Il libro della giungla

il-libro-della-giungla-poster-trittico-03Credo che in quel di Hollywood, insieme allo sfruttamento in forma seriale del mondo dei supereroi, in virtù di pellicole studiate al millimetro negli agganci fra un episodio e l’altro, con tanto di mirati cliffhanger poco prima dei titoli di coda, abbiano rinvenuto un’altra gallina dalle uova d’oro, succedanea ad una mancanza d’inventiva propriamente detta, fatte salve sporadiche e lodevoli eccezioni. Mi riferisco alla tendenza espressa dalla major Disney da un po’ di tempo a questa parte, volta non solo ad assecondare la propensione a riproporre le “vecchie” fiabe in forma più moderna e spregiudicata, servite in “salsa Shrek”, ma anche ad attingere dal repertorio dei propri classici d’animazione e presentarli in un’inedita versione “carne, ossa e computer graphics”, dando vita ad un risultato finale a metà strada fra il ricalco e l’approfondimento di tematiche proprie del testo d’origine dal quale i suddetti classici erano spesso derivati.
Non sfugge a tale impostazione, almeno ad avviso di chi scrive, Il libro della giungla diretto da Jon Favreau su sceneggiatura di Justin Marks, che si rifà tanto al film d’animazione del 1967 di Wolfgang Reitherman (l’ultimo cartoon Disney prodotto sotto la supervisione di “Zio Walt”, che morì prima della sua uscita) quanto alle opere di Rudyard Kipling (The Jungle Book, 1894; The Second Jungle Book, 1895), richiamando in parte i toni scanzonati del primo e sottolineando soprattutto quelli più drammatici propri delle seconde.

Bagheera e Neel Sethi

Bagheera e Neel Sethi

Sicuramente innovativo da un punto di vista puramente visivo, realizzato grazie alla tecnica definita fotorealista, con un solo attore (il giovane Neel Sethi nei panni di Mowgli, a volte piuttosto acerbo ma complessivamente efficace) all’interno di uno scenario che riproduce una lussureggiante selva indiana e relativa popolazione animale affidandosi totalmente all’elaborazione computerizzata, Il libro della giungla ammalia, avvolge e coinvolge lo spettatore fin dalla prima sequenza, conducendolo dal castello emblema della Disney all’interno della narrazione: il cucciolo d’uomo corre a perdifiato fra fitti cespugli ed imponenti alberi, ma non per sfuggire a qualcuno come potrebbe sembrare in un primo momento; è infatti in corso la simulazione di un ipotetico inseguimento, fra Mowgli e i suoi fratelli lupetti, sotto la vigile sorveglianza della pantera Bagheera, che rimprovera al suo protetto di ricorrere a “trucchi umani” utili magari a scampare il pericolo ma contrari alla Legge della giungla. E’ proprio il fiero felino a raccontarci di come anni orsono affidò alle cure dei lupi Raksha e Akela l’allora bambino Mowgli, che crebbe amorevolmente accudito dalla prima e redarguito riguardo rigidi parametri comportamentali dal secondo; una convivenza complessivamente pacifica, per quanto il ragazzino inizi ad avvertire una percezione di sé piuttosto indefinita, sospesa fra razionalità umana ed immediatezza animale.

Shere Khan

Shere Khan

I problemi verranno fuori in una particolare circostanza, quando nel corso di un periodo di secca tutti gli animali accorreranno verso una emersa pozza d’acqua, rispettando la regola di non aggressione reciproca.
Farà infatti la sua comparsa la temibile tigre del Bengala Shere Khan, pronta a manifestare tutto il suo odio verso i lupi per la presenza dell’uomo, piccolo sì ma destinato a crescere e a divenire come tutti i suoi simili, violento e malvagio, anche in virtù del potere che gli è conferito dal “fiore rosso”.
Mowgli comunque non attenderà l’esito della riunione dei lupi riguardo la sua sorte, per il bene di tutti si incamminerà verso il villaggio degli uomini, scortato da Bagheera. Ma il viaggio non sarà dei più semplici e il cucciolo d’uomo farà presto la conoscenza del pitone Kaa, dell’indolente e bonario orso Baloo ed infine verrà rapito dalle scimmie alle dipendenze di King Louie, un Gigantopithecus bramoso di essere in tutto e per tutto simile agli esseri umani e che pretende di apprendere da Mowgli il segreto del “fiore rosso”… Caratterizzata da un andamento narrativo movimentato, a tratti anche inquietante, questa nuova versione del racconto di formazione del “cucciolo d’uomo” appare nel complesso convincente ed avvincente, più fedele rispetto al citato film d’animazione all’impostazione originaria propria dei testi di Kipling.

Sethi e Kaa

Sethi e Kaa

La gerarchia espressa dal mondo animale tramite la Legge della giungla, ferreo rispetto delle regole e nessuno spazio lasciato ad una possibile interpretazione mitigatrice nella loro applicazione, rispecchia certo quella della terra d’origine dell’autore, ma qui viene comunque mediata dall’interposizione dell’uomo nel dar vita ad un particolare rapporto fra sé e la natura che potremmo definire ideale, con il primo, comunque conscio dei suoi poteri e dell’uso anche distorto che ne può fare, pronto a mettersi al servizio della seconda, rispettando ed assecondando il suo andamento in nome di una simbiotica armonia.
Questo è il tragitto evolutivo di Mowgli, un cammino alla cui conclusione sarà definitivamente un uomo per raziocinio ed ingegno ma saprà anche far scaturire positivamente la propria animalità istintiva nel porsi in contatto con quanto lo circonda. Sono contenuti che emergono all’interno dell’iperbole visiva, a volte stancante, delineata sullo schermo grazie all’abile mano di Favreau nel metterla al servizio della narrazione, con quest’ultima ulteriormente avvalorata da una particolare profondità di campo che sembra ripetere le classiche scene sovrapposte del vecchio cartoon e da una fotografia (Bill Pope) idonea a sottolineare tanto i toni più cupi che una brillante luminosità.

Sethi e Baloo

Sethi e Baloo

Strabiliante in particolare la resa scenica degli animali, che va al di là del comunque stupefacente aspetto fisico, considerando come vengono espressi i sentimenti attraverso lo sguardo e il dialogo, dal ponderato e “militare” Bagheera al placido orso Baloo “disadattato in letizia”, passando per la sibilante Kaa (ora è una donna), anche se la sua carica ipnotica pare meno incisiva rispetto al film del ’67, e senza dimenticare la dolcezza materna espressa da Raksha o la megalomania pericolosamente umanoide di King Louie.
Memorabile soprattutto l’inquietudine che è propria di ogni apparizione della tigre Shere Khan, sino ad arrivare ad uno scontro finale con l’odiato Mowgli veramente da brividi. Peccato quindi che, un po’ per un sentito omaggio a Walt Disney, un po’ per suscitare negli adulti, accompagnati da minore o meno, quel ruffiano sentimento noto come “nostalgia canaglia”, in una cornice del tutto realistica vengano inserite sequenze musicali simpatiche ma a mio avviso superflue, una sulle note de Lo stretto indispensabile e l’altra, sin troppo rutilante e con la sensazione di un muscolare sovrappiù, che vede King Louie intonare l’altrettanto famosa Voglio essere come te.
In conclusione, un buon film d’intrattenimento per grandi e piccini, idoneo anche ad offrire una riflessione sul progressivo insinuarsi di un cinema sicuramente meno “classico” che sa comunque fare di computer graphics virtù nel suo tentativo, in parte riuscito, di mediare fra forma e contenuto.

Ascolta il podcast su GiovanniCertoma.it

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Voci della versione originale, relativamente ai personaggi principali: Scarlett Johansson (Kaa), Idris Elba (Shere Khan), Bill Murray (Baloo), Christopher Walken (Re Louie), Ben Kingsley (Bagheera), Lupita Nyong’o (Raksha). Voci della versione italiana: Toni Servillo (Bagheera), Giovanna Mezzogiorno (Kaa), Neri Marcorè (Baloo), Violante Placido (Raksha), Giancarlo Magalli (Re Louie).

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