Il caso Paradine (The Paradine Case, 1947)

posterLondra, 1946. L’affascinante Mrs. Anna Maddalena Paradine (Alida Valli) riceve la visita della polizia nella sua agiata dimora. Fredda e distaccata, ascolta impassibile l’accusa che le viene rivolta, aver avvelenato o fatto avvelenare suo marito, il colonnello Paradine, cieco di guerra.
Tradotta in carcere, la donna riceve la visita di Sir Simon Flaquer (Charles Coburn), avvocato, che prova a confortarla assicurandole l’assistenza di uno stimato collega, Anthony Keane (Gregory Peck).
Questi però, felicemente sposato con la dolce e premurosa Gay (Ann Todd), fin dal primo colloquio non si manifesterà insensibile all’ambiguo fascino della signora Paradine, dai trascorsi di vita non propriamente limpidi, finendo presto con l’innamorarsene, tanto da formulare una particolare linea difensiva, sostenere il suicidio del colonnello, cui avrebbe collaborato il suo fedele attendente, André Latour (Louis Jordan)…
Il caso Paradine è un adattamento, ad opera di Alma Melville, moglie del regista Alfred Hitchcock, dell’omonimo romanzo di Robert Hichens, sul quale intervenne pesantemente come sceneggiatore il produttore David O’Selznick, che impose numerosi rimaneggiamenti al soggetto originale.

Alida Valli

Alida Valli

Per questo motivo l’iter narrativo può apparire a volte pedante, contorto, in particolare nel descrivere le dinamiche che condussero all’omicidio del colonnello, ma a conferire una certa vitalità, non solo stilistica, interviene la regia di Hitchcock, che pennella del suo geniale tocco alcune sequenze.
La pellicola può essere suddivisa in due parti, la prima è volta ad introdurre gradualmente e con una certa minuziosità, le caratteristiche psicologiche e comportamentali dei vari personaggi, ora evidenti, ora intuibili, delineando una sorta di doppio binario sul quale vanno a scorrere in parallelo la discesa agli inferi della signora Paradine, interpretata con impagabile freddezza ed ostentata alterigia da una stupenda Alida Valli e la degradazione morale dell’avvocato Keane, un Gregory Peck apparentemente stranito (Hitchcock avrebbe voluto Laurence Olivier, così come in luogo dell’attrice italiana si era pensato inizialmente a Greta Garbo) ma certo abile nel sottolineare con estrema naturalezza la progressiva disfatta esistenziale del personaggio interpretato.

Gregory Peck e Ann Todd

Gregory Peck e Ann Todd

E’ un tema caro ad Hitchcock, individui normali, appartenenti ad una classe sociale generalmente agiata, che ora si trovano al livello dei delinquenti abituali (la sequenza in cui vediamo la perquisizione della signora Paradine, comportante lo scioglimento dei capelli, prima composti in una elegante pettinatura) o in preda ad emozioni che ritenevano di poter controllare; rientra in tale ambito anche il laido giudice Horfield interpretato da Charles Laughton, untuosamente voluttuoso (lo stacco della macchina da presa corrispondente al suo sguardo sulla spalla nuda di Ann Todd) oltre che perfido e cinico fino al midollo.
A fare da opportuno contraltare a quella che rimane l’essenza portante del film sono chiamati in causa i personaggi femminili, tutti con una ben distinta personalità, soverchiante di gran lunga quella dei protagonisti maschili, a partire dalla fierezza espressa da Maddalena Paradine, lungi da qualsiasi compromesso riguardo le proprie scelte di vita, passando per l’insinuante e sofferta comprensione esternata dalla moglie di Keane o l’appoggio dato dalla figlia Judy (Joan Tetzel) alla silente intuizione mista a bonarietà manifestata dal padre, l’avvocato Flaquer, finendo con la solidarietà femminile intrisa di umana pietà propria di Ethel Barrymore, nei panni di Lady Horfield.

grant-and-valliRitornando alla sopra descritta suddivisione, la seconda parte è incentrata sullo svolgimento del processo in tribunale e qui la valenza registica di Hitchcock si esprime al suo meglio.
Basti pensare che per rendere palpabile ogni emozione espressa dai vari personaggi, fece sì che venissero impiegate quattro cineprese con altrettanti direttori di fotografia, a riprendere singolarmente le interpretazioni dei singoli protagonisti, componendo poi il tutto in fase di montaggio. Se quindi nella prima parte abbondano i classici primi piani e i giochi di campo e controcampo ad evidenziare i vari stati d’animo, qui le angolazioni della macchina da presa si fanno più ardite e suggestive: l’ingresso di Latour in aula, sequenza girata assecondando il punto di vista della signora Paradine, così da far intuire come ne avverta la presenza (“con l’odorato”, come dichiarò Hitchcock a Truffaut nel famoso libro-intervista) ancora prima di vederlo; la scena in cui viene ripreso un momento di sconforto dell’avvocato Keane, del quale viene incrementato il senso di colpa e solitudine con una ripresa dell’alto che ne accompagna l’uscita dal tribunale.
Molto bella, in certo qual modo leggera ed ironica, la sequenza conclusiva, che tratteggia un ritrovato clima d’intimità familiare.
Forse un Hitchcock “minore”, ma sempre idoneo a mettere in campo un coinvolgente senso di tensione e partecipativo malessere, ambedue sempre più insinuanti nell’accompagnare la rivelazione della verità.

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