Lo chiamavano Jeeg Robot

posterPresentato alla X Edizione della Festa del Cinema di Roma e recente vincitore di 7 David di Donatello*, Lo chiamavano Jeeg Robot, diretto da Gabriele Mainetti (al suo esordio nei lungometraggi dopo le buone prove fornite con i corti Basette e Tiger Boy) su sceneggiatura di Nicola Guaglianone e Menotti, rappresenta all’interno della nostra attuale cinematografia una sorpresa particolarmente piacevole, per una serie di motivi che andrò ad elencare.
In primo luogo emerge una concreta capacità di smarcarsi dalle spesso asfittiche realizzazioni in chiave di commedia e dal loro inveterato retrogusto seriale, fatti salvi isolati raggi di sole autoriali i cui sforzi hanno trovato affermazione anche al di fuori degli italici confini. All’insegna della creatività e in nome del “cinema per il cinema” è poi evidente una ritrovata fiducia nel volersi riappropriare di un filone al cui interno, forti di una geniale artigianalità, siamo stati più volti maestri, ovvero la reinterpretazione dei differenti generi cinematografici alla luce anche di una diversa realtà sociale cui fare riferimento.

Claudio Santamaria (Movieplayer)

Claudio Santamaria (Movieplayer, foto di Emanuela Scarpa)

Lo chiamavano Jeeg Robot si palesa infatti alla visione come un riuscito melange fra noir metropolitano, cinefumetto e action movie con echi del poliziottesco d’antan, tratteggiato e soffuso di toni realistici ed anche intimistici, senza tralasciare un certo “sano” romanticismo di sottofondo a rendere meno amara l’aura di degradazione e violenza comunque presente nella pellicola, incrementata dalla fotografia cupa e livida di Michele D’Attanasio, idonea a mettere in scena una spessa spirale d’immedesimazione fra ambiente e personaggi. L’iter narrativo prende il via nella Roma dei nostri giorni, la polizia insegue un ladro che ha appena rubato un orologio.
Dalle vie del centro, dove è in corso una manifestazione di protesta contro una serie di attentati che hanno di recente sconvolto la Capitale, inseguitori ed inseguito giungono nei pressi di Ponte Sant’Angelo:qui il mariuolo, per far perdere le sue tracce, si getta nelle acque del Tevere, venendo a contatto con alcuni fusti contenenti sostanze radioattive.
Enzo Ceccotti (Claudio Santamaria), questo il nome del ladruncolo, fa quindi ritorno nel suo appartamento a Tor Bella Monaca, febbricitante.

Luca Marinelli (Movieplayer)

Luca Marinelli (Movieplayer)

Al mattino la sua vita sembra però riprendere come se nulla fosse successo: bolso e appesantito anzitempo, Enzo è un uomo solitario, dallo sguardo colmo di tristezza e disillusione, il cui unico momento di “dolcezza” è rappresentato dall’ingurgitare dessert alla vaniglia, mentre il torpore fisico ed esistenziale che ne accompagna il confronto con la realtà circostante sembra ridestarsi con la visione di film porno, dei quali possiede una discreta raccolta. Disordine, lerciume, degrado sono propri tanto della sua abitazione quanto dell’ambiente in cui si trova a vivere.
Un solo amico, o qualcosa che vi assomiglia, tale Sergio (Stefano Ambrogi), tra i componenti della banda dello Zingaro (Luca Marinelli), losco figuro la cui ricerca del potere assoluto, svincolandosi dall’alleanza con la camorra, sembra coincidere con il desiderio che le luci della ribalta siano sempre accese su di lui.
Enzo si rivolge a Sergio per vendere l’orologio rubato, ma verrà coinvolto nel recupero di una partita di droga, circostanza in cui scoprirà casualmente di essere in possesso di poteri strabilianti, quali una relativa invulnerabilità ed una forza sovrumana. E così, mentre l’amico andrà incontro alla morte, il nostro supereroe suo malgrado si troverà improvvisamente proiettato in una nuova dimensione.

Ilenia Pastorelli (Movieplayer)

Ilenia Pastorelli (Movieplayer, foto di Emanuela Scarpa)

Ma se, tradizionalmente, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, per Enzo, che già rifuggiva le incombenze della vita quando era “normale”, non andrà propriamente così, almeno fino a quando non conoscerà la figlia di Sergio, Alessia (Ilenia Pastorelli), ragazza disturbata psicologicamente in seguito al trauma subito per la morte della madre, oltre ad intuibili violenze incorse tra le mura domestiche, la quale negli anni si è costruita una realtà alternativa: tutto si svolge sulla base del suo cartone animato preferito, l’anime Jeeg robot d’acciaio* e per lei Enzo non è altro che Hiroshi Shiba, colui che salverà l’umanità dal dominio malefico del Signore del Drago…
Il solido lavoro di sceneggiatura e la valida abilità registica mettono in atto una ludica e fluida sinergia idonea ad agitare all’interno della narrazione molteplici elementi pop ormai facenti parte del nostro immaginario collettivo, dal citato anime giapponese alle hit di un recente passato, come Un’ emozione da poco, eseguita da Marinelli, o Non sono una signora, cui vanno ad unirsi le più che valide interpretazioni attoriali di Santamaria (personaggio a metà strada fra il Cataldi Vittorio di Accatone e il Travis Bickle di Taxi Driver) e l’angelicata Pastorelli, accomunate da un tratteggio dolente, anche se a risaltare, sinistramente, è lo Zingaro di Marinelli con la sua aria luciferina, che spesso richiama alla mente il Tomas Milian ante Er Monnezza.

(Movieplayer)

(Movieplayer)

Lo chiamavano Jeeg Robot si sostanzia dunque come un buon film d’intrattenimento, divertente ed emozionante, in cui appare riuscita in particolare la mescolanza fra realismo ed elementi fantastici, questi ultimi trasferiti con una certa naturalezza in quel mondo del sottoproletariato urbano caro a Pasolini, senza dimenticare stranianti pennellate ironiche (la prima impresa del novello supereroe, il furto di un … bancomat o il tentativo di riattaccarsi un dito del piede troncato da una mannaia). La parte migliore del film, almeno ad avviso di chi scrive, è quella che descrive l’incontro e la graduale conoscenza fra Enzo ed Alessia, due persone che esprimono altrettante forme di disadattamento ed alienazione sociale, che in tal guisa vengono a scoprire e ad accettare, reciprocamente, ogni proprio limite e recondita debolezza caratteriale, i traumi subiti e covati dentro, che spingono con forza per venir fuori, lacerando l’anima. Enzo grazie ad Alessia, al suo modo semplice ed ingenuo di approcciarsi alla vita, adattando quest’ultima alla sua particolare visione, non solo sarà conscio dei poteri acquisiti e del come utilizzarli, ma riuscirà anche, sempre nell’ambito di un mutevole scambio, a lasciarsi alle spalle anaffettività ed autismo esistenziale, per una definitiva accettazione di sé e di quanti gli sono vicino.

jeeg_robot_pG877zd_jpg_1400x0_q85Uno sprone supereroico volto in primo luogo verso se stessi, in quanto all’interno di quel variegato e buffo palcoscenico in cui in fondo si sostanzia la vita “l’impresa eccezionale è essere normale” riprendendo i versi di una nota canzone di Lucio Dalla (Disperato erotico stomp), ovvero prendere consapevolezza di ciò che si è e di quel che si potrebbe divenire, adoperando le proprie potenzialità in soccorso di un’umanità sventurata che ha bisogno di eroi, parafrasando Brecht, in quanto incapace di scrollarsi di dosso l’accettazione supina di ogni sopruso, non necessariamente espresso nell’esteriorità propria di un’azione criminale. Dove l’opera di Mainetti accusa qualche cedimento, sempre a mio parere, pur continuando ad intrigare e divertire, è più o meno nella seconda parte, quando, cercando di non svelare alcunché, si paleserà, all’ombra dello Stadio Olimpico, uno scontro fra due supereroi, classica reiterazione dello schema “buono contro cattivo”. Qui l’accumulo di stilemi appare fin troppo carico e ripetitivo, proponendo tutta una serie di finali fino a giungere alla bella sequenza conclusiva, che chiude degnamente il film ed apre le porte ad un probabile sequel, felice suggello della definitiva attribuzione superomistica a quanti lottano contro una rituale ed omologante quotidianità. Quando il domani verrà, il tuo domani sarà…

Ascolta il podcast su Giovannicertoma.it

 

icor3*Miglior regista esordiente – Gabriele Mainetti. Migliore Produttore – Gabriele Mainetti Per Goon Films, con Rai Cinema. Migliore Attrice Protagonista – Ilenia Pastorelli. Migliore Attore Protagonista – Claudio Santamaria. Migliore Attrice Non Protagonista – Antonia Truppo. Migliore Attore Non Protagonista – Luca Marinelli. Migliore Montatore – Andrea Maguo con la collaborazione Di Federico Conforti.

Jeeg-vol2*In origine un manga, pubblicato per la prima volta nell’aprile del 1975 su una rivista della Kodansha (soggetto di Go Nagai e disegni di Tatsuya Yasuda).
Nello stesso anno prese vita l’anime, una serie televisiva di 46 episodi prodotta dalla Toei Animation.

2 risposte a “Lo chiamavano Jeeg Robot

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