno e mai represse. Tra immagini relative ad eventi quali mostre o manifestazioni, tavole corredate dai disegni originali, albi, oggettistica varia legata al fenomeno del merchandising, intercalate fra le citate interviste, si rende sempre più evidente l’influenza immaginifica apportata da anime e manga nell’infanzia/adolescenza di molte generazioni, confluita a volte nell’esperienza lavorativa di quanti una volta adulti si sono cimentati nel settore del fumetto o dell’animazione.

ANIMALEND4-480x270Spazio dunque alle indimenticabili sigle italiane, spesso composte da autori famosi o alla coerenza documentaristica con la quale viene analizzato il fenomeno del cosplay, affrancato dall’aura carnascialesca e riportato nel suo alveo originario d’immedesimazione totale nel personaggio interpretato. Si accenna poi anche alle moderne realizzazioni, fumettistiche o d’animazione, più attente, generalmente, all’impatto visivo che a quello della scrittura, caratterizzate da una ulteriore autoreferenzialità.
Importante, infine, anche se forse avrebbe meritato un maggiore approfondimento, il capitolo dedicato a Hayao Miyazaki, autore che, anche in virtù dei numerosi riconoscimenti ottenuti (l’Orso d’oro al 52mo Festival di Berlino e l’Oscar per La città incantata, nel 2003, cui andò ad aggiungersi quello alla carriera nel 2015), ha contribuito non poco ad affrancare le produzioni giapponesi dai consueti luoghi comuni, in particolare riguardo l’aspetto qualitativo e la fascinazione contenutistica, quest’ultimo avvalorata dalla confluenza di più discipline.
In definitiva Animeland, a parte i cedimenti dei quali ho accennato nel corso dell’articolo, è una realizzazione che definirei fondamentale per la sua portata storico-sociologica, idonea a contribuire nel far sì che il binomio ludicità – cultura possa essere liberato dalle catene di qualsivoglia preconcetto.

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Francesco Chiatante

Francesco Chiatante

Animeland è ideato ed interamente realizzato in low budget dal regista stesso, che ne ha curato anche montaggio, fotografia e post produzione. E’ stato presentato in anteprima mondiale all’ultima edizione del Roma Fiction Fest e poi proiettato in numerosi festival e rassegne tra cui il Lecce Film Fest, la rassegna Nemoland di Firenze, il Far East Fest 2016 di Udine e il Festival dell’Oriente di Roma. Francesco Chiatante nasce a Taranto nel 1981, videomaker di cortometraggi, documentari, backstage e video. Studia all’Accademia di Belle Arti di Macerata Teoria e Tecnica della Comunicazione Visiva Multimediale e si specializza in Arti Visive – Scenografia. Approda a Roma nel 2007 per un Master in Effetti Speciali per il cinema.
Negli ultimi anni ha lavorato per post-produzioni di film e fiction, collaborato come operatore video e montatore per una serie di progetti documentaristici prodotti e diretti da Franco Zeffirelli, diretto l’episodio Iride del film indipendente a capitoli Amores (Italia, 2013) e realizzato backstage dei film diretti da Ivano De Matteo Gli equilibristi e I nostri ragazzi (vincitore del Premio Miglior Backstage 2015 – Festival del Cinema Città di Spello) e della serie TV RAI Il sistema, diretta da Carmine Elia.

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