Il caso Spotlight

spotlight_jpg_1400x0_q85Presentato, fuori concorso, alla 72ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, premiato dai membri dell’Academy con due premi Oscar© (Miglior Film e Miglior Sceneggiatura Originale), Il caso Spotlight è un film, a mio avviso, difficile da dimenticare in virtù di una particolare empatia che si viene a creare fra quanto narrato sullo schermo, rappresentazione di una storia vera, e lo sguardo dello spettatore, cui viene restituita l’impagabile nitidezza propria del cinema come arte affabulante del racconto. Il merito va attribuito ad una regia (Thomas McCarthy) mai invasiva, la quale fa leva, così come il lavoro di scrittura (Josh Singer e lo stesso McCarthy) su di un raffinato minimalismo, volta essenzialmente a mettere in scena la rilevanza della vicenda in sé, affidandosi inoltre, congiuntamente ad un pregevole apporto tecnico, ad un valido cast, idoneo ad imprimere al film una vibrante coralità.
Spotlight è il nome del team giornalistico facente parte della redazione del Boston Globe, sorta di “corpo speciale” cui veniva affidata l’esecuzione di approfondite inchieste su temi di rilevante attualità sociale (il titolo italiano del film è quindi piuttosto fuorviante) e la pellicola riporta sullo schermo l’accurato lavoro investigativo svolto dalla suddetta squadra nel corso di un anno (dal 2001 al 2002).

Rachel McAdams, Michael Keaton, Mark Ruffalo

Rachel McAdams, Michael Keaton, Mark Ruffalo

Venne così fatta luce su un sistematico sistema d’insabbiamento orchestrato per circa trent’anni dalla chiesa cattolica, nella persona del cardinale Law, con la compiacenza di avvocati fidati, per mettere a tacere numerosi casi di molestie sessuali, vere e proprie violenze per chiamare le cose col loro nome, perpetrate da più sacerdoti della cittadina di Boston nei confronti di bambini, spesso provenienti da famiglie disagiate, afflitte da gravi problemi familiari ed economici. La narrazione prende piede nel 1976, quando assistiamo ad una sorta di prologo che si svolge all’interno dell’11mo distretto di Polizia: un sacerdote sottoposto a fermo per abusi sui minori viene subito scarcerato con l’intervento di un alto prelato e di un legale. L’incriminazione, apprendiamo da un dialogo tra due poliziotti, non era neanche ipotizzabile. Il tutto nel più totale silenzio, organi d’informazione compresi. Venticinque anni più tardi nella redazione del Boston Globe si attende l’arrivo da Miami del nuovo direttore, Marty Baron (Liev Schreiber), il quale nella prima riunione richiama l’attenzione su un articolo di cronaca pubblicato sulla testata a firma Eileen McNamara, al cui interno ci si chiedeva se mai si sarebbe giunti alla verità sugli abusi sessuali messi in atto da padre Geoghan, e a cui non era stato dato seguito.

Michael Keaton

Michael Keaton

Incarica quindi la squadra Spotlight, composta da Walter Robby Robinson (Michael Keaton), caporedattore, Matt Carroll (Brian D’Arcy James), esperto in ricerche informatiche, Sacha Pfeiffer (Rachel McAdams) e Michael Rezendes (Mark Ruffalo), cronisti, ad occuparsi della vicenda. Occorre in primo luogo individuare una via legale per desecretare gli atti, contattare poi l’avvocato delle vittime, Mitchell Garabedian (Stanley Tucci) ed infine intervistare quanti, ormai adulti, hanno subito violenza. Ostacoli, remore, dubbi di coscienza, l’assunta consapevolezza di poter intervenire prima così da impedire, scuotendo le coscienze, lo stato di silente e tormentata acquiescenza, si susseguiranno nel corso dell’indagine, fino ad arrivare, nel gennaio 2002, alla pubblicazione di un primo approfondimento, cui seguiranno altri 599 articoli, svelando i nomi di 70 sacerdoti coinvolti. McCarthy appare incline ad una linea quasi documentaristica nel mettere in scena una storia sicuramente dai risvolti drammatici ma asciugata da ogni possibile platealità o retorici j’accuse lanciati contro la chiesa cattolica, preferendo, in sinergia con la serrata sceneggiatura, evidenziare un simbiotico legame fra il cinema d’impegno civile e il giornalismo più vero e concreto, quello investigativo, d’inchiesta, ancora lontano dall’apporto velocistico e a volte superficiale del web e distante anni luce dal dominante infotainment “gossiparo”.

Rachel McAdams

Rachel McAdams

Obiettivo primario è, come afferma il direttore, colpire il sistema, offrire rilievo alla tacita consapevolezza attraverso la quale si è conferito assenso alla reiterazione di atti criminali, dai pesanti strascichi fisici e mentali, “diplomaticamente” insabbiati, rendendo l’istituzione ecclesiastica in tutto e per tutto simile a qualsiasi altro potere.
Il prediligere uno stile scarno, essenziale, verrebbe da scrivere dimesso, avvalorato anche da un punto di vista prettamente visivo grazie ad una scenografia (Stephen Carter) idonea a ricreare l’atmosfera propria di una redazione nel periodo di passaggio dalla carta all’etere e ad una fotografia piuttosto scabra, grezza (Masanobu Takayanagi), non deve comunque far sottovalutare la valenza registica nel tenere desta l’attenzione sul lavoro intrapreso dai giornalisti, offrendo il giusto risalto alle realistiche interpretazioni attoriali. Fra queste da rimarcare un Keaton in gran spolvero, capace di far risaltare sia le sicurezze che i rovelli interiori del suo personaggio (memorabile in particolare la sequenza in cui ammette la propria colpevolezza nel non aver dato volutamente risalto alla notizia, una volta trapelata anni orsono), la tensione emotiva comunicata da Ruffalo nel riscontrare i vari ostacoli burocratici e legali che impediscono il venir fuori della verità o la pudica fermezza della Addams nell’avvicinare e rivolgere domande piuttosto dirette alle vittime, ora adulti, degli abusi.

Mark Ruffalo

Mark Ruffalo

Molto bella anche la figura delineata da Tucci dell’avvocato Garabedian, che porta su di sé tutto il peso, doloroso, della consapevolezza relativa alle violenze subite dai suoi assistiti, di come il loro grido straziante fra rimorsi e sensi di colpa sia stato soffocato da anni di sotterfugi e accordi sottobanco, rendendo vana la possibilità di credere ad una qualsivoglia visione di giustizia, divina ancora prima che umana.
Comunque, anche nella descritta scarnità rappresentativa, molte scelte registiche restano comunque impresse, vedi la visualizzazione della forza espressa dal team quando si ritrova a prendere delle decisioni in comune o i “classici” movimenti della macchina da presa quando il singolo giornalista si trova alle prese con varie avversità, siano rappresentate da persone fisiche o pastoie burocratiche. Piuttosto pregnante, almeno ad avviso di chi scrive, la sequenza in cui la portata deflagrante di quanto è stato nascosto per anni sta ormai per venire alla luce, mentre in una chiesa di Boston, siamo prossimi alle festività natalizie un coro di bambini intona Silent Night. Limpido e sincero, Spotlight si rivela in buona sostanza un film che mi piace definire necessario, in quanto riesce a riportare l’emozione sui binari primigeni di un intimismo “naturale”, non artefatto tecnicamente, “purificato” e scarnificato, fino a rivelare la primaria essenzialità del mezzo cinematografico in quanto tale.

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