Un ricordo di Giorgio Albertazzi

Giorgio Albertazzi

Giorgio Albertazzi

Attore, e uomo, dalla prorompente personalità, unita ad un talento naturale che gli ha consentito di spaziare con disinvoltura e sensibilità tra cinema, teatro e televisione, forte di un’elegante presenza scenica e di un timbro vocale indimenticabile, Giorgio Albertazzi, morto ieri, sabato 28 maggio, a Roccastrada (FI), lascia un grande vuoto, probabilmente incolmabile, nel panorama culturale italiano e nel settore del teatro nello specifico, cui si era dedicato con particolare dedizione a partire dalla metà degli anni Settanta. Nato a Fiesole nel 1923, Albertazzi debuttò sul palcoscenico nel 1949 (Troilo e Cressida, William Shakespeare, per la regia di Luchino Visconti), dopo aver fondato ad Ancona, nell’inverno del 1945, insieme con Titta Foti, il primo teatro anarchico italiano. Due anni più tardi l’esordio al cinema, con Lorenzaccio, nelle vesti del protagonista Lorenzo de’ Medici, per la regia di Raffaele Pacini; rilevante anche il suo apporto nell’ambito dei primi sceneggiati Rai tratti da famosi romanzi come L’idiota di Fëdor Dostoevskij (1869), diretto da Giacomo Vaccari, che lo stesso Albertazzi, interprete del principe Myškin, adattò nel 1959 per la televisione dall’opera originaria, o Jekyll, 1969, splendida rilettura in chiave moderna de Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di R. L. Stevenson (Strange Case of Dr. Jekyll and Mr. Hyde, 1886), da lui scritta e diretta, ancora oggi attuale nel visualizzare i conflitti etici della scienza e l’insuperabile dualismo fra Bene e Male, entità con le quali siamo costretti a fare i conti nel nostro incedere terreno, senza riuscire a scindere l’una dal’altra.

18743725Se nel teatro, ricordando le notevoli interpretazioni tanto in ambito classico (come Amleto, 1963, per la regia di Zeffirelli) che moderno (per esempio Dopo la caduta di Miller, 1964; L’uovo di F. Marceau, 1966-67; Lezioni Americane di Italo Calvino, 2000), dovendo fare una scelta, resterà memorabile la performance in Memorie di Adriano, dal romanzo di Marguerite Yourcenar, mirabile confluenza fra arte e vita, al cinema probabilmente il suo ruolo principe fu quello di X- lo straniero in L’année dernière à Marienbad (L’anno scorso a Marienbad, Alain Resnais, 1961), sceneggiato dallo scrittore Alain Robbe-Grillet, ispirato al romanzo L’invenzione di Morel, 1940, Adolfo Bioy Casares, e vincitore del Leone d’Oro alla 22ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, anche se ricordo con piacere un film diretto da Luciano Salce nel 1967 dove Albertazzi recitava a fianco di Monica Vitti, Ti ho sposato per allegria, derivato dall’omonima commedia teatrale di Natalia Ginzburg, 1964.
Sarò forse riduttivo, ma trovo consono concludere con un frase del suo personaggio, un barone universitario, nel film C’è chi dice no (Giambattista Avellino, 2001), ultima apparizione cinematografica di Albertazzi, che ben testimonia quel vuoto di cui ho scritto ad inizio articolo: “Dove andrà a finire questo paese? Nessuno studia più un ca**o”. Buon viaggio Giorgio, ci mancherai.

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