Un ricordo di Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara

Giuseppe Ferrara

E’ morto ieri, sabato 25 giugno, a Roma, il regista Giuseppe Ferrara (Castelfiorentino, 1932), autore che sin dall’esordio nei documentari ed in seguito nell’attività cinematografica, senza dimenticare i lavori per la televisione, si è sempre distinto per una forte connotazione visiva e contenutistica delle sue opere, idonea a rendere edotto il grande pubblico sui lati oscuri della nostra vita politica e sociale, indagando attraverso la macchina da presa sui tanti misteri, risolti o irrisolti, del Bel Paese. La passione per il cinema si era fatta viva in Ferrara fin dai tempi del liceo, quando diede vita ad un particolare cineclub al cui interno venivano proposte ed analizzate criticamente le pellicole neorealiste del periodo, sulle quali incentrò successivamente la sua tesi di Laurea in Lettere (intitolata Nuovo Cinema Italiano).

i-misteri-di-romaConclusi gli studi universitari, Ferrara frequentò a Roma il corso di regia presso il Centro Sperimentale di Cinematografia, cimentandosi prima del diploma, che conseguì nel 1959, nelle riprese di due cortometraggi (Porto Canale e L’amata alla finestra). Passione politica e fascinazione cinematografica trovarono iniziale sbocco nella realizzazione di documentari (in tutto saranno 80) volti a scandagliare episodi storici e le tante storture sociali (Brigata partigiana, Tramonto della mezzadria, Le streghe a Pachino), attraverso i quali iniziava ad individuarsi quello che costituirà il tratto distintivo di buona parte della produzione di Ferrara, la mescolanza tra ricostruzione scenica e il ricorso a materiale di repertorio, mentre l’incontro con Cesare Zavattini, che nel 1963 gli propose di partecipare, insieme ad altri registi, al film ad episodi I misteri di Roma, sarà illuminante per l’impiego della macchina a mano come ulteriore presa di contatto con la realtà.

01990601Nel 1969 diede vita contemporaneamente alla cooperativa Cine 2000, così da evitare qualsiasi intromissione nella produzione e promozione di opere che potessero risultare “indigeste” a molte case produttrici, e al suo primo lungometraggio, Il sasso in bocca, acuta analisi del fenomeno mafioso come del tutto connaturato alla realtà sociale italiana, sempre servendosi del già descritto stile volto ad amalgamare repertorio e finzione. Coerenza e sensibilità verso i temi sociali vanno di pari passo nei lavori di Ferrara, insieme alla capacità di saper adattare il suo stile ad un pubblico in costante mutamento, con l’obiettivo di rendere conoscibili gli intricati misteri che affastellano la recente storia italiana: se in Faccia di spia il suddetto mix di finzione e documento è ancora presente, ma con una propensione verso la prima, l’abbraccio definitivo alla ricostruzione filmica pura e semplice la si trova in Panagulis zei (1977) così come in Cento giorni a Palermo (1985) e ne Il Caso Moro (1986), dove inoltre si può notare, in particolare nel primo, anche una minore concessione all’essenzialità, visiva e narrativa, pur sempre nell’ottica di una limpida funzionalità, delineando un cinema di forte impegno civile, intento ora più alla denuncia tout court che alla semplice esposizione cronachistica dei fatti attraverso le immagini, così come si sono verificati.

locandinatrttrE’ quanto può percepirsi nelle opere successive, ricordando il ritorno al documentario nel 1988 con Contra-diction: il caso Nicaragua. P2 Story, inchiesta in cinque puntate sulla nota loggia massonica, trasmessa dalla RAI nel 1986, Narcos (1992), le vicende di tre ragazzini coinvolti nel traffico di droga in Colombia, Giovanni Falcone (1993), Segreto di Stato (1995), I banchieri di Dio (2002) e Guido che sfidò le Brigate Rosse (2007) sono tutti film che evidenziano ulteriormente la volontà, sempre costante e lucida, di fare chiarezza su vari tragici accadimenti destinati a rimanere insoluti o con la messa in luce di verità parziali, rendendo partecipi gli spettatori della voglia d’apprendere e di capire. Credo possano essere attinenti a quanto messo in atto da Ferrara attraverso i suoi film le parole espresse da Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974 (Che cos’ questo golpe?, a proposito della strage di Milano del 12 dicembre 1969): “(…) Io so. Ma non ho le prove.
Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.

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