Canzoni e animali, amici dell’uomo: un viaggio attraverso la musica con Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Claudio Sottocornola

Si sono da poco spenti gli echi delle proteste suscitate dall’annuale Festival di Yulin, in Cina, che vede il brutale abbattimento di almeno diecimila quattrozampe destinati al consumo alimentare, quando tornano ad apparire sui nostri quotidiani le cifre relative all’abbandono di animali domestici nel periodo estivo che, secondo le stime della Lav, coinvolgono in Italia 80.000 gatti e 50.000 cani annualmente, generalmente destinati a morire per incidenti, stenti o maltrattamenti.
Può sembrare un piccolo gioco dedicare a questo dramma una conversazione sulla presenza degli animali nella canzone italiana, ma non è così: ogni espressione artistica, infatti, traduce sentimenti ed emozioni che appartengono a tutti noi e, se una parte non indifferente del nostro patrimonio musicale ci parla di cani, gatti, cavalli, volatili e farfalle, ciò vuol dire che essi fanno parte del nostro vissuto più intimo, in qualche caso dei nostri affetti più cari e – sempre e comunque – del nostro amato mondo. Ho quindi chiesto al professor Claudio Sottocornola, docente di Filosofia e Storia, ma anche scrittore, saggista e interprete del popular, di condurci in un viaggio attraverso il repertorio della canzone italiana che racconta o evoca il mondo animale, alla scoperta di brani nazionalpopolari, per l’infanzia, ma spesso anche cantautorali e dal sofisticato retrogusto letterario, che dimostrano quanto gli animali siano parte preziosa della nostra vita.

Claudio, da dove vogliamo iniziare il nostro viaggio nel mondo animale attraverso la canzone?

Francesco De Gregori

Francesco De Gregori

“Forse pochi sanno che l’autore italiano più costante nel parlare di cani, specie se randagi e abbaianti, è Francesco De Gregori.
Mi viene in mente una citazione per tutte, da L’uccisione di Babbo Natale, tratta dall’album Buffalo Bill del 1976, dove si canta: …le nuvole passano dietro la luna/ e da lontano sta abbaiando un cane.
Ma si potrebbero ricordare anche Quattro cani, dall’album Rimmel del 1975, a proposito della quale ribadisce l’autore chi mi conosce sa che io ho sempre avuto un grande amore per i cani, in particolare i randagi, e quella è una canzone che parla di loro, e poi ancora Mimì sarà del 1987 (Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti,/ e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti), o La casa del 2006 (E ci faccio quattro porte/ per i punti cardinali/ che ci possa entrare il cane/quando sente i temporali), solo per accennare alla cinofilia di De Gregori. Che però ci regala anche un quadretto felino non indifferente in Alice del 1973: Alice guarda i gatti e i gatti guardano nel sole/ mentre il mondo sta girando senza fretta… . Flash minimalisti, lirici e affettivi di un repertorio della memoria, in cui gli animali hanno un posto, e anche il circo de La donna cannone del 1983″.

De Gregori non sarà stato l’unico a parlare del “migliore amico dell’uomo”…

manuale_cane“Certamente no. Angelo Branduardi, nel 1981, mette in musica La cagna, adattamento di una poesia del 1915 del russo Sergej Esenin, che rappresenta una terribile denuncia della crudeltà umana, narrando in modo fiabesco e struggente la soppressione di cuccioli appena nati, annegati nell’acqua di una gelida notte invernale dall’uomo che li sottrae alla madre: …sopra lo stagno la luna guardava/ la cagna bianca che non capiva.
Di Renato Zero è Il pelo sul cuore, del 2000, sui cani randagi e abbandonati nei canili (Mio Dio le botte…/ senza un pedigree/ non sei nessuno qui), mentre Escluso il cane di Rino Gaetano (1977) ironicamente ribadisce ma togli il cane/ escluso il cane/ tutti gli altri son cattivi/ pressoché poco disponibili. La mia preferita però è una citazione di Antonello Venditti in Dimmelo tu cos’è del 1982, scritta dal cantautore romano in occasione della separazione dalla moglie Simona Izzo, a testimoniare il senso di spaesamento e di vuoto lasciato dalla fine del rapporto: Il nostro cane non mi riconosce più,/ altri profumi, altre valigie da portare giù,/ cerco le chiavi di casa ma questa non è casa mia, più mia… . Qui il cane è quasi umanizzato, parte integrante della storia, e della sua fine”.

L’altro grande protagonista della vita domestica di milioni di persone è il gatto…

hqdefault“Beh, qui i ricordi sono ampiamente condivisi. La gatta di Gino Paoli, del 1960, è un ricordo bohémien degli esordi artistici ed esistenziali dell’autore: C’era una volta una gatta/ che aveva una macchia nera sul muso/ e una vecchia soffitta vicina al mare/ con una finestra a un passo dal cielo blu… . Maramao perché sei morto, che riprende una filastrocca del XVI secolo, fu composta da Consiglio e Panzeri nel 1939 e rapidamente sottoposta a censura dal regime fascista che la ritenne allusiva della morte del consuocero di Mussolini, Costanzo Ciano. In realtà la canzone parla di alcune gattine disperate che lamentano la morte del gatto oggetto dei loro desideri, cui pure non mancavano pane, vino, casa e insalata…
Inizialmente interpretata da Maria Iottini con il Trio Lescano, la canzone è stata più volte coverizzata, per esempio da Nicola Arigliano e Claudio Villa; Lucio Battisti con Maledetto gatto del 1978, traccia un ritratto ironico e divertito: Elegante, contenuto, un po’ ironico, garbato./ Misterioso, interessato, imbroglione, subdolo, matto:/ maledetto di un gatto, maledetto di un gatto!. Ma la più celebre canzone mai dedicata al mondo felino resta senz’altro Quarantaquattro gatti, cantata da Barbara Ferigo di quattro anni e mezzo, vincitrice della decima edizione dello Zecchino d’Oro, scritta da Giuseppe Casarini, che tutti noi abbiamo canticchiato almeno una volta nella vita, in alternativa a Volevo un gatto nero, dallo Zecchino d’oro del 1969″.

Il richiamo ai volatili è un’altra costante della canzone italiana, specie di quella più tradizionale e melodica. Quali sono le canzoni più significative in proposito?

Nilla Pizzi

Nilla Pizzi

“Una su tutte è Vola colomba, di Cherubini e Concina, con cui Nilla Pizzi, l’allora regina della canzone, si aggiudicò il primo posto al Festival di Sanremo del 1952, conquistando anche il secondo con Papaveri e papere ed il terzo con Una donna prega.
Struggente e un po’ kitsch, il brano evoca la questione del ritorno di Trieste all’Italia dopo la guerra, nello scenario della separazione di due innamorati, la cui virtuale messaggera d’amore è proprio una colomba bianca, in grado di superare i confini e le imposizioni della politica. Gian Franco Venè la utilizzò nel 1990 come titolo di un libro sulla condizione italiana nel dopoguerra. Il brano si apriva con un accenno a O Dio del cielo (se fossi una rondinella), canzone di prostrazione dei soldati della Grande Guerra, che sognavano di tornare dalla fidanzata e invece dovevano affrontare il nemico. Di fatto, la rondine è un topos che attraversa canzoni e romanze italiane, soprattutto fino alla fine degli anni ’50, forse perché un paese ancora rurale e legato ai ritmi della natura, incline ad atmosfere crepuscolari anche per le difficili condizioni di vita, utilizza più facilmente immagini cicliche e stagionali. Ecco qualche titolo: Rondine al nido, Rondinella forestiera, Volo di rondini, E le rondini sfioravano il grano, Rondinella messaggera, Rondini amiche, Rondine di maggio, Rondini del mio cuore, e si potrebbe continuare…
Ma a proposito di volatili, non possiamo dimenticare un celeberrimo brano strumentale del 1972 che raggiunse il vertice delle classifiche di vendita, Il gabbiano infelice, eseguito da Il Guardiano del Faro al moog, una rivisitazione pop-classica del famoso inno cristiano settecentesco Amazing Grace.
Segnalerei poi due canzoni d’autore, Uccelli di Franco Battiato e Giusto Pio (Volano gli uccelli volano/ nello spazio tra le nuvole/ con le regole assegnate/ a questa parte di universo…), dall’album La voce del padrone del 1981, che celebra una dimensione cosmica della vita e della natura in genere, e Il corvo Joe, dall’album La malavita dei Baustelle pubblicato nel 2005, che racconta la storia di un corvo in un parco, disprezzato ed evitato da tutti per il suo gracchiare e il suo colore nero, che si consola e trova requie sulle cime degli alberi, evidente metafora di una diversità in qualche modo eletta”.

Quanto al volo degli insetti? C’è qualche canzone che ne parla?

5662676“La mia preferita è La farfalla impazzita, brano di Battisti-Mogol presentato da Jonny Dorelli al Festival di Sanremo del 1968, in coppia con Paul Anka, che esprime una insolita leggerezza nel parlare dell’amore attraverso la metafora del lepidottero inafferrabile.
Coccinella invece, incisa nel 1957 da Ghigo, è un omaggio a Madame Coccinelle, prima diva trans dell’era mediatica, che il rocker nostrano trovò più attraente delle ragazze che gli ruotavano intorno, e dunque l’insetto portafortuna è qui solo un espediente, un ironico link. Analoga sorte tocca a La zanzara, portata al successo da Rita Pavone nell’omonimo film Rita la zanzara del ’66, diretto da Lina Wertmuller, che avrà un sequel nel ’67 con Non stuzzicate la zanzara, in cui la celebre cantante torinese impersonava il ruolo di una ribelle studentessa liceale, innamorata del suo professore di musica (Giancarlo Giannini) verso il quale assume appunto atteggiamenti persecutori da zanzara (e intanto evoca la vicenda dell’omonimo giornale studentesco del Liceo Parini di Milano, sequestrato alcuni mesi prima per oscenità). Infine merita una convinta citazione anche La mosca, che Renato Pareti portò a Un Disco per l’Estate del 1973, su parole di Roberto Vecchioni, con il famoso ritornello E intanto fanno il bagno a Cesenatico/ ma i furbi come sempre non affogano…, il cui incipit era però: La mosca che cammina sulla mano/ se voglio tra un momento non c’è più… . Fu parte della colonna sonora della mia estate di quattordicenne, esattamente come appartiene ai ricordi della mia infanzia Il valzer del moscerino, che una Cristina D’Avena di tre anni e mezzo aveva portato qualche anno prima allo Zecchino d’Oro“.

E le creature dell’acqua?

Domenico Modugno

Domenico Modugno

“Anche qui, i pesciolini spopolano: Pesciolino rosso, Come fanno i pesciolini, Il pesciolino stanco, Povero pesce, Le trote blu, ma anche Cavalluccio ‘e mare, “Il gamberetto”, Ho preso un granchio, ecc.
A me la canzone che appare però come un capolavoro insuperabile è U pisci spada di Domenico Modugno, del 1955, in un dialetto siciliano abilmente scelto dall’autore per esaltare la drammaticità della narrazione e delle immagini.
Si tratta di una mattanza, di cui Modugno ha letto fra le pagine di cronaca di un giornale, in cui egli rappresenta la tragica storia d’amore fra due pesci spada, immaginando che il maschio si lasci catturare per restare al fianco della sua compagna, colpita e sanguinante, e morire così con lei.
La narrazione è realistica e cruda, con tanto di grida e incitazioni dei pescatori alla cattura, e realizza condizioni di un travolgente realismo espressionistico.
In un contesto storico e personale completamente diverso, dopo essere stato colpito da un grave ictus, Modugno incide nel 1993 insieme al figlio Massimo un altro brano marino, Delfini, di Lopez-Migliacci, dal sapore paradossalmente più lieve, solare e ottimistico, un incitamento a intraprendere la lotta della vita con la medesima libertà dei delfini in mare: La vita è, è morire cento volte:/ siamo delfini,/ giochiamo con la sorte…/…E’ un gioco da bambini, il mare!.
Analoghe atmosfere di incitamento a vivere, danzando sopra la propria stella marina contiene Moby Dick (1983), del Banco del Mutuo Soccorso, lirica rappresentazione del viaggio verso la libertà e il futuro della grande balena concepita dalla fantasia di Melville.
E per restare poi nel mito, si potrebbero ricordare ‘A sirena (1897), canzone melodica napoletana scritta dal duo Di Giacomo-Valente, che assimila le malie di una misteriosa donna procidana a quelle di una ibrida creatura del mare, ma anche Le sirene di Vinicio Capossela, dal famoso album Marinai, profeti e balene del 2011, con due dischi, oceanico e biblico il primo, omerico e mediterraneo il secondo, secondo le dichiarazioni stesse dell’autore, ove il mito è disincarnato e interiorizzato”.

Poi c’è il grande repertorio da serraglio, dove compaiono gli animali più disparati…

Locandina-Carnevale“Qui c’è solo l’imbarazzo della scelta. Per restare con Capossela, potremmo ricordare il tour Il Carnevale degli animali e altre bestie d’amore, dove il cantautore irpino esegue la celebre suite che Camille Saint-Saens compose nel 1886, articolata in quattordici brani ispirati ad animali o personaggi e arricchita di brani dello stesso Capossela, con narrazioni favolistiche di animali celebri, allegorie e simbolismi vari. Per restare entro un’atmosfera un po’ surreale, potremmo citare L’arca di Noè, con cui Sergio Endrigo si piazzò terzo al Festival di Sanremo del 1970, di cui colpiscono le immagini apocalittiche alla Dalì, che proiettano in un futuro fantascientifico e forse postatomico animali-macchine: un volo di gabbiani telecomandati/ e una spiaggia di conchiglie morte, un toro è disteso sulla sabbia/ e il suo cuore perde kerosene, a ogni curva un cavallo di latta/ distrugge il cavaliere sono immagini assai più affascinanti del rassicurante cane e gatto che salgono sull’arca.
Postmoderno e surreale è anche lo zoo negato di Vengo anch’io. No, tu no di Enzo Jannacci (autore con Fo e Fiorentini), dall’omonimo album del 1968, ma la madre di tutte le canzoni del genere, con una sottile vena demenziale e punk sembra proprio essere Nella vecchia fattoria, nota in Italia per la versione che il Quartetto Cetra realizzò nel 1949, adattando n lingua italiana il canto popolare inglese Old MacDonald Had a Farm, con la caratteristica di riprodurre i suoni onomatopeici di tutti gli animali presenti nella fattoria ed elencati nel brano, cosa che rende il pezzo giocoso, corale e appunto un po’ demenziale.
Non possiamo poi dimenticare I tre porcellini, tratta dall’omonimo cartone animato della Walt Disney del 1933, con musica di Frank Churchill, e oggetto di svariate interpretazioni, fra cui ricordiamo quelle di Gigliola Cinquetti e Cristina D’Avena, e ancora Attanasio cavallo vanesio del 1952, di Garinei-Giovannini-Kramer, canzone di scena interpretata da un irresistibile Renato Rascel, che narra le vicende del vanitoso quadrupede.
Ma il cavallo in musica più famoso è senz’altro Furia, sigla di coda del telefilm omonimo che, pubblicata da Mal nel 1977, diventò un tormentone che compromise a lungo la credibilità beat dello stesso interprete.
Aprì invece la carriera di Marcella Bella, nel 1972, Montagne verdi di Bigazzi-Bella, con il celebre incipit: Mi ricordo montagne verdi/ e le corse di una bambina/ con l’amico mio più sincero/ un coniglio dal muso nero.

Cantautori e animali?

Cervo-A-Primavera-cover“Oltre ai già citati, ricorderei Cervo a primavera, dall’omonimo album del 1980, scritto da Riccardo Cocciante in collaborazione con Mogol, che narra con grande lirismo dell’evoluzione umana assimilata all’immagine del giovane cervo che va incontro alla bella stagione, in una sorta di panismo naturalistico nuovo e avvincente per la canzone d’autore italiana. Nel medesimo solco cantautorale citerei L’era del cinghiale bianco, dall’omonimo album del 1979 di Franco Battiato, in cui tale animale, secondo la tradizione indù, diviene il simbolo di un’era di grande consapevolezza cosmica che ci attende.
Su tutt’altro versante, di Edoardo Bennato, ricordiamo Il gatto e la volpe, dall’album Burattino senza fili del 1977, ispirato alla storia di Pinocchio, e nella fattispecie ai due animali compari di malaffare, qui a rappresentare due talent scout vogliosi solo di imbrogliare il prossimo, come ce ne sono tanti nello show business. Un cenno merita anche L’elefante e la farfalla di Michele Zarrillo, dall’omonimo album del 1996, ove gli animali ancora una volta divengono metafore della condizione umana e, nella fattispecie, di un impossibile rapporto fra la pesantezza dell’uno e la leggerezza dell’altra, anche se l’apparenza sembra non rendere ragione dell’elefante che ha un cuore di farfalla.
Infine merita una segnalazione Il battito animale, dall’album Cannibali del 1993, che consegna a Raf la vittoria al Festivalbar nel medesimo anno, per l’originalità con cui identifica il riscatto per l’uomo contemporaneo nel recupero della propria essenza animale, ovvero di quell’energia autentica e vitale, che sola sarebbe in grado di restituirlo alla sua appartenenza terrestre”.

Ci siamo dimenticati gli esseri che strisciano…

scheda_rettorekobra1web“La progenitrice del genere è senz’altro Vipera di E.A. Mario del 1919, che una tipica interprete da café-chantant come Anna Fougez, negli anni ’20, trasformò nel proprio cavallo di battaglia.
Il serpentello diventa qui l’emblema della donna perfida e seduttrice che incatena il protagonista del brano a sé, mentre la di lui madre ha il sogno premonitore di una vipera vera che morde il figlio al cuore.
Kobra, che Donatella Rettore pubblica nel 1980, è diventata una delle canzoni italiane simbolo di ironia e trasgressione più note, in quanto il sound disco degli arrangiamenti si accompagna a un testo freudiano e allusivo, che la Rettore propone con le consuete mise punk-rock.
Assocerei al tema animali striscianti anche una canzone che Bruno Lauzi scrisse per i bambini (su musica di Pippo Baudo e arrangiamento di Pippo Caruso), La tartaruga, che raggiunse le vette della Hit Parade, risultando il terzo singolo più venduto del 1976, cosa che probabilmente spinse Lauzi a pubblicare un intero album per bambini, ove gli animali dominano incontrastati, dal Johnny Bassotto a Il leprotto Zip sino a La biscia striscia. Chiuderei con un ricordo targato sixties, un 45 giri di Jo Fedeli, Sei come una lucertola, grande successo del 1964 che parla di una lei spaparanzata al sole su una spiaggia italiana del boom“.

Esiste un cantante che ha dedicato un particolare momento del proprio repertorio al mondo animale?

Claudio Sottocornola omaggia Rita Pavone“Beh, mi viene in mente la Rita Pavone della Ricordi che, nel 1967 pubblicò un intero album, Viaggio a Ritaland, dedicato ai bambini, in cui spiccavano molte figure fra cartoon e mondo animale, come Maramao perché sei morto, Il ballo dell’orso, Ninna nanna del formichino, Parlare con gli animali, Pippo non lo sa.
Ma già nel precedente Lp, La vostra Rita, ancora targato Rca, la Pavone interpretava un classico come I tre porcellini o un tormentone come Cam cam cammello. Degna di nota è poi la sua incisione di Pierino e il lupo nel 1968, scritta da Sergej Prokof’ev nel 1936, che ha sul retro Storia di Babar l’elefantino, su musiche di Francis Poulenc. Ma già dai tempi di Gian Burrasca la Pavone aveva inciso Il serraglio, I tigrotti di Mompracen e I gatti di Roma.
Infine, nel 1978, Rita incide una Heidi-di, con tanto di scenari alpeggianti di fiori e animali che accompagnano la piccola protagonista del brano”.

Le tue canzoni preferite sugli animali?

0cb4b41411_6925052_med“Quelle un po’ surreali, al limite del demenziale, dove gli animali sono parte di uno scenario un po’ da pop art, come Una zebra a pois di Ciorciolini, Verde e Luttazzi, che una giovanissima Mina portò al successo nel 1960, I Watussi di Rossi-Vianello, che nel 1963 divenne un hit balneare al ritmo dell’hully-gully, che si immaginava inventato dagli altissimi africani in uno scenario tropicale (Alle giraffe guardiamo negli occhi,/ agli elefanti parliamo negli orecchi,/ se non credete venite quaggiù…). O anche, del 1961, Il cane di stoffa di Specchia-Donaggio, sul peluche come espressione di vero amore, e Il capello, sempre di Rossi-Vianello, in cui si parla di un capello biondo/ che stava sul gilé (di lui) e che suscita l’ira di lei, ma che analizzato da un esperto risulta essere un crine di cavallo uscito dal paltò. La più surreale ed onirica trovo che sia Casetta in Canadà, scritta da Panzeri-Mascheroni, e presentata al Festival di Sanremo del 1957 da una squadra di italian singer dell’epoca: Gino Latilla, Carla Boni, Duo Fasano, Gloria Christian e Poker di Voci. Il testo mi sembra una versione pop e fumettistica di certi quadri assolati e sospesi di Hopper: Aveva una casetta piccolina in Canadà/ con vasche, pesciolini e tanti fiori di lillà,/ e tutte le ragazze che passavano di là/ dicevano: Che bella la casetta in Canadà!. Infine vorrei ricordare anche ‘O scarrafone di Pino Daniele, almeno virtualmente dedicata allo scarafaggio, in cui il cantautore partenopeo riprende il noto proverbio napoletano ogni scarrafone è bello a mamma soja, forse a stigmatizzare tempi che si annunciano densi di inconsistenza e narcisismo su cui ironizzare a suon di rock-blues“.

Un consiglio di ascolto ai nostri lettori?

Emilio Stella

Emilio Stella

“Andate su You Tube e cercate Un cane del giovane cantautore romano Emilio Stella, prodotto da Simone Cristicchi, Francesco e Barbara Migliacci. E’ lo straordinario racconto del salvataggio di Oliver, un meticcio che Stella ha trovato sulla strada – causa abbandono estivo –, portato a casa, accudito e fatto rinascere a vita nuova.
Il video, diretto da Gabriela Vaghini con splendidi fumetti di Marco Scalia, è gradevolmente sobrio e minimal, il brano racconta il dramma a colori pastello, con leggerezza e umanità, senza strizzare l’occhio agli effetti speciali della facile commozione. In fondo, se gli animali entrano nelle nostre canzoni è perché sono parte della nostra vita, sanno amare e soffrire analogamente a noi, e dunque dobbiamo loro altrettanto amore e rispetto. Non c’è contrapposizione, come qualcuno vorrebbe, fra amore per l’uomo e amore per il mondo animale, essendo entrambi parte del medesimo mistero della vita”.

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