La pazza gioia

1Toscana, oggi. Fra le colline pistoiesi sorge Villa Biondi, una comunità terapeutica che accoglie donne affette da turbe mentali e socialmente pericolose, in stato di custodia giudiziaria. Tra queste vi è la sedicente contessa Beatrice Morandini Valdirana (Valeria Bruni Tedeschi), modi altezzosi, notevole logorrea, tendenza ad impicciarsi negli affari altrui, con trascorsi da lieta frequentante del bel mondo “tutto da bere”, una volta cavalcata l’onda lunga del “nuovo miracolo italiano”, da tempo infrantasi sugli scogli di un’amara realtà.
Nella struttura arriva la giovane Donatella Morelli (Micaela Ramazzotti), già pesantemente segnata dalla vita: corpo consunto da un’evidente magrezza, sul quale risaltano vistosi tatuaggi, sguardo triste e spaurito, un mutismo persistente, poca voglia di condividere un grave dolore che ha sconvolto la sua esistenza, offuscandone definitivamente ogni contatto con il mondo circostante.
Fra queste due donne così diverse per estrazione sociale, indole e modalità di approcciarsi alla vita, scatterà, non senza qualche stridore, una certa simpatia, tanto che, in seguito ad un evento fortuito, Beatrice e Donatella si daranno alla fuga insieme, ponendosi nuovamente in relazione con quella società che le aveva relegate ai margini, i cui componenti, coniugi, genitori, presunti amici, continuano ad infierire nei loro confronti, dimentichi di qualsiasi compassione o calore umano …

Valeria Bruni Tedeschi (Movieplayer)

Valeria Bruni Tedeschi (Movieplayer)

Diretto da Paolo Virzì, anche autore della sceneggiatura insieme a Francesca Archibugi, La pazza gioia, selezionato all’interno della Quinzaine des réalisateurs al 69mo Festival di Cannes, può definirsi una commedia umana, la quale vanta come valide frecce al suo arco in primo luogo una pregevole commistione, dal raro e toccante equilibrio, tra ironia e dramma, che va di pari passo con la sincerità e l’empatia soffuse all’interno dell’intero arco narrativo; il film si suddivide idealmente in due parti, la prima, ambientata a Villa Biondi o nelle zone circostanti, è più statica e descrittiva, incentrata sulla quotidianità all’interno di una comunità terapeutica, visualizzata come una sorta di mondo a sé stante, alternando realismo ed idealizzazione.
Si offre risalto tanto ai disturbi propri delle principali protagoniste quanto alle modalità d’approccio del personale ai loro problemi, delineando con rapidi e sapidi tratti, sinergici tra scrittura e regia, ogni caratteristica comportamentale e psicologica da ambo le parti. La seconda, coincidente con la fuga di Beatrice e Donatella, va gradualmente a connotarsi di toni intimistici e dolenti, offrendo ulteriore spazio alle palpitanti interpretazioni di Valeria Bruni Tedeschi e di Micaela Ramazzotti, risaltando così la complementarietà dei rispettivi caratteri.

Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi

Micaela Ramazzotti e Valeria Bruni Tedeschi

L’esuberanza dell’una, il suo affidarsi estemporaneo ad ogni possibile piacere della vita, i vari motti di spirito a volte fin troppo salaci, alternando albagia e orgoglio del casato decaduto, sono tutte caratteristiche che trovano il loro contraltare nel disincanto espresso dall’altra, alieno appena sceso sulla Terra o bambino da poco venuto al mondo, cui va ad aggiungersi un modo di fare frammisto a rassegnazione e disillusione.
La scorrevolezza della narrazione è esemplare, Virzì rende la macchina da presa un tutt’uno con ambienti e personaggi, con un prezioso contributo offerto dalla fotografia di Vladan Radovic, idonea ad assecondare visivamente i diversi toni.
Il fluire naturale del racconto riesce anche a mitigare qualche cedimento, comunque presente in una scrittura pressoché perfetta (la visita di Beatrice a suo marito, l’accumulo di elementi melodrammatici verso il finale), che evidenzia un grande amore per i protagonisti, idoneo a trasmutarsi, con modalità simbiotica, nel trasporto emotivo suscitato nei confronti degli spettatori.
Beatrice e Donatella rappresentano due anime del nostro Bel Paese, ambedue abbindolate e illuse da grevi pifferai magici, sulle note, rispettivamente, dell’allegra finanza e del benessere pronto uso o dell’illusione di una vita diversa, in nome di un amore idealizzato quasi favolisticamente nella scia della figura paterna, il padre musicista di Donatella (un ottimo Marco Messeri), che le cantava Senza fine per farla addormentare.

(Movieplayer)

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Figure genitoriali, come le rispettive madri, avulse dal manifestare un minimo di comprensione per delle figlie che non hanno seguito il corso di vita loro prospettato, perseguendo un moto spontaneo che le ha portate a fidarsi di quanto poteva donare gioia e serenità, fosse solo per un attimo, pagato poi a caro prezzo, una volta che le tante illusioni andavano a sciogliersi come neve al sole. Ne La pazza gioia vi è spazio anche per la descrizione di un’Italia, quella attuale, reduce dalle varie ubriacature conseguenti al crasso assecondare, supinamente, la puntuale e ciclica proposizione del “nuovo che avanza”, contribuendo a far sì che vada alla deriva qualsiasi rapporto propriamente umano, con il marcio presente, triste ed omologante elemento d’eguaglianza, un po’ in tutti gli ambiti sociali (il personaggio della madre di Donatella, una brava Anna Galiena, in un ruolo per lei insolito). Le anime semplici, quelle capaci di rialzare il capo dopo ogni sberla inflitta dalla vita, ormai divenute sorde al vacuo canto delle sirene, capaci di credere nuovamente in se stesse, oltre che a prodigarsi proficuamente per i propri simili, sono quelle che possono ancora fare la differenza, esprimendo l’ “anormalità” in un mondo “normale”. La scena finale del film, che non voglio assolutamente svelare, è particolarmente toccante, tutta giocata su molti sguardi e poche parole, quanto basta ad evidenziare la riconciliazione con la vita di Donatella, rincuorando catarticamente anche noi spettatori.

Ramazzotti, Tedeschi e Paolo Virzì (comingsoon)

Ramazzotti, Tedeschi e Paolo Virzì (comingsoon)

In conclusione, La pazza gioia è un film da vedere, che ben rappresenta l’ulteriore evoluzione di un autore come Virzì il quale sin dal suo debutto (La bella vita, 1994), ha conferito una concreta prosecuzione alla tradizione della commedia all’italiana propriamente detta, capace di conciliare dramma ed ironia, senso del grottesco e lucida disamina sociale. Sorretto da una valida scrittura e da due attrici in stato di grazia, il regista combina fra loro diversi elementi, come descritto nel corso dell’articolo, e se ne serve in guisa di un blocco unico volto a conferire una particolare connotazione all’iter narrativo, che rende uno sguardo amorevole e realistico, a tratti disincantato, nei confronti delle due splendide protagoniste come di ogni singolo personaggio, anche secondario, coadiuvato da una vibrante prova attoriale. Una particolare miscellanea nei toni che lo avvicina, prima ancora che a Dino Risi, rispetto al quale “soffre” di una minore capacità di concisione, o a Mario Monicelli, al cui confronto risulta meno cinico e caustico, ad un regista forse troppo presto dimenticato, Antonio Pietrangeli, come già notato da molti. Lo si evince, oltre che dalla sensibilità profusa verso i personaggi femminili, dalla struttura del racconto, a mosaico, nel quale si intarsia una serie di appunti che non segue un ordine logico o cronologico, lasciando che gli eventi scorrano, così da stagliarsi sullo schermo e nel cuore del pubblico. Grazie Virzì, un altro cinema è ancora possibile.

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