Un ricordo di Abbas Kiarostami

 Abbas Kiarostami

Abbas Kiarostami

E’ morto ieri, lunedì 4 luglio, a Parigi, il regista e sceneggiatore cinematografico iraniano Abbas Kiarostami (Teheran, 1940), simbolo di un cinema che, attraverso lo sguardo della macchina da presa, ha saputo indagare all’interno della difficile realtà quotidiana propria dell’Iran contemporaneo, portando in luce, attraverso il filtro della moralità, ogni caratteristica antropologica e psicologica dei vari personaggi, con uno stile registico capace di assecondare tanto una formale compostezza quanto la libertà creativa, stimolata anche dall’impiego di attori non professionisti; caratteristiche quelle descritte che si rinvengono già nel primo film girato da Kiarostami, Nān va kuche (1970, Il pane e il vicolo), realizzato su incarico di Firuz Shirvanlu, direttore dell’Istituto per lo sviluppo intellettuale dei bambini e degli adolescenti, cui seguiranno fino al 1983 altri 15 documentari.

Tajrobe_(film)_1973_afişPrima del suddetto incarico Kiarostami, figlio di un artigiano decoratore, conclusi nel 1958 gli studi liceali, svolse vari lavori per mantenersi.
Studiò poi pittura alla facoltà di Belle Arti dell’Università di Teheran e trovò impiego presso la Tabli Film, casa di produzione iraniana di film pubblicitari. Il debutto nel cinema di finzione avvenne nel 1973 con Tajrobe (Esperienza), una storia d’amore fra due giovani appartenenti a classi sociali diverse apparentemente esile da un punto di vista narrativo ma formalmente ineccepibile nel suo scrutare, memore del nostro Neorealismo, la “normalità” dell’incedere quotidiano.
I “piccoli”, o comunque coloro che si rendono tali al cospetto della vita, le loro rese emotive, saranno al centro di molti suoi film, dal primo lungometraggio Mosāfer (1974, Il viaggiatore), passando per Lebāsi barāy-e ῾arusi (1976, Il vestito per il matrimonio) ed arrivando ad Avalihā (1985, Gli alunni della prima classe) e Mashq-e shab (1989, Compiti a casa).

sapore“Pescando” nell’elenco delle varie opere realizzate, comprensivo di documentari e cortometraggi, assume rilievo la trilogia composta da Khāne-ye dust kojāst? (1987, Dov’è la casa del mio amico?), Va zendegi edāme dārad (1992, E la vita continua) e Zir-e derakhtān-e zeytun (1994, Sotto gli ulivi), nella quale il fluire filmico e quello “rituale” dell’esistenza appaiono legati da un filo sottile, il reale che si fa irreale e viceversa, un comune tratto d’illusorietà che appare predominante in Namā-ye nazdik (Close up), dove un disoccupato sostiene d’essere uno dei più noti registi iraniani, Mohsen Makhmalbaf, e va ad incastonarsi nel finale di Ta῾m-e gilāss (1997, Il sapore della ciliegia, Palma d’oro al 50mo Festival di Cannes, ex aequo con Unagi, di Imamura Shohei), riflessione tesa e diretta, nonché rigorosa da un punto di vista formale, sul senso più intimo e reale da conferire al proprio incedere terreno che va al di là di qualsiasi rappresentazione precostituita e quindi affidata anche, se non principalmente, all’interpretazione degli spettatori.

Ten_DVDUn “passaggio di consegne” dello sguardo evidente anche in Ten (Dieci, 2002), riflessione sulle problematiche della condizione femminile, visualizzate da una figura di donna alla guida della propria auto, nel cui interno vengono essenzializzate le riprese del film.
Fra i titoli della filmografia di Kiarostami si possono poi ricordare Copie conforme (Copia conforme, 2010, girato in Italia, con Juliette Binoche, premiata per la sua interpretazione al 63mo Festival di Cannes) e il suo ultimo film, Like Someone in Love (Qualcuno da amare, 2012), presentato, in Concorso, al 65mo Festival di Cannes.

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